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Da oltre un mese la Marianne della Freedom Fortilla è bloccata da Israele

L'OPINIONE/ La nave, che avrebbe voluto forzare il blocco della Striscia di Gaza, è stata bloccata nelle acque internazionali. Perché della vicenda non si occupa l’ONU? Magari promuovendo una coalizione di Stati, autorizzandoli a rimuovere il blocco navale israeliano davanti alla Striscia di Gaza?

 

Ricacrdo Gueci è un dirigente pubblico in pensione. Da sempre segue i temi politici. Anche perché la politica la vive da sempre. Da quando, ragazzo, militava nel vecchio Pci. E' un appassionato di politica internazionale. Per noi, ogni tanto, commenta, i fatti nazionali e internazionali. Come la vicenda della  Marianne della Freedom Fortilla. 

Da oltre un mese la Marianne, il peschereccio svedese facente parte della Freedom Fortilla, è sotto sequestro nel porto israeliano di Ashdod, a seguito di una atto di vera e propria pirateria internazionale operata dalla flotta navale israeliana che blocca l'accesso dal mare alla Striscia di Gaza. Infatti, nella notte tra il 28 ed il 29 giugno scorsi, a più di cento miglia dalla costa della Striscia di Gaza, in acque internazionali, la flotta navale israeliana ha bloccato la Marianne, che era diretta a Gaza, invitandola a cambiare rotta. A fronte del diniego del comandante, il finlandese Wello Koevisto, hanno sequestrato il peschereccio con tutto l'equipaggio e gli ospiti imbarcati e l'hanno condotto nel porto di Ashdod e i diciotto ospiti del peschereccio messi in galera. Qualche giorno dopo gli ospiti arrestati sono stati rilasciati perché la stessa magistratura israeliana si era pronunciata per il loro rilascio. La motivazione si riassume nella seguente domanda: come si fa a tenere in galera persone che non hanno commesso alcun reato?

Il gesto compiuto dalla marina militare israeliana è un atto di palese pirateria nei riguardi di un peschereccio le cui armi letali consistono in medicine ed attrezzature mediche per gli ospedali della Striscia di Gaza e da una folta raccolta di disegni degli scolari delle elementari italiane, destinati agli scolari palestinesi di quel territorio.

Va ricordato che la Marianne è un peschereccio armato dal governo svedese a sostegno del movimento locale Ship to Gaza. Ed è stato ormeggiato per tre giorni nel molo Salpancore della Cala di Palermo, ricevuto dal sindaco, Leoluca Orlando, e dal presidente della Regione siciliana, Rosario Crocetta.

La Marianne era sola a tentare di forzare l'abusivo blocco navale israeliano in quanto le altre imbarcazioni della Freedom Flotilla erano rimaste all'ancora in un porto greco perché di piccole dimensioni e non in grado di affrontare il mare grosso di quella notte. Sulla Marianne vi erano 18 persone tra le quali, oltre ai nove dell'equipaggio, c'erano Mohamed Moncef Marzauki, ex presidente della Tunisia, Dror Freiler, sassofonista svedese di origini palestinesi, il poeta svedese, anch'egli di origine palestinese, Amer Sarsour, nonché Bassel Ghattas, deputato della Knesset ed Ana Miranda Paz europarlamentare spagnola. Mancava all'appello soltanto il nostro conterraneo, l'alcamese Claudio Tamagnini, che si era imbarcato sulla Marianne con il mandato formale del sindaco del suo Comune di avviare il gemellaggio tra la città di Alcamo e la città martire di Khan Younis. Ma, per qualche ragione organizzativa interna al gruppo di Freedom Flotilla, era stato trasferito su un'altra imbarcazione ed era rimasto in Grecia.

