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Al Calandra Italian American Institute la dieta mediterranea in tutte le salse

Alla City University di New York, una giornata dedicata alla nostra tradizione culinaria e alle sue mille sfaccettature culturali, politiche ed economiche

Antonino De Lorenzo discute i benefici di una dieta mediterranea

Proprio come l’odierno simposio, la storia della dieta mediterranea segue una narrativa ben delineata, che parte dalla scienza ed arriva fino all’economia e la politica. Analizzarne i contenuti, i benefici, i prodotti, le politiche e le economie non ci rende solo più coscienti di ciò che mangiamo, bensì ci spinge verso una concezione del cibo e della dieta molto più comprensiva. Ci lascia capire l’impatto totalitario del cibo, la sua importanza, non solo a livello salutare, ma a livello sia societario che nazionale. Al Calandra ne hanno discusso esperti internazionali

Non è un segreto. Il cibo è sicuramente tra le cosa che il mondo invidia di più alla nostra terra. Per decenni ormai, la dieta mediterranea, rubando il nome al ricco mare che circonda la nostra penisola, si è appropriata di milioni di diverse papille gustative, rapendole con la complessità e la dolcezza dei suoi sconfinati gusti. Per questo motivo, al Calandra Italian American Institute di New York, un faro della cultura italiana in America, il 23 Ottobre si è svolto un simposio orientato sulla discussione di questa nostra meravigliosa tradizione culinaria.

Il rettore del Calandra Institute Anthony Tamburri introduce un line-up di autorità assolute nel campo della nutrizione. Prima di concedergli il palco, però, interviene il Console Generale d’Italia a New York, Francesco Genuardi. Il diplomatico, primissimo esponente della cultura italiana nella grande mela, ricorda l’importanza di esportare il meglio della nostra cultura in tutto il mondo. Il cibo, ed i benefici della dieta mediterranea, ci spingono oltre i confini del nostro stivale. Fanno in modo che il mondo venga a contatto con le nostre tradizioni, con i prodotti migliori della nostra terra. Partendo da questo presupposto, l’odierno “Nutrition and Health Symposium” esplora a fondo diversi temi scientifici e culturali legati inesorabilmente alla tradizione culinaria italiana.

Il console Genuardi impegnato nel discorso d’apertura.

Apre le danze il direttore dello Sbarro Center for Biotechnology e columnist della Voce di New York Antonio Giordano che, insieme ad una sua disinvolta studentessa, spiega l’importanza del contesto territoriale nel campo medico. “Le malattie nascono, e diventano curabili o incurabili in base al loro contesto territoriale”. L’Italia, grazie alla sua immensa biodiversità, offre ai suoi patroni un contesto che, alla larga, offre abbondanza tale da tenere a bada molte complicazioni mediche, che, in altri paesi del mondo, paiono inevitabili. Danza lungo questo stesso filo logico il Professor Antonino De Lorenzo, direttore della specializzazione nutrizionale all’Università di Roma “Tor Vergata”. Insieme ci spiegano che dal punto di vista scientifico, ortaggi comunemente diffusi in patria, come i pomodori San Marzano, godono di livelli altissimi di rare molecole, come gli antiossidanti. Questi, che nella maggior parte degli altri territori mondiali non arricchiscono la composizione d’ortaggio alcuno, sono un tassello fondamentale di qualsiasi dieta bilanciata. Il licopene, ad esempio, è un antiossidante abbondantissimo nei pomodori San Marzano, ed è a sua volta una delle molecole più importanti nel proteggere le nostre cellule da maligne forme cancerogene. Non a caso, l’Italia è tra le nazioni con la minore incidenza del cancro al seno.

