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Sicilia: Regione, Comuni e Province in default. E se la Germania si prendesse l’Isola?

Oltre al default della Regione, ci potrebbe essere il default di tantissimi Comuni dell’Isola (e delle Province). In pratica, il blocco della democrazia. La strana approvazione, da parte del Parlamento siciliano, di una legge (applicazione del Decreto legislativo nazionale n. 118 del 2011) che prevede l’obbligo, per i Comuni, di fare chiarezza su società collegate ed entrate. I casi di Palermo, Catania e Messina

Si racconta, tra il serio e il faceto, che in un recente incontro, in Germania, i tedeschi erano un po’ risentiti. Avevano dato disposizioni precise anche sulla pavimentazione della piazza che sta di fronte il Palazzo Reale di Palermo: via il parcheggio dalla piazza e nuova pavimentazione. Invece è stato eliminato solo il parcheggio per le automobili. Per la nuova pavimentazione bisognerà aspettare ancora un po’.

Ovviamente è una leggenda metropolitana. Ma di cose strane, in questi tempi di Troika, se ne raccontano tante. Palazzo Reale di Palermo è la sede del Parlamento siciliano. E la piazza, neanche a dirlo, è piazza del Parlamento, nella quale, da qualche mese, non si parcheggia più.

La leggenda metropolitana racconta che a dare “disposizioni” sarebbero stati i tedeschi che un giorno non lontano potrebbero arrivare in Sicilia, non si capisce se da turisti o da nuovi padroni. I teutonici avrebbero già scelto dove sistemare la sede di ‘rappresentanza’ della Germania in Sicilia: il Palazzo Reale di Palermo. E il motivo c’è: per almeno sei mesi l’anno vi dimorava Federico II di Svevia, Re di Sicilia e di Gerusalemme, Re dei Romani. E, soprattutto, nipote di Federico Barbarossa. Leggenda metropolitana a parte, i tedeschi conoscono bene il Palazzo Reale di Palermo. Conoscono la Cappella Palatina, le torri. E anche i sotterranei, in verità poco gettonati, che invece a loro sarebbero piaciuti molto.

Con molta probabilità, i lettori, in questo momento, ci staranno prendendo per matti. Leggendo queste

Cappella Palatina

Particolare della Cappella Palatina

prime righe si saranno detti: “Il Palazzo Reale di Palermo ai tedeschi: ma che è ‘sta storia? Cos’è, uno scherzo?”. Solo leggenda metropolitana. Almeno fino ad ora. Anche se  i monumenti che alcuni Paesi hanno chiesto alla Grecia come garanzia sul nuovo prestito non sono una leggenda metropolitana, ma realtà. Così come non è certo leggenda metropolitana il fatto che, con l’avvento dell’Europa delle banche e della grande finanza, parti di alcuni Paesi del Sud Europa potrebbero finire ai tedeschi, ma anche ad altri Paesi del Nord Europa. In fondo è tutta una questione di soldi. L’Europa massonica senza radici cristiane (ricordate? la Costituzione europea che stava per essere approvata…), l’Europa della banche e della finanza ragiona solo con il vil denaro. Altri valori non ce ne sono, a parte, ovviamente, il compasso, la squadra e i grembiuli che, al di là delle chiacchiere, sempre dai soldi nascono e con i soldi proseguono, con buona pace dell’Hiram, specchietto per le allodole (e per gli allocchi)…

Insomma, in vendita non c’è solo la Grecia, ma potrebbe esserci anche la Sicilia. Magari dopo la dichiarazione di fallimento. Non è forse vero che la Regione siciliana è ormai in default non dichiarato? E non è forse vero che, con l’ultima legge approvata dal Parlamento siciliano lo scorso 9 Luglio si sono gettate le basi per far fallire un grande numero di Comuni siciliani? E non è forse vero che, una volta falliti i Comuni, anche le nove Province dell’Isola faranno la stessa fine? Di fatto, si sta profilando uno scenario inedito: una Regione in default, i Comuni e le Province della stessa Regione in default. Tutto voluto da Roma, da un governo nazionale – il governo Renzi – espressione piena della volontà tedesca. Tutto pronto per i saldi di fine stagione…

