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La pizza patrimonio dell’UNESCO: sì, cari italiani, con la cultura si mangia!

L'arte del pizzaiuolo inserita dall'UNESCO nella lista del patrimonio culturale intangibile dell'umanità

Pizza Napoletana (Flickr)

Non solo "caschi blu della cultura", siti archeologici e tutto ciò che fa dell'Italia Paese leader artistico-culturale nel mondo. L'UNESCO ha infatti dichiarato ufficialmente l'arte del pizzaiuolo un patrimonio culturale intangibile. Dimostrando a noi italiani, che spesso manchiamo di orgoglio e visione, che sì: con la cultura si mangia. E anche bene

Dopo l’iniziativa italiana dei “caschi blu della cultura”, il progetto “Unite4Heritage”, sponsorizzato anche dalla Francia, di cui il Belpaese, con il sostegno dell’UNESCO, è capofila nella difesa del patrimonio artistico nelle aree di conflitto, l’Italia sembra essersi conquistata un ulteriore riconoscimento internazionale per la sua straordinaria eredità culturale, di cui un destino generoso e una storia millenaria inimitabile le hanno fatto dono. Questa volta non stiamo parlando dei tanti siti archeologici e delle ricchezze artistiche di cui il nostro Paese, anche a detta dell’ONU, detiene il record assoluto nel mondo. No, questa volta stiamo parlando di qualcosa di molto più quotidiano, meno “prezioso” (almeno in termini di valore economico), e, se vogliamo, molto meno “intellettuale”. Perché ora l’UNESCO, con un via libera all’unanimità giunto nella notte dal Consiglio dell’agenzia ONU riunito a Jeju, nella Corea del Sud, ha ufficialmente inserito la pizza napoletana nella lista del “patrimonio culturale intangibile dell’umanità”. Il via libera è arrivato all’unanimità nella notte, dal Consiglio dell’agenzia ONU riunito a Jeju, nella Corea del Sud, peraltro a pochi giorni dall’apertura di Sorbillo – una delle più famose pizzerie napoletane – a New York, nell’inconfondibile quartiere di Little Italy.

Sì, avete capito bene: anche quella della pizza è ufficialmente un’arte. Un’arte praticata con cura e passione da mastri esperti, i cui segreti, custoditi originariamente nell’antica Napoli, sono stati tramandati fino ad oggi.  Un’arte che ha subito, come qualunque altra, un’evoluzione nel tempo, e che oggi è praticata in tutto il mondo, anche se – concedetecelo – come la pizza “originale” napoletana – quella dalla pasta fine fine, dal sapore genuino e delicato, fatta con pochi ingredienti, accuratamente selezionati – non ne esistono al mondo.

Secondo l’UNESCO, a Napoli vivono 3000 “pizzaiuoli” (rigorosamente con la “u”), che tramandano quest’arte di generazione in generazione. E il merito di questo riconoscimento va proprio all’Associazione dei Pizzaiuoli Napoletani – nata nel 1988 -, che ha contribuito a produrre tutte le testimonianze e la documentazione necessaria da sottomettere all’UNESCO per la candidatura inoltrata dall’Italia. Inoltre, l’Associazione ha messo in piedi una “bottega” che accetta 120 nuovi apprendisti ogni anno. Nel 2013, ha inaugurato il primo museo internazionale dei pizzaiuoli, che ha curato un progetto sulla storia della filatura a rotazione della pizza.

Una notizia davanti alla quale la politica italiana ha (legittimamente) gioito: in primis, il ministro per l’Agricoltura Maurizio Martina, che ha cinguettato sul suo profilo Twitter un inequivocabile “Vittoria!”. Un orgoglio del tutto giustificato. Perché arte e cultura, in Italia, non significano solo musei, letteratura, poesia, cinema, archeologia, musica. Arte e cultura, per il Belpaese, sono un ben più generale e complessivo stile di vita, fatto anche di sapori, di odori, di consistenza, di gusto. E quella della pizza è un’arte che più democratica non si può: è per tutti, e non conosce barriere di razza, religione, ideologia, nazionalità, condizione economica e sociale. E’ un’arte accessibile a ricchi e poveri, colti e non, donne e uomini. In una parola, a tutti.

E concedeteci anche una nota conclusiva un po’ polemica, ma – almeno questo è l’intento -, costruttiva. Perché nel Paese più ricco al mondo di arte, storia e tradizione, ma in cui ancora resiste l’inossidabile idea che “con la cultura non si mangia” (massima tratta da una sfortunata uscita dell’ex ministro delle Finanze Giulio Tremonti, dal quale però è in seguito giunta una solerte smentita), la pizza patrimonio dell’umanità può essere, finalmente, l’occasione per sovvertire totalmente questa forma mentis dura a morire. Eh sì, cari italiani, mettiamocelo in testa: con la cultura si può mangiare, e anche bene! E quando la classe politica ne prenderà davvero coscienza, allora sì che potremo rivendicare, a testa alta e senza tema di smentita, che l’Italia è il Paese più bello (e buono) del mondo.

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