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Raffaele Colella: da Napoli a Boston con My Blend

Un MBA all'MIT e poi una start-up: una app che organizza le newsletter in un “magazine”

A pochi giorni dal lancio, My Blend, la start-up creata da Raffaele Colella, è stata scelta come migliore app da Apple store. Napoletano, 36 anni, è a Boston dal 2009 e racconta che l'America gli ha dato l'opportunità di realizzare le sue idee. Nel cuore, però, gli resta la sua Napoli

Una vocazione imprenditoriale che gli è valsa gli onori delle cronache nelle pagine dei giornali come migliore app scelta da Apple store a pochi giorni dal suo lancio. Raffaele Colella, napoletano, 36 anni, è a Boston dal 2009, quando ha iniziato a studiare all’MIT dove ha ottenuto l’MBA in Finanza e imprenditoria.

Laurea a Napoli in Economia, comincia a fare  esperienza nella società di consulenza Deloitte e Roland Berger. Prima di sbarcare oltreoceano lavora nell’azienda di famiglia, Colella Industria, per poi passare al Gruppo Fiat occupandosi di strategia.

La sua app My Blend è nata con l’obiettivo di ripulire l’inbox dalle newsletter e email commerciali e riorganizzarle in un “magazine” da leggere quando si ha tempo.

Mentre ci racconta del mondo delle start-up in America e del suo prossimo progetto, ci parla della sua Napoli, città alla quale è molto legato.

raffaele-colella-my-blendUn Master all’MIT e dopo due anni hai aperto la tua azienda. My Blend da te creata è andata sulla prima pagina dell’Apple Store e promossa da Apple diverse altre volte. Tutto questo succede in America.

“Studiare e lavorare qui è un privilegio, perché cresci in un ecosistema molto coeso che ti invita ogni giorno a fare di più, e ti dà l’accesso a dei canali dove lavorando duro hai tantissime opportunità”.

In Italia lavoravi alla Fiat ma negli Stati Uniti hai trovato terreno fertile per le tue idee imprenditoriali. Tra i tuoi investitori anche il premio Nobel per l’Economia, Robert Merton. In che modo il sistema delle start-up è diverso dall’Italia?

“In realtà non conosco tanto il sistema italiano, perché mi sono avvicinato a questo mondo in America. Da lontano ho la sensazione che l’Italia sia all’inizio della creazione di una community, un ecosistema. In America questo ecosistema si è sviluppato per decenni, e si è così forgiato attraverso tanti cicli, cicli economici di boom and burst e soprattutto generazioni imprenditoriali, con gli artefici dei successi di ieri a nutrire le iniziative di oggi come investitori e advisor (si pensi ad Apple, Oracle, Sun Microsystem, Paypal, o Google a SF, Doubleclick a NYC, Akamai a Boston tanto per citarne alcuni)”.

Quali sono i fattori determinanti affinché una start-up si trasformi in un’impresa di successo?

“Credo il timing, cioè se l’iniziativa sia giusta per sfondare in questo momento: la tecnologia pronta, la filiera funzionale, il mercato ricettivo. E poi ovviamente l’implementazione: il team in grado di realizzare efficientemente ed attrarre le giuste risorse per crescere”.

Hai incontrato il premier Renzi a Boston e parlato di cervelli italiani in fuga. Pensi sia meglio parlare di cervelli in viaggio?

“Speriamo. Però chi viaggia va nei posti più attraenti da visitare. Oggi molti startupper internazionali vanno, oltre che in America, in paesi che li accolgono con visti, infrastrutture, ed incentivi, come Cile, Canada, UK, Berlino eccetera”.

Molti informatici, e non solo, trovano oltreoceano il luogo ideale per potersi affermare professionalmente. Perché secondo te?

“Perché se vieni come expat in America ti inserisci in un sistema concepito per l’innovazione, affidabile, solido ed internazionale. Per delle ragioni storico/economiche gli Americani hanno dominato negli ultimi 50 anni e quindi hanno potuto creare una piattaforma dove si ha un unfair advantage sul resto del mondo, hanno la lingua globale, la valuta, le aziende che vendono al resto del mondo e sono trendsetter in media e tecnologia. E tantissimi che hanno voglia di fare vengono qui, dove trovano capitali che con la globalizzazione economica fluiscono abbondanti: questo crea una miscela esplosiva”.

Apple ha investito a Napoli dove aprirà un centro di formazione. Come vedi questa opportunità e soprattutto cosa porterà in futuro?

“È un tassello sui cui costruire per trasformare il puzzle del Sud Italia in una fotografia dinamica; tutto dipende dal creare il clima giusto”.

La tua Napoli. Cosa ti lega, cosa ti manca? Il ricordo che conservi della tua città e i luoghi che torni a visitare?

“Napoli la porto dentro, dovessi rinascere cento altre volte vorrei rinascere lì. È una città che ha molti problemi, ma ha anche una sofisticazione esistenziale che viene da tutte le dominazioni che hanno creato un’eredità culturale ricchissima. A Napoli puoi avvertire una trama speciale ovunque tu sia, tanto nei quartieri disagiati, quanto in quelli storici o residenziali. È ironica e scanzonata, anche se può provincialmente fregiarsi delle vestigia del passato credendosi superiore a prescindere, e questo è a volte il suo limite”.

La tua America. In che modo ti senti americano e cosa ti piace di questo paese e di Boston, la città dove vivi?

“Non mi sento Americano, mi sento un internazionale in America, napoletano, italiano ed europeo. Rispetto e ammiro parti dell’America, ma nel profondo preferirei non crescere qui i miei figli, anche se li manderei in America per la prima università o successivamente un Master”.

Nel futuro di Raffaele, ci sarà ancora tecnologia e impresa?

“Probabilmente ancora in tecnologia in America, dopo di che più verso casa, almeno Europa, e più community, che può significare tante cose, vediamo!”.

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