Maurizio Cristofolini

Milanese,  instancabile viaggiatore per mare per terra. Scrive e fotografa pubblicando reportage di viaggio su riviste e siti web. Dopo anni di libera professione nel mondo della finanza approda alla produzione televisiva occupandosi di programmi sportivi, di intrattenimento, documentari e informazione. Fotografo per passione e minimalista nelle scelte tecniche ama concludere i suoi scatti   “in macchina” ricorrendo poco alla post-produzione. Autore del libro Sguardi su Roma (Glimpses of Rome nella versione inglese), le sue foto sono da anni esposte all'aeroporto di Fiumicino.

La mattanza del tonno a Carloforte, sull’isola di San Pietro

Verso il 1730 l’isola di San Pietro, nel Sulcis Iglesiente, fu popolata da alcuni coloni di origini liguri cacciati da Tabarka. Questa comunità pegliese parla ancora il dialetto ligure. In quest’area del golfo l’attività principale è sempre stata la pesca e la trasformazione del tonno rosso (Thunnus thynnus) proveniente dalle numerose tonnare. Di queste la più attiva è la tonnara di Carloforte sull’isola di San Pietro che riesce ancora, ma con grande fatica, a sopravvivere e dare luogo ad eventi di grande interesse come, appunto, la settimana del Girotonno giunto ormai alla sua 12ª edizione e che attira turisti e giornalisti esperti di cucina, mentre chef di fama internazionale si confrontano in una competizione gastronomica di altissimo livello.
La sfortuna del tonno sta nell’essere un pesce migratore incredibilmente prevedibile. I tonni che vivono nell'Atlantico migrano verso le acque più calde dei mari chiusi come il Mediterraneo, si muovono su rotte sempre uguali per andare a deporre e fecondare le uova. All’avvistamento dei tonni i pescatori li arpionano o calano velocemente in mare delle reti, una sorta di circuizione.
La mattanza è solo l’ultima fase della pesca del tonno. Il lavoro dei tonnarotti inizia in gennaio quando si preparano le reti stese nei cortili della tonnara, poi in aprile vengono portate a mare. Queste sono trattenute sul fondale da pesanti linee di catene e ancore che, come una sorta di gigantesca nassa, formano ambienti squadrati creando un percorso di corridoi senza uscita che induce i tonni ad infilarsi sempre più nelle camere interne fino ad arrivare alla "camera della morte". Quest’ultima ha il fondo di rete mobile una specie di “pavimento” a maglie strette che viene issato in superficie dai tonnarotti posizionati sui barconi ai lati della camera. Sollevando il fondo fanno emergere i tonni che saranno poi catturati. Oggi il risultato della pesca del tonno con questa tecnica si è ridotto a meno di un decimo rispetto ai tempi passati e i grossi pesci che, un tempo, arrivavano a pesare anche 500/600 kg sono solo un ricordo lontano, almeno dagli anni ‘90. Durante la mattanza una fila di barconi al traino, chiamati “le bastarde”, raggiunge il sito di pesca, si dispongono intorno all’ultima camera e quando tutto è pronto il rais dà il via alla mattanza.
È qui che esplode l’evento. L’emozione è tanta e così anche il cruccio di pensare se sia o no cosa giusta partecipare a una “mattanza/spettacolo”. Ma questa è una piccola industria alimentare che si potrebbe definire pesca sostenibile perché solo un 10-15% di tonni di passo restano nelle reti. Anche se controverso, sanguinoso e crudele l’evento è al tempo stesso emozionante e adrenalinico, tremendo e grandioso. Della tonnara di Carloforte le costruzioni a terra che un tempo ospitavano reparti di stoccaggio, magazzini, forni, cantieri e abitazioni per i tonnarotti stagionali non restano altro che reperti di archeologia industriale.

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