Ma prima di addentrarci nei ‘numeri’ di Regione, Comuni e Province torniamo a Palazzo Reale. Strano per quanto possa sembrare, piaccia o no, certi restauri, nel Palazzo Reale di Palermo, sono stati fatti in accordo ai desideri dei tedeschi (e in parte anche con i soldi tedeschi). Piaccia o no, ma nella piazza del Parlamento, come già accennato, non si parcheggia più. E piaccia o no, è di qualche giorno fa l’annuncio del presidente del Parlamento siciliano, Giovanni Ardizzone, di una nuova pavimentazione della stessa piazza del Parlamento. Eliminando l’asfalto. Proprio come sarebbe stato auspicato, già da tempo, dalla leggenda metropolitana che vede i tedeschi come protagonisti di vicende siciliane…

Il Palazzo Reale agli eredi di Federico Barbarossa – oggi frutto di una leggenda metropolitana – si incrocia con fatti che leggende metropolitane non lo sono affatto. Parliamo di vicende che prendono l’avvio ad Agrigento e ad Enna nella seconda metà degli anni ’80, quando era già programmata la caduta del Muro di Berlino, Tangentopoli e la trappola della moneta unica europea. L’interesse dei tedeschi per la Sicilia risale a quegli anni. E’ allora che i teutonici decidono che la Kainite custodita nel sottosuolo siciliano (nelle miniere dell’Agrigentino e dell’Ennese: per esempio, a Pasquasia) non dovrà essere sfruttata per non creare problemi alle industrie tedesche che operano nel mercato dei fertilizzanti. E così sarà.

minieraPiaccia o no, ma è da allora che la Sicilia chiude il capitolo della Kainite, un minerale ricco di cloruro di potassio e solfato di magnesio. Da allora non ha chiuso i battenti solo la miniera di Pasquasia, in provincia di Enna: da allora, in Sicilia non si parla più dei solfati. La ‘verticalizzazione’ della produzione (estrazione dei minerali nell’Ennese e nell’Agrigentino e lavorazione nell’area industriale di Siracusa), ipotizzata alla fine degli anni ‘80 dall’ex assessore regionale all’Industria, Luigi Granata, finisce nel ‘dimenticatoio’. A fine anni ’80 chiude la miniera di Pasquasia. E si bloccano anche i progetti per la valorizzazione dei minerali del sottosuolo agrigentino. Aperte resteranno soltanto due miniere di salgemma: la miniera di Realmonte, in provincia di Agrigento, e la miniera arroccata sulle Madonie. Entrambe gestite dall’Italkali, società sulla quale, da sempre, i tedeschi (e non solo loro) hanno gettato gli occhi.

Di solfati non si parlerà più. E infatti ancora oggi la Kainite rimane nel sottosuolo dell’Isola. Attenzione: non ci stiamo inventando nulla. Agli atti, per chi non crede a quello che scriviamo, c’è un discorso tenuto a Sala d’Ercole – l’aula di Palazzo Reale dove si riunisce il Parlamento siciliano – da Guido Virzì, all’epoca deputato di Alleanza nazionale. Virzì fa nomi e cognomi delle società e dei personaggi tedeschi che allora bloccavano (e che ancora oggi bloccano) l’estrazione della Kainite dal sottosuolo siciliano. Se l’intervento di Virzì – che comunque è esaustivo – non dovesse bastare, ci sono, sempre agli atti, i tentativi di alcuni sindacalisti agrigentini che, più volte, hanno provato, senza successo, a rilanciare la questione dei solfati nella provincia di Agrigento.

Un’altra storia strana va in scena a Torre Salsa, una Riserva naturale costiera, sempre in provincia di Agrigento, che si distende lungo il litorale che corre tra Siciliana marina ed Eraclea Minoa. Torre Salsa – gestita dal WWF – è una Riserva naturale particolare. Che insiste, per il 90 per cento della superficie (quasi 800 ettari), su fondi privati. Coltivati a vigneti e ulivi. Una Riserva che piace molto ai tedeschi.