Yian Gu, professore di scienze neurologiche alla Columbia University, parte proprio da qui, dall’interazione tra la chimica interna dei nostri prodotti e quella dei nostri corpi. La brillante scienziata, con tono deciso, costruisce dunque un ponte tra i fattori nutrizionali e l’invecchiamento del cervello. Illustra, in mezzo ad un mare di facce sorprese, che la dieta mediterranea, in particolare la sua ricchezza di antiossidanti e strana composizione di grassi, è di grande beneficio alle nostre cervella. Una dieta bilanciata, ricca di grassi non saturi e antiossidanti, si mostra di fatti un toccasana non solo per i nostri corpi, ma per il mantenimento di una miriade di funzioni cognitive. Seguita da un’intrigante intervento di Iris Maria Forte, ricercatrice presso l’Istituto Nazionale Tumori “Pascale” di Napoli, questa concezione della dieta mediterranea come un intriso toccasana fisico e celebrale, non fa altro che espandersi. Entrando in una vivace discussione dell’effetto dell’ambiente sulla salute, rafforza il messaggio clinico modellato dagli speaker precedenti. La dieta mediterranea fa bene, lo dice la scienza.

Il programma del Simposio “Nutrition and Health”.

Avendo stabilito questo dato di fatto, dopo un breve pranzetto all’Italiana, in quel del Calandra Institute si volta pagina, passando ad una discussione più ampia, che relaziona questa nostra dieta, ad un’identità non solo culinaria, bensì culturale. Vincenzo Milione, demografo dell’istituto Calandra, parte illustrando la diaspora globale degli italiani nel mondo. In tal modo, si sviluppa tra le file del pubblico un’idea concreta della ferocia con quale la dieta mediterranea, accompagnando i suoi consumatori, sia sbarcata oltre-oceano. A questi sviluppi geografici, Fabio Parasecoli, professore e nutrizionista alla New York University, risponde ritraendo la strana, scomposta, eredità che questa tradizione culinaria si lascia dietro. Vista la disinvoltura moderna del campo import-export, mantenere un’eredità concreta e sostenibile diventa un’operazione complessa, sia a casa che all’estero. Per arrivarci, Lisa Sasson, collega di Fabio alla NYU, consiglia d’incrementare l’appetito di conoscenza storica, culturale e sociale che i nostri stessi studenti portano dentro. Partendo da una conoscenza collettiva, si può tutelare l’eredità tradizionale di questo nostro di mangiare, rendendolo un concetto ancora più comprensivo ed espansivo.

Proprio da questo punto, dalla tutela di questi valori, parte l’iniziativa di Massimo Borelli, fondatore della Società Agricola A.R.T.E., che si orienta a tutelare i nostri modelli di trattamento della pasta. Mostra in fatti, che la tutela  delle tradizioni culinarie, se accostata alle giuste innovazioni tecnologiche, crea situazioni simbiotiche sia per i prodotti che per l’ambiente. Tutelare uno vuol dire tutelare l’altro. Questi prodotti dunque, approdano inesorabili e richiestissimi nei mercati oltre-oceano. Tra gli interpreti di queste operazioni di approdo figura anche il prossimo speaker, Maurizio Forte, direttore dell’Italian Trade Commission di New York. La promozione di questi prodotti, ci spiega Maurizio, si orienta in ambe parti sull’autenticità e sui propri benefici medici, poiché non è il cibo in sé che va promosso, ma l’idea culturale dietro. Promuovendo i valori della dieta mediterranea all’estero, come ci racconta poi Gianfranco Sorrentino, presidente de Il Gattopardo Restaurant Group. Il futuro della cucina italiana all’estero sta proprio nell’esposizione dei suoi valori, ma per esaltarli, vanno usati solamente prodotti genuini, che racchiudono dentro di loro non solo il sapore, ma tutti i benefici annessi. Chiude con questi stessi toni il line-up Mike Rienzi, fondatore di Rienzi & Sons, il quale racconta le politiche economiche dell’import-export Americano. Si cercano prodotti tipici, che vengono esportati oltre-oceano per vendere, assieme al prodotto, l’immagine di una nazione intera.

Proprio come l’odierno simposio, la storia della dieta mediterranea segue una narrativa ben delineata, che parte dalla scienza ed arriva fino all’economia e la politica. Analizzarne i contenuti, i benefici, i prodotti, le politiche e le economie non ci rende solo più coscienti di ciò che mangiamo, bensì ci spinge verso una concezione del cibo e della dieta molto più comprensiva. Ci lascia capire l’impatto totalitario del cibo, la sua importanza, non solo a livello salutare, ma a livello sia societario che nazionale.

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