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Le nostre città? Voglion fa’ le americane…

Il modello americano del district è sempre più diffuso nel nostro Paese: ma l’Italia può davvero resistere?

di Maria Tartari

Brera, "design district" nella settimana del design a Milano.

Sì: siamo i più poveri in Europa e tra i più conservatori a livello di diritti civili, ma l'omologazione alle strutture consumiste americane è ormai una realtà consolidata. Si pensi ai diversi food/design/fashion/gallery district, impostati come parchi tematici del retail. Sì, ma in Italia questo modello può resistere?

Che l’americanizzazione dell’Italia sia una deriva storicamente consolidata dal punto di vista economico è ad oggi più che evidente, basti parlare delle riforme dei diversi governi che negli ultimi anni hanno spinto verso una progressiva privatizzazione del settore pubblico. L’accesso alla sanità e all’istruzione è sempre più minato dalla capacità economica del singolo cittadino, ed è inversamente proporzionale al crescente “tasso di privazioni sociali e materiali” che vede l’Italia, secondo i dati Istat, come il Paese che ha più poveri in Europa. Mentre dalla prospettiva dei diritti civili e delle buone pratiche abbiamo cronicizzato l’abitudine a ritardare l’accoglienza dei modelli d’innovazione, possiamo definirci decisamente al passo con l’omologazione alle strutture consumiste americane da parecchi decenni.

Fin dal primo dopoguerra l’Italia ha accolto realtà come quelle dei Mall, funzionali alla speculazione edilizia in aree extraurbane. Un modello basato sull’aggregazione di offerte di beni, servizi e socialità controllata, in cui la qualità delle relazioni si confonde con il consumo. L’evoluzione di questo panorama commerciale, a cui stiamo assistendo negli ultimi decenni, si chiama district e torna a concentrarsi entro lo spazio urbano portando con sé nuove ondate di gentrificazione con tutte le implicazioni culturali e sociali del caso. È un perfetto esempio del colonialismo simbolico e culturale che affligge l’Italia e che stiamo ricalcando in “città globali” come Roma, Torino, Bologna e Milano. Apparentemente post-moderno (ma ancora nel pieno della dicotomia delle grandi narrative) e (decisamente) neo-liberista, i diversi food/design/fashion/gallery district sono impostati come parchi tematici del retail. Hanno una scala che varia dalla dimensione di un mercato coperto a quella di un intero quartiere e fermentano tra i vuoti di identità come le aree ex-industriali o i disinvestimenti immobiliari come i quartieri popolari. Ma il principale comune denominatore è che sono maledettamente cool, perché alla base del cambiamento dell’identità di una città stanno l’introduzione di nuove semantiche estetiche e di nuovi comportamenti culturali: non è solo una questione di pratiche di consumo. Infatti, non sono solo i prezzi degli affitti della zona che si alzano, i negozi che si rivolgono per lo più ai ricchi turisti di passaggio, i servizi privati che si avvicinano per godere della nuova clientela in arrivo.

L’immaginario che veicolano i retail district nati di recente nelle città italiane riflette una profonda omologazione con quelle pratiche afferenti a gruppi sociali che l’esperienza americana ben definisce come hipster. L’aggressività con la quale questa sedicente sottocultura, che è ad oggi chiaramente definibile come LA cultura egemonica occidentale, percepisce i quartieri come spazi a cui si accede mediante predominio, si giustifica attraverso la sua stessa narrativa: il tradizional-“ismo”. Essa opera sfaldando il tessuto sociale e identitario delle città italiane, quartiere per quartiere, distretto per distretto, divorando il surplus esistente che la storia, le tradizioni artistiche, creative e culinarie dei luoghi in cui si insedia offre in qualità di capitale culturale. Se ne appropria indebitamente e lo rielabora a scopo di lucro. E dunque può capitare che un anziano milanese si svegli un giorno ed esca di casa per andare a far la spesa in via Padova, rinominata NoLo District a sua insaputa, e si ritrovi al posto del pane a 1 euro al kg dei cupcakes gusto panettone a 5 euro l’uno, che cercando la bocciofila per bere un bianchino con gli amici si ritrovi un locale vintage frequentato da giovani travestiti da Giorgio Gaber con barba e tatuaggi e che al posto del ferramenta ci sia un negozio di design che mantiene il sapore della “vecchia Milano” o un centro di yoga (ma categoricamente per sciure). Come osserva Giovanni Semi, l’ossessiva necessità di cambiare il nome dei quartieri, come la crescente presenza di nuovi residenti, la richiesta di ordine pubblico fatta dai responsabili delle amministrazioni e la rilevanza di uno specifico tipo di consumo, sono solo alcuni indicatori culturali di un processo più profondo e più rilevante: la lotta continua per definire il significato di una città, di uno spazio comune.

Uno scenario perfettamente conosciuto a qualsiasi newyorkese che abbia potuto assistere alla trasformazione del Meatpacking district un una colonia hipster di avventori del Chelsea Market, per fare un esempio tra i tanti. Se la storia americana ci insegna che questi processi di pressione economica sono stati mirati non ad una riqualificazione urbana ma ad una rifunzionalizzazione delle aree non solo dal punto di vista commerciale ma soprattutto sociale, ci insegna anche la conseguente espulsione fisica dei residenti di classe operaia o delle minoranze etniche a favore dell’insediamento di nuovi ricchi acquirenti o turisti. Peccato che i grandi speculatori e i gentrificatori del Bel Paese debbano fare i conti con una resistenza tutta italiana, che ci vede proprietari di casa quasi all’80%. Dunque allontanare con azioni dirette i residenti indesiderati non è così semplice e l’eredità sia immobiliare che identitaria non cede. Inoltre, i nostri modelli strutturali di socialità urbana che si spendono tra le vie della città, per le strade dei quartieri, nelle corti e soprattutto nelle piazze e nei parchi, sono le migliori reti di salvezza. I nostri rituali sociali si rispecchiano, infatti, proprio nel disegno delle città e dei suoi spazi pubblici culturalmente densi di tradizioni eppure aperti alle contaminazioni, inclusivi. Ma nonostante la nostra resistenza, il modello del district non è socialmente sostenibile, poiché agisce subdolamente attraverso quelle pratiche di colonialismo culturale di cui sopra. La rapida trasformazione della semiotica socio-spaziale che i district portano con sé è una terribile minaccia. La perdita di identità di un quartiere porta gli abitanti a non riconoscersi più nel quartiere in cui sono cresciuti, a non ritrovare più i propri spazi sociali che sono i punti di riferimento fondamentali di una comunità. L’identità, soprattutto nella realtà frammentaria delle città contemporanee, è un valore vulnerabile, prodotto e riprodotto in anni di storia, piuttosto che un brand importato o l’appropriazione indebita di un altrui capitale culturale, masticato, digerito e riproposto a proprio favore. Dovrebbe essere trattata con cura piuttosto che strumentalizzata. Se il sogno di una città futura necessita la rilettura degli spazi urbani, è necessario che i modelli di riferimento siano ben altri, modelli che mettono il potere di decidere della gestione delle risorse, della memoria e del destino dei luoghi nelle mani di chi vi abita.

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