Ebbene, da qualche anno sembra che gli agricoltori che operano dentro la Riserva naturale di Torre Salsa siano oggetto di interessi strani e insistenti. Sembra che incontrino difficoltà nell’esercitare l’attività agricola. E sembra che non manchino i personaggi disposti ad acquistare i loro terreni. E sono in tanti, oggi, a chiedersi: ma chi ha interesse ad acquistare i terreni che insistono in una Riserva naturale? Per fare che cosa, poi?   

Torre Salsa, ovviamente, è una digressione. O quasi. Il tema resta la Sicilia. E la sua disastrosa situazione finanziaria provocata da Roma. E’, forse, sotto questa luce che va vista l’azione portata avanti nell’ultimo anno dal governo nazionale di Matteo Renzi nell’Isola? Una domanda che chiama altre domande: ci sono dubbi sul fatto che Renzi sia schierato con la Germania della signora Angela Merkel? e ci sono dubbi sul fatto che Roma stia facendo il possibile – e forse anche l’impossibile – per far fallire la Regione siciliana? Certo, i giornali nazionali non scrivono che lo Stato, nell’ultimo anno, ha scippato alla Regione quasi 10 miliardi di euro. E nemmeno i Tg trattano tale argomento. Anzi, le informazioni sulla Regione siciliana che passano, a livello nazionale – complici anche forze politiche come la Lega – sono altre (come potete leggere qui). Ma i numeri sono numeri e la realtà non si può alterare.

Gli esponenti di Sicilia Nazione, in una conferenza stampa andata in scena due giorni fa, hanno detto che il governo nazionale vuole fare fallire la Sicilia entro il 2017, scaricando la responsabilità sull’Autonomia speciale della Sicilia. In realtà, la Regione siciliana non potrà mai arrivare al 2017. Al Bilancio 2015, infatti, sono venuti meno da 600 a 700 milioni di euro di fondi ex Fas. Soldi che lo Stato, sulla carta, stanzia per le regioni meridionali, ma che ogni anno vengono sistematicamente dirottati, tutti o in buona parte, alle Regioni del Centro Nord, come sta avvenendo, proprio quest’anno, con 5 miliardi di euro di fondi Pac: risorse finanziarie del Mezzogiorno finite, nel 90 per cento dei casi, a titolo di sgravi fiscali, alle imprese del Centro Nord del Paese.

Non solo. C’è anche da coprire il ‘buco’ di un miliardo e mezzo di euro 2014. Insomma, la Regione siciliana

Palazzo Reale

Palazzo Reale

potrà al massimo arrivare al dicembre di quest’anno, in un probabile quadro di disordini sociali. Perché i 300 milioni di euro che il governo Renzi sta restituendo alla Sicilia (meno di un trentesimo dei soldi che ha scippato all’Isola) serviranno, a malapena, a pagare le retribuzioni a una parte dei soggetti rimasti scoperti. Non è un caso che il plenipotenziario di Renzi in Sicilia, l’assessore all’Economia, Alessandro Baccei, stando almeno a indiscrezioni, vorrebbe togliere il disturbo per tonare nella sua bella e massonica Toscana. Se non altro perché in una Sicilia ridotta senza soldi dal governo Renzi il clima si sta facendo pesante…

Anche il PD siciliano, in verità, avrebbe voluto chiudere l’esperienza di Rosario Crocetta alla presidenza della Regione. Le dimissioni dell’assessore alla Salute o Sanità che dir si voglia, Lucia Borsellino, erano cadute a fagiolo. Considerato il tono ‘morale’ dell’addio della Borsellino al governo, i vertici del Partito Democratico dell’Isola, coscienti di aver portato allo sbaraglio la Sicilia, avrebbero voluto dissociarsi da Crocetta, scaricare su di lui la responsabilità dello sfascio della Regione per provare, magari, a far dimenticare a 5 milioni di siciliani che loro governano la Sicilia dal 2008.

Si racconta che sull’accelerazione della crisi in Sicilia, per rimandare Crocetta a Gela, era d’accordo anche Renzi. Ma, a un certo punto, è arrivato l’alt. Da parte di chi? Non si capisce. Si sa solo che, a un certo punto, da Roma è arrivato l’ordine di mettere una pezza e andare avanti con il governo Crocetta. Da qui la designazione del capogruppo del PD al Parlamento siciliano, Baldo Gucciardi, all’assessorato alla Salute al posto della Borsellino. E di Antonello Cracolici a capogruppo.

