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E tu, la conosci Roma?

Una immagine di Roma in una ripresa del film di Paolo Sorrentino

Una immagine di Roma in una ripresa del film di Paolo Sorrentino

La rubrica di Marco di Tillo si trasforma ne "La mia Roma", in cui ci racconterà la città eterna di oggi vista da chi ci vive da più di sessant'anni

 

Com’è Roma ? Chi la conosce sul serio? Come respira? Dove comincia?

E io, io che abito qui da più di sessant’anni, la conosco davvero?

La risposta è no. Nessuno la conosce questa grande, immensa, meravigliosa e stupida città, perché lei è come un grande e subdolo verme, uno di quelli che se gli tagli la testa, la testa ricresce, non si sa come, forse per magia, forse per un errore della natura. Ecco, forse Roma è proprio un grande errore, un disegno non terminato.

Francesco De Gregori, grandissimo poeta e cantautore che frequentava la mia stessa scuola, il liceo Virgilio sul Lungotevere, è anche uno che a Roma c’è nato, come me. In una sua canzone dice che per le strade di Roma c’è carne fresca che gira, lucciole sulla Salaria e zoccole in via Frattina, facce nuove e lingue da imparare, posti dove nascondersi, case da occupare e tutto si consuma e tutto si combina perché il futuro, nelle strade di Roma, passa, non perdona e gira come un ladro. 

E’ forse tutto questo Roma? No. Neanche questo.

La grande bellezza

E allora sarà invece ciò che ci ha mostrato il regista Sorrentino, quello che ha scritto e diretto il film La grande bellezza? Ammesso e non concesso che un quarantenne napoletano che vive qui solo da pochi anni possa aver capito davvero bene questa città, è possibile che Roma sia davvero quelle immagini forzatamente felliniane con i fenicotteri rosa sul bordo del terrazzo a vista Colosseo e una specie di Madre Teresa che si genuflette in terra davanti agli attoniti presenti? Sono forse quegli yuppies deficienti che ballano sul tetto di Via Veneto all’inizio del film oppure il giornalista ben vestito, cinico e annoiato,  magistralmente interpretato da Toni Servillo, che passeggia alle tre di notte lungo l’argine del Tevere?

No. Nemmeno questo è Roma. Che poi lo voglio vedere il giornalista ben vestito a passeggiarci davvero sull’argine del fiume dove a quell’ora c’è praticamente di tutto, tra spacciatori, delinquenti comuni dell’est e dell’ovest, transessuali e vagabondi di ogni tipo. Direi  che all’essenza di questa città si avvicina forse di più un altro film, molto più piccolo, artigianale, in bianco e nero. Sto parlando di Sacro GRA, il lavoro di Gianfranco Rosi che ha vinto il Leone d’oro all’ultimo Festival del Cinema di Venezia. I suoi  protagonisti vivono tutti ai margini, sul raccordo anulare, molto lontano da Piazza di Spagna. Sono curatori di palme malate, nobili decaduti, attori di fotoromanzi, tenutari di palestre di periferia, pescatori di anguille nel fiume e, naturalmente, prostitute e transessuali. Rosi c’ha messo due anni a girarlo ‘sto film, andandosene in giro con il suo camper su e giù per il raccordo. 

Già. Ma anche questo non è tutto. Neanche lui probabilmente l’ha capita bene, perchè Roma è sempre un passo più avanti. Il passo dei sindaci che si sono succeduti nel tempo alla sua guida credendo di poter domare un cavallo assolutamente indomabile. L’arroganza dei politici di tutti i partiti che hanno sempre rubato, depredato, sconquassato casseforti pubbliche e stravolto completamente le sicurezze dei cittadini. Gli avamposti abusivi sparsi ormai dappertutto, pieni di gente che viene dall’est e che sogna un futuro diverso che non vedrà probabilmente mai, ma che nel frattempo dorme sotto una tenda, sopra un cartone, in nome di una libertà che non esiste e non ci sarà.

E allora Roma che cos’è? Non è certo il viso sconosciuto delle migliaia di negozianti cinesi che, dalla zona di pazza Vittorio  dove prima si erano concentrati, si stanno allargando ogni giorno in ogni parte della città come tante api operose. Non è le colf filippine e rumene che lavorano come badanti nelle nostre case, prendendosi cura a pagamento dei nostri bambini e dei nostri anziani, come implacabili soldati mercenari. Non è il nuovo grande immenso Papa Francesco che ogni domenica si affaccia alle 12 dal suo balcone per benedire un popolo sempre più impaurito e depresso. Non è le migliaia di automobili e motorini che popolano le strade di questa città ridotta sempre più ad un grande garage a cielo aperto. Non è nemmeno i gatti dei Fori, né le signore gattare che danno loro il cibo. Non è il goal di Totti né l’aquila dei laziali che vola sugli spalti dello stadio.

Due grandi autori che si chiamavano Garinei & Giovannini hanno scritto una famosa commedia che ha un titolo famoso, “Roma nun fa la stupida stasera”. Ecco, forse Roma è solo questo. Una bella signora che, almeno per una volta, dovrebbe restare  seria per lasciarti vivere un sogno, anche se sai che quel sogno non è la realtà e che quella città non è solo quella che stai vedendo in quel momento, in una magica serata sotto le stelle. E poi tutti verranno qui a dire che la vecchia Roma non è più quella di un tempo, che a passeggiare sul lungotevere gli innamorati non ci vanno più e che nessuno canta più gli stornelli e le serenate di quando era giovane. Non credetegli. Roma è ancora qui, identica. Niente è realmente cambiato nel fondo, niente è scomparso per sempre. Come una bella signora, appunto, che finge ancora di sussurrarti dolci parole d’amore a cui, però, lei non crede per niente. Ma sei tu, romano o non romano, che devi crederci. Solo per un giorno, un mese, oppure… solo per un’altra volta.

 

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