Non va trascurato il fatto che delle intenzioni di Freedom Flotilla erano state informate tutte le autorità internazionali, compresa l'Organizzazione delle Nazioni Unite. Nessuno aveva sconsigliato l'organizzazione di Freedom Flotilla di dare corso al suo progetto. Né potevano farlo per la ragione che lo scopo di Fredom Flotilla è del tutto conforme al diritto internazionale, mentre il blocco navale israeliano somiglia tanto a un atto di prevaricazione dei diritti del popolo palestinese della Striscia di Gaza e del diritto internazionale.

Non sarebbe l’ora di porre fine agli atti di violenza in questo martoriato angolo del mondo? L'ultimo si è verificato nei giorni scorsi in Cisgiordania dove i coloni israeliani hanno dato fuoco ad una abitazione palestinese, uccidendo, bruciandolo, un bambino, Episodio che ha addirittura fatto esprimere in maniera indignata lo stesso premier israeliano, Benjamin Nethaniau, che ha definito l'episodio un atto di terrorismo compiuto dai suoi connazionali.

Di questi abusi dovrebbe farsene carico l'Organizzazione delle Nazioni Unite, la quale di fronte alla sfida che Israele oppone alle sue risoluzioni mostra tutta la sua debolezza. L'ONU potrebbe, tanto per fare un esempio, promuovere una coalizione di Stati, autorizzandoli a rimuovere il blocco navale israeliano davanti alla Striscia di Gaza. Blocco navale che fa di quel territorio un lager a cielo aperto, da dove è impossibile uscire così come lo è entrarvi.

La violenza non porta da nessuna parte. E l’abbiamo visto negli ultimi anni nel Mediterraneo con il libera alla Francia a muovere un attacco alla Libia. Guerra che ha creato, in assenza di una vera autorità statale libica, la nascita di spinte ed organizzazioni terroristiche.

Se l'ONU non fa farà protagonista del processo di pace in Medioriente non troverà alcuna giustificazione lo spauracchio verso l'affiorare della Jihad e l'estremismo islamico dell'Isis in Medio Oriente e dei talebani in Pakistan o in Afghanistan. L’Organizzazione delle Nazioni Unite o svolge il proprio compito così com'è scritto nella Carta di San Francisco, che ne ha segnato la nascita, o dichiara il suo fallimento storico che è peggiore di quello della Società delle Nazioni. Su questo terreno nella sua storia ha collezionato errori su errori, tanto che , come ripete con insistenza Papa Francesco, siamo in presenza della Terza guerra mondiale, solo che rispetto alle prime due, che l'hanno preceduta, ha la caratteristica di essere una guerra “asimmetrica” e pertanto, in apparenza, meno cruenta e meno globale. Ma il numero delle vittime civili che accumula – li definiscono “danni collaterali” – è di gran lunga superiore a quello delle precedenti esperienze belliche.

Freedom Flotilla non è una minaccia terrorista, non è un'organizzazione sovversiva dell'ordine costituito, non è una minaccia nucleare. E' di più. E' un'organizzazione umanitaria internazionale, composta da volontari di Paesi di ogni continente che si batte contro le ingiustizie, gli abusi, le prevaricazioni e l'imperialismo. Per la pace, la solidarietà, l'amicizia e la pari dignità tra i popoli. E se il nostro presidente del Consiglio dei Ministri avesse un minimo di spessore politico non avrebbe detto durante il recente incontro con il premier israeliano, Benjamin Nethaniau, le solenni corbellerie circa l'appello internazionale delle organizzazioni non governative  com'è, appunto, Freedom Flotilla – di sabotare nei loro mercati nazionali i prodotti provenienti da Israele. Una specie di embargo alla rovescia. Cosa si aspettava Matteo Renzi dalle organizzazioni umanitarie internazionali, dopo che Israele tiene sequestrati aiuti umanitari – che altro sono medicine a macchine medicali? – destinati alle popolazioni della Striscia di Gaza? Che magari i volontari di Freedom Flotilla applaudissero il governo e la marina militare israeliana? Bravo Renzi! Tu sì che non sei degno di rappresentare un Paese civile come l'Italia nel contesto internazionale.

 

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