Insomma, si andrà avanti fino a dicembre. O forse fino ai primi mesi del prossimo anno. Ma è chiaro che con un ‘buco’ finanziario di 2 miliardi di euro non si potrà fare il Bilancio regionale 2016. Anche perché Renzi ha pronto il solito accantonamento da un miliardo di euro da prelevare dalle entrate regionali. In queste condizioni – con 3 miliardi di euro che mancano all’appello – la fine anticipata della legislatura del Parlamento siciliano è assicurata. Ma prima di far fallire la Sicilia – e questo potrebbe spiegare il rinvio di sei o sette mesi della dichiarazione ufficiale di default della Regione siciliana – bisogna fare fallire i Comuni siciliani. Se non tutti, almeno la maggioranza. A partire dai più importanti. Fantapolitica? Non esattamente.

Nella primavera scorsa, in occasione dell’approvazione della legge di stabilità regionale (leggere Bilancio e Finanziaria regionale 2015), era stato stabilito che nei Comuni siciliani il Decreto legislativo n. 118 del 2011 e il Decreto del Ministero dell’Economia del 2 aprile di quest’anno (agevolazioni incluse) sarebbero stati applicati a partire dal 2016. Il passaggio è centrale. Stiamo parlando dell'armonizzazione dei sistemi contabili degli enti locali e rispettivi enti e organismi strumentali. Semplificando al massimo, possiamo dire che, fino ad oggi, l’attuale normativa in vigore ha consentito ai Comuni siciliani di nascondere una parte consistente dei propri bilanci. Un esempio può essere rappresentato dai bilanci delle società collegate del Comune di Palermo. Ebbene, come hanno certificato (e scritto!) i revisori dei conti a commento del bilancio consuntivo 2014, il Comune di Palermo nasconde i numeri reali – cioiè i 'buchi' finanziari – delle proprie società collegate (come potete leggere qui).

Con l’applicazione del Decreto legislativo n. 118 tutti i Comuni siciliani dovranno rendere noti i veri ‘numeri’ delle proprie società collegate. E inserirli nel bilancio 2015. E questo già di per sé potrebbe avere effetti devastanti su un gran numero di Comuni dell’Isola. Ma c’è di più. Sempre semplificando al massimo, tutti i Comuni, entro la fine di questo mese dovranno accertare i residui attivi e passivi e fare ‘pulizia’. Il problema – serio – si porrà per i residui attivi, cioè per somme che i Comuni hanno messo fra le entrate pur sapendo che si tratta di entrate fantasiose o fittizie.

Con l’applicazione del Decreto 118, ogni Comune dovrà individuare queste entrate fantasiose o fittizie ed eliminarle dal proprio bilancio. Ovviamente non potrà farlo tutto in un colpo. Nel senso che non potrà anticipare con soldi 'freschi' i residui attivi che toglierà dal bilancio. La legge consente il ricorso a un piano di ammortamento trentennale. Ma, nonostante l’ammortamento, la ‘botta’ sarà terribile, perché, a partire dal 2016, verranno a mancare entrate che, bene o male, facevano gioco e consentivano l’approvazione di bilanci in parte fittizi, ma a norma di legge. Adesso, per molti Comuni siciliani si potrebbe profilare uno scenario greco: tagli tutti e subito: perché in assenza di entrate, piaccia o no, bisognerà ridurre drasticamente le spese.

Non osiamo immaginare cosa potrebbe succedere, per esempio, a Palermo, a Catania e a Messina. Fino ad oggi i tre sindaci di queste città – Leoluca Orlando, Enzo Bianco e Renato Accorinti – sono stati bravi, anzi bravissimi a tenere in piedi i rispettivi Comuni. Ma con l’applicazione del Decreto 118 lo scenario potrebbe diventare ingestibile.

