Cerca

HomepageHomepage

Le denunce di Marco Venturi su Confindustria Sicilia

Le dichiarazioni dell’ex assessore regionale alle Attività produttive ‘illuminano’ di luce sinistra alcuni dei protagonisti di una stagione antimafia. Mettendone in risalto contraddizioni e speculazioni. Appannando in modo pesante la credibilità dell’intero movimento antimafia  

L’effetto Marco Venturi che sta soffiando sulle terre siciliane non ha nulla a che vedere con il fenomeno fisico “se la velocità di un fluido aumenta, la pressione diminuisce” che porta il nome dello scienziato che lo ha osservato. Ma, al pari del fenomeno fisico, sta dispiegando i suoi effetti con l’aumento dell’attenzione alla cosiddetta antimafia di facciata che sta spingendo magistratura, informazione e opinione pubblica a riconsiderare le etichette facilmente attribuite dietro semplici dichiarazioni, spesso o mai accompagnate da fatti concreti.

Forse sta nella considerazione che i fatti preannunciati non sono mai arrivati, la decisione di Venturi di passare dalla condizione di protagonista di quella stagione ad accusatore di alcuni personaggi di primissimo piano che lo avevano sospinto dall’anonimato alla notorietà e responsabilità di un alto incarico assessoriale (Venturi, lo ricordiamo, esponente di Confindustria Sicilia, ha ricoperto la carica di assessore regionale alle Attività produttive nel passato governo di Raffaele Lombardo, dimettendosi negli ultimi mesi per contrasti con lo stesso governatore).

In questo sistema di burattini che Venturi descrive con precisione, Confindustria Sicilia appare un gigante dai piedi d’argilla, pronta a cingersi degli allori del riscatto dopo gli anni bui dell’isolamento regalato ad alcuni suoi aderenti uccisi dalla mafia (come dimenticare Libero Grassi e le parole vili di Confindustria Palermo nei suoi riguardi), ma anche pronta a cadere insieme ai suoi massimi rappresentanti sotto le accuse congiunte dei pentiti e ora dello stesso ex assessore regionale alle Attività produttive.

La stagione in cui per convinzione (pochi) e per convenienza (tanti) hanno proceduto alla sottoscrizione di protocolli antimafia e hanno innalzato le insegne di un impegno tutto da dimostrare sembra entrata in una fase nuova. Lo spirito che ha percorso il mondo dei produttori e dei professionisti siciliani è servito a dare coraggio a un popolo che, per lunghi decenni, ha subìto un dominio quasi culturale oltre che criminale della mafia. Ma quella corrente che con lentezza esasperante ha prodotto fiammate di novità (la nascita del movimento antiracket nell’immobile Sicilia e una legislazione d’assalto ai patrimoni mafiosi) rischia di fermarsi ed essere rigettata indietro da comportamenti contraddittori e dai cattivi protagonismi che mettono a dura prova la credibilità dell’intero movimento antimafia. 

Se Venturi parla così dopo aver fatto parte della “rivoluzione” confindustriale siciliana – fase storica che ha acceso gli animi di Confindustria nazionale e dei vertici delle istituzioni – ci saranno motivi gravi e i timori che esprime andrebbero valutati a fondo, perché nel passato troppe denunce sono state prese sottogamba.

Ma anche la vicenda dei patrimoni sequestrati alle organizzazioni mafiose, con le lunghe ombre gettate dall’inchiesta sulla loro gestione, indebolisce e fa vacillare la percezione netta che la gente vorrebbe tra chi vuole il riscatto dalla mafia e tra chi vuole solo arricchire il proprio patrimonio.

E mentre bianco e nero si sovrappongono fino a confondersi, dalle periferie dell’enorme patrimonio sotto sequestro emergono storie poco edificanti che, se provate, creano una pericolosa equivalenza tra i pubblici amministratori siciliani, che nel tempo hanno dilapidato gigantesche risorse pubbliche destinandole a opere inutili o alle clientele, e i curatori dei patrimoni sotto sequestro che, invece di amministrarli secondo la regola del buon padre di famiglia trattandoli come una ricchezza da salvaguardare e incrementare, li hanno utilizzati come personali bancomat.

La differenza tra la cattiva politica richiamata da Libero Grassi – che produce cattive leggi e crea legioni di clienti, povertà e privato arricchimento – e i cattivi amministratori di un bene in custodia pubblica, o divenuto dopo la confisca, pubblico, appare nullo.

Se il ceto politico burocratico che tradisce il proprio mandato e non si occupa del bene comune è oramai indicato con disprezzo come il fattore primo dell’arretratezza siciliana, stessa attenzione e condanna dovrebbe essere riservata a questo nuovo ceto che ricalca vecchie orme e nutre le stesse ambizioni. 

 

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter