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Ma l’appartenenza della Sicilia all’Italia è legittima? E il Regno delle due Sicilie?

In questo ‘viaggio’ nella storia dell’Isola proviamo a raccontare il lungo cammino che ha portato la Sicilia a far parte dell’Italia, passando anche dal Regno delle due Sicilie. Interrogandoci sulla legittimità dei passaggi storici, spesso tormentati. Fino alla festa della Repubblica (2 giugno)…

Tempo addietro un giovane, appassionato di cose siciliane, mi chiese cosa ne pensavo delle conseguenze giuridiche della nullità del Plebiscito del 21 ottobre 1860 che sancì l’annessione della Sicilia all’Italia. Lo liquidai in due battute, dicendogli che neanche il regime precedente era pienamente legittimo e che comunque dopo 150 anni non era più opportuno farsi troppe domande. Ma era una risposta sbrigativa. Sapevo bene che la questione giuridica era molto più complessa. E non era la prima volta che mi confrontavo su questo tema. Un’altra persona di cui non ricordo più il nome, un vecchio indipendentista, mi aveva posto la stessa domanda tanti anni fa, e mi aveva costretto ad approfondire. Ne è venuta fuori questa ricostruzione, che metto oggi sotto forma di un vero e proprio “dialogo” per alleggerirla un po’. So bene che di fronte all’emergenza sociale che oggi incendia la Sicilia, le questioni in punta di diritto e di storia potrebbero sembrare puri sofismi. Ma non per questo credo che sia una cosa poco importante. Proprio l’imminente festa della Repubblica (il 2 giugno p.v.) ci deve indurre a riflettere su quello che stiamo festeggiando e se c’è veramente qualcosa da festeggiare. Anche perché credo anche fortemente che, senza legittimità, nessun governo di fatto possa durare a lungo.

È legittima l’appartenenza della Sicilia all’Italia?

Dipende. Cosa intendi per “legittima”?

Intendo “conforme a legge”. Ho sentito dire che l’Italia ha occupato la Sicilia con l’inganno ed ha tradito tutti i patti sottoscritti con i Siciliani…

Bene. Secondo me esistono due soli fonti di legittimità: quella originaria e quella derivata. Se guardiamo alla prima arriviamo a una conclusione, se guardiamo alla seconda, si arriva a una conclusione completamente diversa.

Ma cosa intendi per “originaria” e “derivata”?

La sovranità originaria è quella che deriva dal “Diritto di natura”, il quale sancisce da sempre il Diritto all’Autodeterminazione dei Popoli. Secondo questa linea ogni Popolo ha tutto il diritto di scegliere a quale formazione politica sovrana appartenere. In una parola, la sovranità originaria appartiene alla fin fine alla “Volontà della Nazione”.

E la sovranità derivata?

La sovranità derivata è invece la “legittimità” del passaggio dal precedente ordinamento all’attuale. Cioè ogni ordinamento deve essere istituito sulla base di una possibilità prevista dall’ordinamento previgente. Non basta la forza o il “diritto di conquista” per sancire questa legittimità, altrimenti si tratta soltanto di una “occupazione”.

E perché dici che i due tipi di sovranità portano a conclusioni diverse?

Perché fino a che i Siciliani si sentiranno italiani (o un’ampia maggioranza degli stessi) allora la sovranità italiana sulla Sicilia sarà da considerarsi pienamente legittima. Ma il giorno in cui il 50 per cento più uno dei Siciliani non andasse più a votare per le elezioni politiche, allora questa appartenenza non sarebbe più così incontrovertibile. Diciamo quindi che, ad oggi, vista la progressiva disaffezione dei Siciliani alla politica si potrebbe dire dubbia ed indeterminata. Mentre dal punto della sovranità derivata l’appartenenza della Sicilia all’Italia, e con questa all’Unione Europea, è platealmente illegittima.

Addirittura! Platealmente illegittima? E quale sarebbe, secondo il principio della sovranità derivata, il governo legittimo della Sicilia?

Adesso forse mi prenderai per matto, ma l’unica forma di stato legittima in Sicilia oggi è il “Regno di Sicilia”, con la Costituzione del 1848, lo “Statuto del Regno di Sicilia”. Sì, quella di Ruggero Settimo.

Questa poi…

Non è molto difficile dimostrarlo.

Provaci, allora.

Anche la sovranità derivata ha un punto di partenza nella sovranità originaria, e nella consuetudine. Potrei dirti, intanto, che per molti secoli nessuno ha mai messo in discussione il fatto che la Sicilia, la cui corona ha fatto il giro dell’Europa, era comunque uno Stato-regno a sé stante, ma questa condizione legittima non era un fatto transitorio, era una condizione strutturale, forse in ultimo derivata dalla geografia insulare, che affondava nell’Antichità pre-romana.