Il ciclone 118, con molta probabilità, travolgerà anche le nove Province siciliane. Fino a dieci giorni fa il Parlamento siciliano avrebbe dovuto completare la riforma di questi enti intermedi. Dando vita ai nove Consorzi di Comuni e alle aree-città metropolitane di Palermo, Catania e Messina. Ma siccome i Consorzi di Comuni e le aree-città metropolitane dovrebbero prendere sostanza dai Comuni, fallendo questi ultimi… Insomma il cataclisma finanziario che potrebbe abbattersi sui Comuni dell’Isola renderebbe inutile il completamento della riforma delle nove Province siciliane, perché il fallimento sarebbe generale.      

Resta da capire perché il Parlamento siciliano, che ad aprile aveva deciso (e votato) di rinviare al prossimo anno l’applicazione del 118 (con il tacito impegno che nel 2016 l’applicazione di tale Decreto sarebbe stata rinviata nel 2017 e poi nel 2018…) abbia deciso, improvvisamente, di applicarlo a tamburo battente entro la fine di questo mese, contraddicendo una decisione assunta tre mesi fa che era stata concordata con l'ANCI Sicilia. Che è successo? Sembra che l’ordine di applicare il 118 sia partito da Roma. Perché?

Qui torniamo allo scenario inedito: default della Regione siciliana, probabile default di tanti Comuni, default delle nove Province dell’Isola. In pratica, l’azzeramento della democrazia senza colpo ferire. Perché il commissariamento di Regione, Comuni e Province sarebbe nelle cose. Se ciò dovesse avvenire sarà interessante capire – sotto il profilo della tecnica e della sociologia dell’informazione – come faranno Renzi e il ‘suo’ PD a scaricare sulla Sicilia (o sull’Autonomia siciliana, come direbbe il movimento degli indipendentisti siciliani, Sicilia Nazione) responsabilità che sono del governo nazionale. Perché è il governo nazionale che sta facendo fallire la Regione. Ed è sempre il governo nazionale che, direttamente e indirettamente, sta mandando in default i Comuni e le Province della Sicilia.

Certo, i Comuni dell’Isola si sono incasinati finanziariamente con la gestione dei rifiuti. Ma non è certo il miliardo e 800 milioni di euro di debiti dei Comuni verso i titolari delle discariche (che sono gestite da privati e, in minima parte, anche pubbliche) che potrebbe determinare il default dei Comuni. Che invece potrebbe essere determinato dalla drastica riduzione dei trasferimenti di Stato e Regione (e nel caso della Sicilia, dalla mancata applicazione della legge nazionale sul federalismo fiscale: perequazione fiscale e infrastrutturale che Roma non ha ancora riconosciuto ai Comuni dell’Isola) e, adesso, dall'applicazione del Decreto legislativo 118.

A conti fatti, senza tutto il clamore che sta suscitando la Grecia, la Sicilia potrebbe cambiare ‘dominazione’. Scherzandoci su non è un mistero che siano in tanti i siciliani ad essere convinti che la peggiore ‘dominazione’, per l’Isola, sia stata proprio l’ultima: quella italiana. Del resto – sempre ‘scherzando’ – diventare un Lander tedesco potrebbe essere una soluzione. Anche se i teutonici potrebbero avere qualche problema a ‘digerire’ Lsu, ex Pip di Palermo, trattoristi dell’Esa e precari vari…

Si racconta che, oltre a Palermo, i tedeschi avrebbero dato uno sguardo anche a Catania. Dicono che sarebbero rimasti un po’ impressionati dal fatto che nella città Etnea mangiano la carne di cavallo. Mentre non avrebbero trovato strana la ricotta salata o il pecorino sugli spaghetti al nero di seppia. Sarebbero rimasti colpiti anche dal grande potere di Mario Ciancio (che casualmente, di questi tempi, non attraversa uno dei suoi migliori periodi, come potete leggere qui). Detto questo, il Castello Ursino li avrebbe lasciati senza fiato!

Di Messina i tedeschi non avrebbero capito il perché di tanti massoni e di tante logge massoniche. “Troppi incappucciati”, avrebbero sussurrato. Il pesce stocco alla messinese gli sarebbe andato di traverso. Mentre le olive verdi ripiene con la mollica di pane bagnata li avrebbe conquistati…   

 

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