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L’Italia e la sua lingua nazionale all’estero

L’Italia è un Paese strano. Mentre Germania o Spagna stanziano milioni di euro per il Goethe Institut o per il Cervantes, noi riserviamo poche centinaia di migliaia di euro per la nostra cultura all’estero.  Del resto, cosa c’è da aspettarsi da una classe politica che trova del tutto normale sbaraccare l’Accademia della Crusca o il Maggio Musicale Fiorentino? 

Ho cercato fra i luoghi dei ricordi, in cassetti e cartelle, le tesserine verdi con il profilo di Dante che rilasciava la gloriosa Società Dante Alighieri agli alunni delle scuole medie e superiori che in quegli anni erano costretti ad associarsi, quasi per obbligo scolastico. Qualcuna sarà forse rimasta in mezzo alla pagina di qualche libro. Fatta una visita online per rivedere quel cartoncino, ho avuto la sorpresa che la praticissima ebay ne vende, a partire dagli anni Trenta, a prezzo di antiquariato che varia dai cinque ai sette euro. Non sapevo che quel cartoncino con il mio nome e cognome avesse con gli anni acquistato tanto valore, più di un normale francobollo di quel periodo. E cercherò ancora e meglio quelle preziose tessere. A parte il valore affettivo che cominciano ad acquistare con l’età certi piccoli oggetti di tempi andati. Onore comunque alla Società che fu fondata nel 1889 da un gruppo di intellettuali, promotore Giosuè Carducci, che sottoscrissero il Manifesto agli italiani. Eretta ad Ente Morale con Regio Decreto n. 347 del 18 luglio 1893 e dal 2004 assimilata ad una ONLUS, ha come obiettivo di"tutelare e diffondere la lingua e la cultura italiane nel mondo".

La mia esperienza con la Dante Alighieri a New York è stata alquanto piena di peripezie (in senso greco classico). Confortato da un aggancio con la sede di Palermo, in occasione della presentazione al Jolly Hotel (allora italiano) del mio secondo volume di Stratigrafia del comune di Prizzi come metafora della storia dell’Isola (vol. ii, L’Ottocento, pp. 782, Prizzi, ed. Comune di Prizzi), cosa che per alcuni compaesani fu occasione di conoscenza, per altri di una rimpatriata, cercai la sede sotto la guida di un esperto della città, il pastpresidente dell’Osia, Joseph Sciame. Dopo infiniti giri fra scuole e centri dello stesso nome, siamo riusciti a trovare il luogo. Un maestoso portiere in divisa ci fermò, citofonò, ma non siamo potuti adire al piano e all’Istituto: la direttrice era in trasloco.

In occasione di altre presentazioni di miei volumi non ho più ritentato, come pure per l’inutile approccio a “Casa Sicilia”, aperta in un piano dell´Empire State Building. D’altronde se si equipara lo stanziamento dei milioni di euro per il Goethe Institut o per il Cervantes alle misere centinaia di migliaia di euro dei nostri governi, si possono comprendere l’interesse per la nostra cultura all’estero e i risultati. E non si può attendere altro da Governi che non si preoccupano tanto della chiusura dell’Accademia della Crusca o del Maggio Musicale Fiorentino, quanto dire. La cultura non rende, se non a livello di feste strapaesane, sono più popolari le regalie (da “re”) mensili di misere ottanta euro che non hanno sollevato la miseria di nessuno o l’esenzione della tassa sulla prima casa.

Eppure Dante occupa un posto di grande prestigio a New York e durante le mie incursioni culturali nella Big Apple riceve sempre la mia visita privilegiata. Se ne sta pensoso e maestoso in quel giardinetto, proprio davanti al mirabile Lincoln Center e alla sua fantastica piazza, proprio di fronte nel piccolo Dante Park in Dante Square. Onore al Cavalier Carlo Barsotti, l’editore de Il Progresso Italoamericano (1879-1989), il più antico e benemerito giornale scritto in italiano negli Stati Uniti (vedi online il mio Dante a New York del 24 luglio 2012 in LionsPalermodeivespri.it). La stampa ha avuto nella città un posto di onore nella promozione della cultura e della identità italiana, progetto e privilegio che questa testata porta avanti con grande prestigio ed onore per la qualità e la quantità degli interventi. Ciò ci rende orgogliosi di essere italiani e americani e ne ringraziamo il direttore per l’impegno costante.