Intendi dire il Regno di Sicilia che va dall’incoronazione di Ruggero II nel 1130 alla fusione nelle “Due Sicilie” nel 1816?

No, “anche” quello, ma molto, molto di più.  La sovranità originaria in Sicilia risiede in ultimo nelle “Poleis”, cioè, per varie e continue trasformazioni, gemmazioni e accorpamenti, in quelli che oggi sono i 392 Comuni dell’Isola. Il Regno di Sicilia stesso era una federazione di Città-Stato e Stati feudali. Oggi si parla di accorpamenti funzionali di Comuni troppo a cuor leggero. I Comuni sono realtà geopolitiche distinte, non organi periferici dello Stato. Sono come i Cantoni svizzeri. La “sovranità siciliana”, in ultimo, parte da loro. Sono i “Comuni” (Sicelioti, o Indigeni, ma anche quelli Punici) che nell’Antichità, attraverso vari passaggi, furono ricondotti infine a far parte del “Regno di Sicilia”. Il Regno di Sicilia nasce con Agatocle, come federazione di Città-Stato, con la sola esclusione dell’estremo occidente, che però era federato in un’altra formazione politica: l’epicrateia punica. Ancora in Età moderna i Parlamenti del Regno di Sicilia non erano altro che una “Dieta di Comuni”, dove i Comuni feudali erano rappresentati da Baroni ed Abati e quelli repubblicani dai Sindaci.

E i Romani?

I Romani non distrussero il Regno di Sicilia. Si limitarono, come poi avrebbero fatto con tutti i Regni ellenistici, a trasformarlo in “Provincia”. La Sicilia diventò quindi “Provincia” (cioè “Nazione”) di un Impero potenzialmente universale. Il Regno di Sicilia (che per inciso inglobava ora anche la parte occidentale) diventava provincia, esattamente come il Regno di Pergamo era la Provincia di Asia, il Regno dei Seleucidi la Provincia di Siria, il Regno dei Tolomei la Provincia di Egitto e così via. Da allora in poi la Sicilia sarebbe entrata a far parte di un impero universale, quello Romano, e poi Romano-Cristiano, di cui teoricamente avrebbe fatto sempre parte.

Ma questa è storia antica. Che c’entra con il Regno di Sicilia moderno?

C’entra, eccome. Ho trovato un libro di diritto siciliano del 1700, in cui, nel Proemio, si dice chiaramente che le fonti del diritto in Sicilia sono tre: quella “universale” o “romana”, quella “provinciale” o del “Regno di Sicilia”, quella municipale o feudale nelle singole città. Capisci? In pieno Illuminismo la Sicilia-Regno si definiva “Provincia” di un ideale “Impero” cristiano e romano al quale competeva una sorta di “alta sovranità”. Poi, più in basso, c’era lo Stato Siciliano, ma, ancora più in basso, il giurista non aveva dimenticato la sovranità originaria delle antiche comunità municipali.

Questa non l’ho capita bene. Che c’entra la Provincia Romana con il Regno di Sicilia?

In questo senso: se il Regno, annesso all’Impero, diventa “Provincia”; una volta sciolto, di fatto, dall’appartenenza diretta all’Impero, diventa “automaticamente” di nuovo Regno. È questa la motivazione “ideologica” che consentì a Ruggero II di “ricusare” il titolo di Conte o Duca, e proclamarsi “Re di Sicilia”. È espressamente ricordato dal suo fine intellettuale di corte, “Nilos Doxopatris”,  che dice che, “nell’Antichità”, cioè prima dell’annessione all’Impero, la Sicilia era stata un Regno, ma anche dai cronisti del Parlamento del 1130 in cui si fondò il Regno. Ruggero II non fu quindi un eversore, ma, in cerca di una legittimazione per il suo atto rivoluzionario, lo trovò nell’Antichità preromana. E, in punta di diritto, aveva ragione. I barbari non avevano sciolto la Provincia di Sicilia, ma la amministravano “per conto” dell’Imperatore. Gli Imperatori di Costantinopoli l’avevano continuata ad amministrare come “Provincia”.

E i Saraceni?

La “dominazione saracena” , sotto questo aspetto, intendo sotto quello del punto di vista romano-cristiano, può definirsi una “occupazione illegittima”, nonostante tutti gli aspetti positivi del periodo musulmano. Ma l’Impero, sia quello d’Oriente, sia quello d’Occidente (Sacri Romani Imperatori e Pontefici) non riconobbero mai quell’occupazione. Eppure, a un certo punto, anche la Sicilia islamica riallaccia i fili della propria storia. Nel massimo splendore l’emiro di Sicilia riconosce al Califfo del Cairo solo il titolo di “capo religioso”, e si proclama “Malak”, cioè “Re”.  Non sappiamo su quali basi fecero questa scelta. Ma è singolare che, passata la fase di conquista, la Sicilia trova fatalmente nel Regno il proprio equilibrio. Rispetto a questo equilibrio il Papato aveva tentato un’incursione illegittima che fu sventata.

