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Mentre i vip scappano, noi tutti a casa con l’amore vero? Allo specchio col coronavirus

Non sappiamo più stare con noi stessi, non sapendo più fantasticare. Sappiamo solo godere, asserviti al verbo avere, il piacere che subito diventa passato: ho goduto

Federico Zandomeneghi, Giovane donna allo specchio (tra 1890 e 1893)

Che poi si traduce in una parola: ho consumato. Ora è vietato consumare. Ma la vita va consumata? C’è chi è costretto a stare a casa con un coniuge noiosissimo e lamentoso, chi scopre di avere dei figli maleducati e insopportabili, chi piuttosto di leggere un libro preferirebbe tornare a lavorare in miniera... Ma in clausura, dentro se stessi, si possono avere incontri meravigliosi

Sono scappati a Nord a Sud, ai monti al mare, in Austria o in Costa Azzurra come Berlusconi; per salvare la pellaccia da crostaceo. Verso i quali neanche il disprezzo è più un piacere, citando Baudelaire. Adesso non può scappare più nessuno, anche ricco che sia. Noi italiani siamo appestati peggio dei migranti. Da domenica scorsa è cambiata l’Italia: il governo ha chiuso i giochi e gli altri Paesi i confini. Si sta a casa. E tutti si sentono persi tra quattro mura, che non sono quelle tanto agognate del reality show Grande Fratello.

La paura di restare a casa è la paura di stare con la famiglia, di rimanere con se stessi. Cosa dire e cosa dirsi? Non ci eravamo accorti che la nostra comunicazione si era ridotta al motteggio: ognuno ne sparava una, possibilmente davanti a un calice. Il dialogo si era ridotto a un monologo, dove ognuno diceva la sua senza ascoltare l’altro, come nei talk show o nei convegni. E la meditazione era una faccenda di yoga caprina per sentirsi Siddharta. Se poi bisognava capire qualcosa dell’altro, ci si affidava nell’ordine: ai pareri della parrucchiera, della cartomante, dello psicologo.

Per decreto ora è sempre domenica. La domenica di una volta, quando i negozi erano tutti chiusi e la giornata interminabile. Eravamo bambini e, se non potevamo scendere in giardino a giocare, non sapevamo come trascorrere il tempo. Così cominciammo ad imparare a disegnare, a fare bricolage, a leggere, a scrivere, a suonare… a inventarci la vita. E qualcuno di noi ha scoperto una passione che è durata tutta la vita. Non avevamo paura di restare con noi stessi, non avevamo paura di pensare, di immaginare cose. Ma pur meditando non avremmo mai fatto il vuoto, come insegnano oggi certi guru, per sentirci pieni. Già ho i miei dubbi che un occidentale riesca a fare il vuoto nella sua mente, dovendo sgombrarla prima da shopping, apericena e vacanze, figurarsi poi raggiungere il nirvana.

Il problema è che non sappiamo più stare con noi stessi, non sapendo più fantasticare. Solo godere, che è asservito al verbo avere, perché il piacere dura un attimo e subito diventa passato: ho goduto. Che poi si traduce in: ho comprato, ho bevuto, ho mangiato, ho villeggiato… In una parola: ho consumato. Ora è vietato consumare. Ma la vita va consumata? Siamo così inutili ed essa è così inutile per noi da sprecarla? In questo momento apocalittico si alzano le voci degli psicologi, i preti del XXI secolo: “Avete alterato le leggi del cosmo che si ribella!” Ed elencano le colpe verso il clima, i guadagni facili, la res publica, il prossimo…. “Pentitevi!”

Da più parti sento: “Che noia stare a casa”. Ma il sogno di tutti non era non lavorare, stare senza far niente? Magari andare in pensione tre anni prima, magari sposarsi un riccone, magari vivere di rendita… Abbiamo chiesto tutto questo per anni agli dei. E gli dei ci hanno esaudito. In massa. Il fatto è che non abbiamo formulato bene il nostro desiderio. Ci siamo dimenticati di specificare che non ci confinassero a casa; non potevamo nemmeno ipotizzarlo. Lo stesso errore della Sibilla che chiese al dio Apollo l’immortalità, dimenticandosi di chiedere anche l’eterna giovinezza, per cui fu condannata a vivere per sempre vecchissima. Ecco come un desiderio diviene una condanna.

C’è chi è costretto a stare a casa con un coniuge noiosissimo e lamentoso, chi scopre di avere dei figli maleducati e insopportabili, chi piuttosto di leggere un libro preferirebbe tornare a lavorare in miniera… come se leggere fosse così ostico e faticoso. Sì, perché ti costringe a pensare. E non vogliamo o non sappiamo più farlo. Dico noi, ma non è un plurale maiestatis, perché io in questi arresti domiciliari, mi ci trovo benissimo. In pratica, la mia vita non è cambiata quasi per niente. Anzi, tale coazione mi permette di fare ad oltranza quello che ho sempre fatto: letto, studiato, scritto, lavorando da casa. Ed evitando di andare a cene, conferenze, eventi, incontri noiosi, perché “bisogna andare”, sono padrona completa del mio tempo.

Mi sentivo dire: sei una privilegiata, tu lavori da casa. Ma a casa spesso si lavora di più, sempre, la sera, la domenica, le feste comandate; insomma senza orari quando c’è lavoro e quando non si è a caccia di lavoro… E tutta questa gente adesso è angosciata perché non sa cosa fare del tempo libero per due sole settimane! Il lavoro va inventato nella propria testa, e deve essere ininfluente dove lo si inventi, a casa o in ufficio. Certo, il discorso non vale per chi fa un lavoro tecnico o nei servizi, ma anche queste persone dovrebbero rendersi conto che questa costrizione a stare a casa gli offre l’opportunità di riposare o di fare tante cose che mai hanno il tempo di fare per se stessi, per la famiglia o per la propria abitazione. Perché andare in giro, quando non si lavora, non è un diritto. E’ un premio che permette di imparare qualcosa, di arricchirsi. Altrimenti, come diceva la mia maestra, si va bauli e si torna cassoni. Ossia con la testa ancor più vuota.

In clausura c’è chi incontra Dio ogni giorno. Basta guardarsi dentro.

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