Queste note, per certi aspetti personali, rispondono ad obiettivi più alti che il semplice desiderio di ritrovare il profumo del passato. Esse in effetti traggono spunto da un fatto eccezionale. Per la prima volta è stato dato grande risalto in tutti i mass media, stampa e tv nazionali, all’82° Congresso internazionale della Società Dante Alighieri, che si svolgea cadenza biennale su temi diversi. A parte l’eccezionale ricorrenza, in cui cade, il 750° anniversario della nascita del Divino Poeta, il convegno si è svolto all’insegna trainante dell’Expo al cui logo ha voluto alludere con l’emblematico tema di “Alimentare la presenza dell’Italia nel pianeta”. Ma a dare eccezionale visibilità all’evento è statol’intervento ufficiale, anche questo per la prima volta, del presidente della Repubblica, il palermitano Sergio Mattarella, che è andato oltre al simbolico istituzionale Alto Patronato del Presidente della Repubblica. Quanto gli stiano a cuore cultura e insegnamento che la sostanzia e nutre è la sua presenza odierna all’inaugurazione dell’anno scolastico in un quartiere di confine di Napoli, a Ponticelli, con la stessa solennità delle tradizionali inaugurazioni degli anni giudiziari e alla presenza del ministro dell’Istruzione.

Nel suo intervento al Museo Diocesano egli ha ricordato che "Dovremmo essere più impegnati nel promuovere e assicurare la conoscenza della nostra lingua agli immigrati che si insediano nel nostro Paese". Ed ha spiegato che "In Italia la lingua italiana può essere veicolo di integrazione tra cittadini e le diverse comunità di immigrati che si sono insediate nel nostro territorio. È la lingua della reciproca comunicazione, è conoscenza, che abbatte muri e previene la formazione di ghetti". E pertanto «allo stesso tempo le istituzioni pubbliche dovrebbero riservare particolare attenzione alla diffusione e alla difesa della lingua italiana nei Balcani e nei Paesi della sponda sud del Mediterraneo dove può diventare anche strumento di pace, amicizia e collaborazione». Già il presidente della Società Dante Alighieri Andrea Riccardi aveva sottolineato che "Abbiamo un enorme patrimonio da mettere a regime che è fatto di simpatia per l’Italia, per la sua cultura, la lingua, la musica, il design e lo stile di vivere italiano. Avvertiamo come sempre più urgente la necessità di diffondere un diverso livello di attrazione per favorire l’inserimento del nostro Paese sugli scenari del mondo. Promuovere la lingua italiana significa offrire un’importante occasione di rilancio al Paese, dal punto di vista culturale, ma soprattutto economico".

La cultura italiana, nell’accezione più vasta ed articolata, e la Società Dante Alighieri che la rappresenta all’estero con le sue sedi capillari avevano bisogno di questo palcoscenico mediatico e di questo autorevole appoggio. C’è una diffusa sensazione di globalizzazione linguistica e di omologazione culturale che pretende in nome di una utilizzazione prettamente pratica, finanziaria ed utilitaristica, di imporre dall’alto alla Nazione una lingua estranea all’identità e alla sensibilità italiana. Parlare di Accademia della Crusca è bollato come arretratezza e vieto nazionalismo.

Tuttavia con sommo disaggio si accoglie il concetto restrittivo di “integrazione” dei cosiddetti “lungostranieri” e “lungosoggiornati” che l’Europa delle libertà e della democrazia e anche l’Italia con legge del 2010 obbliga a superare dei testi linguistici A2 per ottenere il permesso di soggiorno.Disaggio e umiliazione per i tanti italiani che nel secolo scorso storpiarono i loro nomi e cognomi per camuffarsi fra la maggioranza anglofona degli States. Il progetto di “integrazione” è opposto a quello di “accoglienza” e mira ad imporre un principio di preservazione e protezione nazionalistica. New York è eccelsa ed unica nel contesto degli States e delle Nazioni del mondo, perché è il miracolo del meltingpot, la piena realizzazione umana e culturale di tutte le culture e di tutte le razze, senza predominio, privilegi o pregiudizi. Perciò New York è l’universo delle culture, la ricchezza delle umanità.