Perché? Cosa volevano fare i Papi della Sicilia islamica?

Tentarono un’operazione illegittima, come ho detto. Sulla base della diffusione di proprietà fondiarie di diritto privato che i Papi avevano in Sicilia prima dell’occupazione araba, ne tentarono una rivendicazione politica. E, per far questo, per la prima volta nella storia, tentarono di “allungare lo Stivale” fino a ricomprendere anche la Sicilia. Per questa ragione investirono Roberto il Guiscardo, già loro feudatario come Duca di Puglia e Calabria, anche come “Duca di Sicilia” nel 1059, di una Sicilia che non controllavano. Ma quella investitura era illegittima. I Papi non avevano alcun diritto sull’Isola, nemmeno l’Impero aveva mai tentato di fonderla con l’Italia (che invece allora, e sin da epoca longobarda, era suddivisa in “ducati”). Il vero conquistatore della Sicilia, Ruggero I, non accettò mai questa subalternità feudale (a differenza di quello che avrebbe fatto per la parte continentale dei suoi domini). Anzi, addirittura, si fece attribuire la qualifica di “Legato apostolico”, cioè capo “nato” della Chiesa Cristiana di Sicilia. Non fu mai “Duca di Sicilia” e lasciò nell’ambiguità il suo titolo, non pienamente legittimo, di “Gran Conte” o “Console” della Sicilia, ma, già con questo ambiguo titolo, ne rivendicava un’originaria indipendenza, liberandosi in fretta della ingombrante dipendenza dalla Puglia del fratello. Sarà il figlio Ruggero II a rimettere le cose al loro posto. Non è un caso che per farsi riconoscere dal Papa dovette prenderlo prigioniero. Ma, in punta di diritto, era Ruggero ad avere ragione, e non i Papi. E infatti Ruggero non si coronò mai “Re di Puglia”, vi siete chiesti mai il perché?

Già, perché?

Perché l’Italia meridionale era in “unione” con la Sicilia, perpetua dopo il Parlamento di Salerno del 1129, ma era pur sempre un insieme eterogeneo di feudi post-bizantini o post-longobardi. Era cioè pur sempre un pezzo di “Italia” e quindi non poteva essere un Regno a sé. Il “Regno di Napoli”, così amministrativamente chiamato dal 1500 in poi, aveva un qualche difetto originario di legittimazione. Esso era in realtà nient’altro che la parte continentale del Regno di Sicilia, l’unico che ne portava legittimamente il titolo. E infatti, in maniera solenne, era chiamato sempre il “Regno di Sicilia al di qua del Faro”. La “Napolitania” non esisteva, se non come una situazione di fatto; la Sicilia, invece, è sempre esistita, ed era la fonte della sovranità regia.

Va bene. Ho capito. Mi hai dimostrato che il Regno di Sicilia medioevale era, anche ai suoi tempi, pienamente legittimo, e immagino mi dirai che fino al 1816 esso restò tale, con i suoi vari ordinamenti.

Esattamente. La successione dei sovrani e la sua Costituzione materiale fu quasi sempre legittima. L’unico clamoroso episodio di illegittimità fu la coronazione a Roma di Carlo d’Angiò come Re di Sicilia. La costituzione materiale siciliana aveva sancito che, in caso di estinzione della casa regnante, fosse il Parlamento a investire il Re, e che questa investitura avvenisse a Palermo. Carlo d’Angiò invece si fece infeudare dal Papa a Roma, senza mai convocare il Parlamento di Sicilia. Il suo Regno era illegittimo. E legittima fu quindi la Rivoluzione del Vespro e quel che ne seguì. La pace del 1372, riconosciuta internazionalmente e benedetta dal Papa, sancì in modo definitivo la presenza di “Due” Regni di Sicilia (uno citra e l’altro ultra pharum), e la loro piena soggettività internazionale. Il Regno “costituzionale” di Sicilia (secondo la Costituzione, anch’essa pienamente legittima, del Parlamento di Catania del 1296) era quindi uno stato sovrano riconosciuto a livello internazionale.

Ma era dilaniato dalla guerra civile. E i baroni irridevano l’autorità del Re.

E che c’entra? Qui stiamo parlando di legittimità, non di situazioni di fatto. Gli usurpatori restano sempre tali. E, mi risulta, alla fine furono sconfitti da Re Martino che ristabilì l’ordine alla fine del ‘300.

Sì, è vero, ma alla fin fine quella restaurazione fu il preludio del Viceregno, e quindi della perdita dell’indipendenza.

