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Non solo Carnevale: la maschera, dagli antichi a Pirandello l’altro volto dell’uomo

Dagli egizi e Mammuthones sardi a Pirandello e oltre, i significati della maschera si sono evoluti, generando sempre una riflessione sull'umano

Maschere (Gellinger / Piabay).

Ognuno di noi oggi vive in un mondo in cui le maschere ci appaiono quasi necessarie per fronteggiare situazioni e una realtà in cui l’estrema labilità delle relazioni non ci permette di acquisire la conoscenza di chi ci sta attorno. Ci illudiamo di comprendere chi è di fronte a noi fino a quando succede qualcosa di casuale che ci fa crollare il castello di carta che ci eravamo costruiti

Le maschere insieme al rumore e al colore hanno origine primitive, e si sono evolute con il tempo. Per secoli si pensava che chi le utilizzasse potesse assumere poteri e forze divine, oppure impossessarsi dello spirito di un specifico animale del quale si voleva prendere le sembianze. Per questo motivo gli egizi e altri popoli dell’Europa centro-orientale usavano la maschera funeraria, una sottile lamina d’oro per conservare nel tempo le sembianze del nobile e ricco defunto. In Italia l’origine primitiva delle maschere possiamo notarla in quelle dei Mammuthones della Sardegna, utilizzate per dare il benvenuto alla primavera con riti antichissimi legati al ciclo della vita e delle stagioni e alla tradizione contadina. Il loro scopo è quello di scacciare le forze delle tenebre e la tristezza dell’inverno.

La maschera ha funzioni misteriose e se ne trovano testimonianze sulle pitture rupestri. L’origine del termine MASCHERA è controverso e probabilmente deriva dal latino medievale mascha che significa ‘strega’. Durante il Medioevo le maschere venivano utilizzate in rappresentazioni sacre o profane e raffiguravano esseri demoniaci. La “masca” era la strega e da qui si arrivò al significato di “fantasma”. Altre voci dicono che “maschera” potrebbe derivare anche dall’arabo maskharah che significa “caricatura o beffa” e indica il costume o il camuffamento che copre il viso e la persona.

Nel teatro la maschera ha origine antica: era utilizzata nell’antica Grecia, dove conobbe un grande apprezzamento da parte del pubblico e dove si configurò la divisione tra il genere alto della tragedia e quello più popolare della commedia. Fu proprio nelle rappresentazioni teatrali greche che la maschera ha acquistato importanza. Gli attori del teatro greco recitavano con il volto coperto da grandi maschere che servivano sia per caratterizzare il personaggio, sia per amplificare la voce con particolari risonanze. In seguito il suo uso nel teatro riprese vigore con la Commedia dell’Arte nella seconda metà del ‘500. Con il decadere della Commedia dell’Arte tramontò l’uso della maschera sia nel teatro che nella vita quotidiana e oggi la maschera viene usata solamente durante le feste di carnevale, di Halloween, sui visi dei clown e dai mimi.

Parlando di maschere, non si può non citare Luigi Pirandello, drammaturgo e scrittore italiano che vinse il Premio Nobel alla letteratura nel 1934 che introdusse la “Teoria delle maschere”. La maschera pirandelliana è un simbolo alienante, indice della spersonalizzazione e della frantumazione dell’io in identità molteplici. Attraverso la metafora della maschera, Pirandello ci racconta come l’uomo si trovi nascosto dietro a una “maschera” imposta dalla società con i valori imposti da questa e dietro a un’altra con i valori imposti dalla propria famiglia. E secondo Pirandello questa maschera che ricopre l’inconscio non può essere tolta dall’uomo e quindi egli non conosce la sua vera essenza e personalità. Una forma di adattamento in relazione al contesto e alla situazione sociale in cui si produce una maschera che lo rende un personaggio e non lo rivela come persona. Pirandello ci insegna anche che essere noi stessi implicherebbe accettare il peso del confronto, dibattere, affrontare conflitti, e sperimentarne i danni e mettendo in discussione le nostre idee con il pericolo che esse vengano annientate. 

I romanzi di Pirandello rispecchiano quello che accade all’uomo contemporaneo, spesso restio a mostrarsi per quello che egli è in realtà: difficilmente limpido, puro, e onesto nelle relazioni con l’altro. Nell’ opera Uno, nessuno e centomila, pubblicato nel 1926, la teoria delle maschere e ben descritta: Uno, perché una è la personalità che l’uomo pensa di avere.  Centomila, perché l’uomo nasconde dietro la maschera tante personalità quante sono le persone che lo giudicano.  Nessuno, perché in realtà l’uomo non ne possiede nessuna. Pirandello in quest’opera vuole dimostrarci che la vita dell’uomo è in continuo cambiamento e indossiamo una maschera per la paura di non essere capiti o per non essere esclusi. E cosi l’uomo si perde nell’assurdo gioco delle maschere, assumendo identità diverse in situazioni diverse e vivendo vite parallele per l’impossibilità di comprendere sé stesso e chi lo circonda. Perciò, ognuno di noi costruisce una falsa identità a seconda di chi abbiamo davanti nascondendo la nostra vera personalità. Per Pirandello la maschera è una sorta di mistero ed è ciò che ci permette di conoscere una persona.

Ognuno di noi oggi vive in un mondo in cui le maschere ci appaiono quasi necessarie per fronteggiare situazioni e una realtà in cui l’estrema labilità delle relazioni non ci permette di acquisire la conoscenza di chi ci sta attorno. Ci illudiamo di comprendere chi è di fronte a noi fino a quando succede qualcosa di casuale che ci fa crollare il castello di carta che ci eravamo costruiti.

Termino con una citazione di William Shakespeare: “Nascondi ciò che sono e aiutami a trovare la maschera più adatta alle mie intenzioni”. E includo una lezione sulle maschere Italiane: come conoscere le maschere e imparare le regioni italiane, cliccare sul link.

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