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La morte del verde pubblico di Palermo sintomo di una città allo sbando

Palermo e il verde pubblico/ In queste ore hanno chiuso il Parco Uditore per mancata disinfestazione. Prima hanno chiuso il Parco Cassara e Villa Giulia. Il tutto mentre i palermitani pagano come polli le tasse comunali più salate d’Italia per retribuire 4 mila raccomandati che non fanno una mazza

 

Diciamolo con tutta franchezza: a Palermo il verde è un moribondo al cui capezzale non si affollano i medici, ma i becchini. La superficie totale del verde fruibile dai cittadini è poco più di 150 ettari, comprensivi delle aiuole spartitraffico e delle alberature. I pochi spazi verdi rimasti (in queste ore si stanno abbattendo altri alberi per far posto al Tram) chiudono uno a uno, vittime in apparenza di motivi diversi, in realtà della stessa malattia che sta corrodendo la città: una diffusa, drammatica incuria.

Al Parco Cassarà aperto da due anni, dopo l’avvistamento dell’amianto, si chiude ma invece di agire con celerità per restituire ai cittadini uno spazio vitale, si tergiversa e finalmente è messa a bando la prima gara per ripulirlo: 20 mila euro. Forse una colletta tra i cittadini sarebbe stata più veloce e prodiga.

Villa Giulia è stata posta sotto sequestro dalla magistratura per incuria e degrado: qualcuno aveva pensato bene di usare la villa per rifornirsi di testimonianze artistiche dell’800. E notizia di qualche ora fa il Parco Uditore chiude. E’ una chiusura prudenziale, l’associazione che lo gestisce ha chiesto da mesi alla Regione siciliana autonoma di eseguire la disinfestazione. Gli uffici della Regione hanno fatto sapere che il Bilancio 2015 è stato approvato qualche settimana fa. E che quindi non c’è stata la disponibilità finanziaria. Domanda: se non c’è il Bilancio non si attua la disinfestazione? E se qualcuno ci lascia la pelle punto da una zecca?

A questo punto si pone dunque il famoso interrogativo: la gestione pubblica dei servizi davvero produce solo disastri e costi esorbitanti? Neanche nell’Unione sovietica del tutto pubblico si registrava un livello di inefficienza paragonabile a quello che si registra a Palermo. Come un Re Mida alla rovescia, tutto ciò che il pubblico gestisce nel capoluogo dell’Isola si sfarina, a cominciare dal verde cittadino: non si effettuano le manutenzioni e, come nei casi che abbiamo citato, parchi e ville non sono fruibili dai cittadini. Nonostante eserciti sterminati in uomini e mezzi, il patrimonio verde di Palermo frana: si chiude, si tagliano alberi, si lascia marcire. Perché?

La risposta è semplice: Palermo preferisce il mantenimento dell’occupazione per gli ex Gesip, gli ex Dl 24, gli ex Amia invece di preoccuparsi del bene della città. Il sindaco Leoluca Orlando, in un’intervista, si pone la domanda: “Reset (la società che si occupa del verde in città e ha assorbito la vecchia Gesip) e Rap devono dimostrare che oltre a costare sono utili”. In realtà, tutto quello che la politica poteva fare camminando sulla vecchia strada l’ha fatto. Tra verde, manutenzione e pulizia, Palermo impiega circa 4000 operatori, ma i risultati sono deludenti. Gli amministratori e i dirigenti sbraitano ordini e nessuno li ascolta, spesso sono boicottati, altre volte poco incisivi e spesso timorosi. I 4000 invece di essere al servizio della città, la calpestano. Diciotto mesi fa l’attuale presidente della Rap, Sergio Marino, ha promesso ordine e pulizia. La promessa si è rivelata falsa, perché la città affoga nei propri rifiuti. Al settore verde sono arrivati 600 addetti: una cifra bastevole a curare il verde di città ben più grandi di Palermo, eppure neanche l’ordinario decoro riesce a essere assicurato.

Come un esercito di devastazione invece che di difesa, gli uomini che dovrebbero prendersi cura del verde, della pulizia, della manutenzione di strade e palazzi comunali, tralasciano il proprio dovere e sono inutili alla collettività. Rompono i patti (avevano assicurato di lavorare se li avessero aiutati a mantenere il proprio stipendio), rendono vuoto e senza speranza ogni buon proposito degli amministratori pubblici e costano moltissimo ai contribuenti.

Sbagliare è umano, perseverare è diabolico. Questa Giunta comunale di Orlando che tanta speranza aveva suscitato dopo il decennio di Diego Cammarata sta demolendo la sua bella immagine per colpa di questo esercito di uomini che massacrano la città con la loro ignavia, la loro strafottenza, l’impunità, la certezza che nulla di male, qualunque cosa facciano, gli accadrà.

Amministratori onesti non bastano. Il terreno che li accoglie è una palude e senza che se ne accorgano sono prigionieri e incapaci di fare.

Restano ancora due anni a Orlando. Due anni che può utilizzare per sconfiggere il vero male di questa città: la mafiosità diffusa, il “bravismo” che la corrode. Ma deve far saltare il tavolo. Le società pubbliche non sono un tabù inviolabile. Finora sono state rifugio per chi non vuol fare. Non servono le minacce. Quando la cattiva pratica del non fare è di massa, tutto è inutile, Quando la minoranza di volenterosi – che pur esiste – è minacciata, nessun margine di miglioramento è possibile. La maggior parte del tempo del mandato è stato impiegato a risanare i conti, a mettere ordine finanziario, a far proseguire importanti opere pubbliche. Ma la città affoga nel degrado per colpa di questo esercito del non fare che la irride, la sfotte, la prende in giro e per di più si prende pure i suoi soldi.

Ripetiamo, diritto pubblico e privato forniscono strumenti possibili per cambiare. Chi l’ha scritto che deve essere una società a capitale interamente comunale a gestire la pulizia della città? Dove è stabilito che il verde deve essere posto nelle mani di chi non vuol saperne di lavorare? E che le manutenzioni debbano costare cifre esorbitanti per stipendi e rendere poco o nulla come risultati?

Ma attenzione, le parti adesso sono rovesciate. Gli uomini del non fare sono abili e mimetici. Si comportano sotto questa Giunta comunale come con l’altra e guardano l’orologio. Il tempo che rimane a questi amministratori per andarsene. Pensano che Palermo è abituata a tutto e dovrà sopportarli sempre. Al sindaco la parola. La persuasione non serve. Servono esempi forti. 

Foto tratta da milocca.wordpress.com

 

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