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Quando a Trieste gli americani ballavano il boogie

Presentato all'Istituto Italiano di Cultura di New York il documentario di Chiara Barbo e Andrea Magnani I nostri giorni americani che racconta gli anni del Governo Militare Alleato a Triste, quando gli americani portarono libertà, musica e sport

 

A New York, per le celebrazioni del Giorno del Ricordo, che quest’anno è scalato di un mese causa maltempo, dopo la commemorazione e il dibattito all’Istituto Italiano di Cultura, il Consolato ha ospitato la proiezione del documentario di Chiara Barbo e Andrea Magnani, prodotto da Pilgrim Film con il supporto dell’Ambasciata americana a Roma, dal titolo I nostri giorni americani di cui qui sopra vi proponiamo un estratto.

Il film racconta una pagina italiana della Seconda Guerra Mondiale ancora poco nota. Protagonisti ne sono Trieste e l’America che arriva sulla costa adriatica con l’esercito statunitense di stanza in città in attesa che si decidesse il destino del territorio triestino e giuliano conteso tra il blocco sovietico e quello occidentale.

Attraverso belle immagini di repertorio e interviste con chi quegli anni li ha vissuti, il documentario descrive l’atmosfera a Trieste tra il ’45 e il ’54, durante il Governo Militare Alleato. Una narrazione gioiosa di quegli anni di fermento e contaminazione in cui Trieste si aprì a un nuovo mondo, a una cultura fatta di donne che lavoravano e indossavano pantaloni, di automobili immense, di boogie, di basket e di una freschezza che i protagonisti di quell’epoca intervistati dai due documentaristi ricordano con affetto.

Grazie alla presenza degli americani, dicono alcune delle voci del documentario, Trieste diventò una città avanti sui tempi, aperta, internazionale, moderna. Si parlava inglese, si ballava una musica che in altre parti d’Italia non si era ancora sentita, si esplorava la libertà. E a volte ci si innomorava e si finiva a seguire l’amato oltreoceano.

Le immagini e le parole del documentario esprimono tutta l’eccitazione di quella ventata americana che attraversò Trieste cambiandola, forse, per sempre. Come dice Piero Dorfles in una delle ultime immagini del film, “è rimasta la sensazione di essere stati parte di qualcosa di particolare, di unico […] Di essere italiani ma di avere questa specie di verniciatura anglosassone”.

C’è un tocco di America nell’anima cosmopolita e nello spirito non convenzionale dei triestini.

 

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