Ancor più si prova anche un certo frastornamento, quando si apprende che in alcune Università italiane si obbligano per delibera di organisettoriali tutti glistudenti italiani a seguire le lezioni in inglese. Il Senato accademico del Politecnico di Milano, rettore Giovanni Azzone, con delibera del 2011 aveva imposto con baldanza che "almeno 100 insegnamenti fossero tenuti da docenti stranieri» e che le lauree magistrali e i dottorati di ricerca a partire dall’anno scolastico 2014-2015 si tenessero «esclusivamente" in inglese.  Il decreto, bocciato dal TAR in quanto violava la Costituzione, il regio decreto del 1933, il diritto di insegnamento, il primato della lingua italiana e contravveniva alle indicazioni della Crusca, lasciava però ai professori di ogni singolo corso di laurea la possibilità di insegnare in inglese, diciamo in quell’ibrido aborto del globish (straordinario il francese Jean-Paul Nerriere), inglese semplificato di neoprofessori, apprendisti stregoni di inglese.Astuzia tutta italiana di aggirare legge e ragionevolezza. Oculatamente Il TAR aveva ritenuto "irragionevole" che l’uso del cosiddetto “inglese” potesse condurre verso l’internazionalizzazione: in Italia si parla italiano, lingua così ufficiale da far prevedere anche la protezione dei dialetti. Immagino quale eccezionale internazionalità potrebbero avere i progetti di un ingegnere che si è laureato in inglese. Con questo criterio a Gae Aulenti o a Massimiliano Fucsas, per citare qualcuno, sarebbe dovuta mancare la grande opportunità internazionale. Non si vuol ammettere che sono i grandi studi tecnici ad occuparsi delle quisquilie di contatti e contratti internazionali.

Come si intende conciliare queste madornaliantitesi? Da un lato l’idea di imporre la nostra identità culturale, addirittura linguistica, agli stranieri con l’obbligodi una brutale integrazione e dall’altro l’imposizione di questa estrosa originalità dall’alto agli studenti, insegnare in inglese a giovani che a stento riescono a decodificare la lingua italiana. Ma si crede realmente che un giovane uscito a giugno dalle nostre scuole superiori sia in grado a settembre di seguire una lezione in inglese? E, se, come suo diritto, ha studiato a scuola il tedesco o il francese? E con quale vantaggio nell’apprendimento di conoscenze tecniche o di episteme in generale? E inoltre si crede realmente che un nostro insegnante possa affrontare una lezione in inglese? Tranne che si vogliano assumere nei nostri Atenei solo cattedratici di madre lingua inglese. Tanto vale che con maggior precisione linguistica e probabilmente con maggior profitto si vada a studiare a Cambridge-Oxford, al Mit o alla Yale. Le nostre Università, nonostante lo strombazzato diritto costituzionale allo studio e all’istruzione, cominciano a costare un po’ troppo e a diventare opportunità esclusiva di élite.

 


Carmelo Fucarino, siciliano di Prizzi, dopo essersi laureato in lettere classiche nell’Università di Palermo, ha insegnato lingua e letteratura latina e greca presso il Liceo classico «G. Garibaldi» della stessa città. Sensibile alla poesia, ha pubblicato la raccolta di liriche Città e ancora città e Percorsi di labirinto, e ha dato contributi a riviste del settore letterario italiano. Nel campo specifico degli studi classici ha svolto un'ampia e continua attività di saggista, e ha collaborato nella redazione di una Grammatica di greco sotto la direzione dell’illustre latinista dell’Università di Torino, prof. Italo Lana. Oggi, oltre alle congeniali ricerche e saggi sulla civiltà classica, ha ampliato il campo di indagine nel settore della storia locale con una monumentale storia di Prizzi, in tre ponderosi volumi che nella microstoria documentano la concretizzazione della macrostoria, e si è occupato con diversi contributi dell’etnologia e delle tradizioni popolari siciliane. 

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