E che c’entra? Il Viceré governava “per delega” del Re. La Sicilia non era soggetta al diritto aragonese, né spagnolo, né a quello di qualunque altro paese con cui sarebbe entrata in unione, fino all’Unione settecentesca con il Regno di Napoli. La “Confederazione” delle Due Sicilie era pur sempre un’unione personale di due stati che, all’estero, parlavano con un’unica cancelleria e un’unica rappresentanza diplomatica, ma si trattava di due stati diversi, finanche con forze armate distinte.

Ma alla fine del Regno (1816) vigeva la Costituzione del 1812. Anche quella era legittima?

Assolutamente sì. Il Parlamento del 1812 che la approvò non fu un Parlamento “rivoluzionario”, ma un Parlamento diviso in tre Bracci, eletto secondo le antichissime regole. La Costituzione del 1812 era solo una “riforma” dell’Antica Costituzione del Vespro. Una riforma pienamente costituzionale. Semmai fu incostituzionale e illegittima la dissoluzione del Regno di Sicilia nel Regno delle Due Sicilie.

E quindi il Regno delle Due Sicilie sarebbe illegittimo?

Certamente. Il Re, nel decreto del 1816, violò specifiche disposizioni della Costituzione del Regno di Sicilia e poi, nel seguito, avrebbe violato il suo stesso decreto del 1816, nel quale parlava di un Parlamento di Sicilia che non avrebbe mai più convocato. E, ancora, nel Congresso di Vienna, nel quale la Sicilia sedeva come paese vincitore della guerra, il Re si macchiò di alto tradimento, facendo annettere il Regno che rappresentava, la Sicilia, a un Regno, quello di Napoli, che invece era stato sconfitto.

E quindi? Che legame ci sarebbe tra le Due Sicilie e l’Italia?

Un legame strettissimo. L’Italia ha sempre fondato la legittimità del suo processo unificatore sull’illegittimità dell’occupazione borbonica della Sicilia. Intanto la Sicilia non aveva mai riconosciuto quella Unione e, quando aveva potuto, si era ribellata. La Costituzione del 1848, l’ultima legittima, fu approvata da un Parlamento regolarmente convocato secondo la Costituzione del 1812, e quindi regolarmente rappresentante della volontà dei Siciliani.

Questo giustifica l’originaria legittimità della Costituzione del 1848, ma perché sarebbe anche oggi, nel 2015, l’unica Costituzione legittima della Sicilia.  Non è paradossale?

Sì, è paradossale, e infatti questa interpretazione difetta forse della legittimazione originaria, ma non certo di quella derivata. Sotto il profilo della legittimità derivata, questa interpretazione è l’unica possibile.

Ma non mi hai spiegato bene che c’entra la vera o presunta “usurpazione” borbonica con l’Unità d’Italia?

Mi spiego meglio. Fino al 1848 i Siciliani, anche quando avevano preso le armi in difesa del Regno e della Costituzione, non avevano mai messo in discussione la legittimità della titolarità della Corona al ramo “Due Sicilie” della famiglia Borbone. Persino quando ebbero cacciato i Borbone dall’Isola, chiesero a Ferdinando II di ripristinare l’indipendenza del Regno, in cambio della quale avrebbero certo accettato qualche forma di federazione sostanziale con Napoli. Fu il rifiuto di Ferdinando la goccia che fece traboccare il vaso e, come ben dimostrato da Padre Gioacchino Ventura, il Parlamento non aveva altra scelta se non quella di dichiarare decaduta la Casa di Borbone dal trono di Sicilia. Da allora, e sino ad oggi, la Corona di Sicilia è vacante, almeno in via teorica. Il Governo “rivoluzionario” del 1848 non era affatto tale: era quello legittimo, e infatti richiamò in vigore, per quanto possibile, l’ordinamento del Regno Indipendente, e con esso l’Autonomia comunale, soppressa dal regime borbonico. Ma il vero intreccio è quello successivo alla Spedizione dei Mille di Garibaldi.

Perché?

Garibaldi si proclama a Salemi unilateralmente “Dittatore di Sicilia” (non delle “Due Sicilie”), costituisce un Ministero da Stato sovrano e richiama in vigore le norme del cessato governo “rivoluzionario” del 1848. Seppure in perfetta malafede, Garibaldi restituisce quindi l’indipendenza alla Sicilia, riconoscendo tutta la legittimità dell’ordinamento del Regno di Sicilia, seppure preordinando questo riconoscimento alla fusione con la Sardegna, e quindi alla fondazione del nuovo Regno d’Italia. E – si badi bene – questa indipendenza formale del 1860 è IMMEDIATAMENTE riconosciuta da tutta la Comunità internazionale! Senza la Sicilia indipendente non ci sarebbe stata l’Italia, e senza l’accusa dell’usurpazione borbonica non ci sarebbe stato appiglio giuridico, né credo sostegno alcuno da parte della Sicilia che allora contava.

(fine prima parte – segue)

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