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New York al tempo del covid: come si vive da giovani nella città che non dormiva mai

Ovunque si legge che NYC è diventata una città fantasma, con uffici, teatri e cinema chiusi. Un gruppo di ventenni ci racconta la loro vita durante la pandemia

Downtown New York , June, 2020 (Photo by Terry W. Sanders)

Ho parlato con alcuni dei miei conoscenti, giovani appena laureati, per cercare di carpire come si vive a New York durante il COVID-19: abbiamo discusso un po' di tutto; dalle difficoltà economiche ai costi esorbitanti degli affitti, la mancanza di relazioni interpersonali, sia platoniche, sia romantiche e la salute mentale

La situazione COVID-19 nella città di New York rimane stabile, anzi è addirittura in miglioramento. Come ha confermato su Twitter il sindaco Bill de Blasio ieri, le zone “rosse” di Brooklyn e Queens sono scese di livello a zone arancioni e alcune gialle. Un progresso importante, che permette a scuole e business non essenziali di riaprire. Grazie alle misure preventive prese dal sindaco e dal governatore Cuomo, NYC sembra respirare, mentre il resto degli USA fa fatica a contenere i contagi.

Nonostante l’importanza di tenere sotto controllo la quantità dei positivi al virus, vi è però un’altra importante incognita per chi si trova ora a New York: come si vive nella Grande Mela, che tutti descrivono come deserta e sofferente, a causa della pandemia? Ho intervistato alcuni miei conoscenti, in particolare mi sono concentrata sui più giovani. La maggior parte dei ventenni, certamente è da un lato più tranquilla, avendo meno rischi legati alla salute a causa del COVID-19, ma d’altra parte, è anche vero che i giovani hanno tante altre difficoltà. Spesso, vivono lontani dalle loro famiglie, stanno cercando lavoro e hanno meno possibilità di affittare case ampie in cui affrontare meglio lo smartworking. La maggior parte si sente sola, intrappolata in piccoli, ma costosissimi appartamenti, mentre cercano freneticamente di trovare lavoro in un’economia che fa di tutto tranne che favorire nuovi lavoratori.

“La più grande difficoltà, per me, è la costrizione dello stare sempre dentro casa”, dice Isabelle, neo-laureata della New York University di 22 anni, ma originaria di San Francisco, ora residente nel West Village. “Sono ormai tre anni che vivo da sola, ma in passato non è mai stato una fonte di stress o di solitudine”.

Giovani a New York al tempo del coronavirus (Foto di Terry W. Sanders)

Per Isabelle vivere da sola era una benedizione, perché dopo giornate intense, sempre fuori, con amici o in campus, tornare nella propria casa e godersi del tempo per se stessa la allietava. “Ora, però, passo tutto il giorno nel mio piccolo appartamento. Sto cercando lavoro, quindi mi siedo al mio tavolino, dalle 9 alle 5 e mando application ovunque. Dopo magari faccio una passeggiata, ma poi di nuovo chiusa qui. Passano giorni senza che io possa vedere nessuno”. Isabelle, per cercare di gestire le difficoltà imposte sul suo benessere mentale ed emotivo, ha deciso di iniziare a vedere un terapista, che la sta aiutando ad abituarsi alla sua nuova situazione.

“Per ora, sono rimasta aggrappata all’idea di rimanere a New York. Principalmente perché non voglio tornare a casa in California, dove dovrei vivere con i miei genitori e lavorare per mio padre. Ma, allo stesso tempo, non so più se vale la pena pagare affitti esorbitanti per rimanere chiusa in un monolocale. Nei prossimi mesi deciderò se rimanere o partire”. La situazione di Isabelle è comune a tantissimi dei miei conoscenti che hanno studiato a New York, giovani ragazzi che amano alla follia questa città e che ricordano quanta libertà gli ha regalato nei loro anni d’oro. Ma per ora, almeno, sembra che quella magia e quella libertà siano scomparse.

Giovani a Manhattan al tempo del coronavirus (Foto di Terry W. Sanders)

Avere un lavoro stabile e ben pagato, sicuramente aiuta, ed è uno dei primi fattori che una volta risolti, porta i giovani a tirare un respiro di sollievo. Ma anch’esso trascina con sé le sue difficoltà. Maria, 23, residente dell’East Village, per esempio, ha trovato lavoro come consulting analysis da Morgan Stanley. “Aver ottenuto un lavoro così ambito e soprattutto ben retribuito, in tempi così bui, è stata la mia ancora di salvezza,” spiega Maria, che si è laureata dalla Stern School of Business della NYU. “Il problema per me, è però il fatto che non ho modo di formare nuove conoscenze. La maggior parte dei miei amici sono andati via: alcuni sono a casa con le loro famiglie e aspettano che la situazioni migliori prima di tornare, altri si sono trasferiti lontani per pagare meno affitto”.

Lo smart working impedisce a Maria di conoscere nuove persone e di non sentirsi sola. Ha spiegato che ogni anno vengono assunti circa 90 nuovi analisti, e l’ufficio, per le prime settimane, si trasforma in una grande arena, in cui i giovani interagiscono, si conoscono ed escono dopo il lavoro per prendersi un drink. Insomma, un luogo dove sono favorite le relazioni sociali. “Ora, lavorando da remoto, non ho potuto incontrare nessuno. E’ una situazione molto difficile: i miei amici dell’universitari sono quasi tutti via e non posso crearmene di nuovi. Trascorro tutto il giorno in camera mia a lavorare, dopo cena un po’ di tv ed il weekend cerco di vedere quelle poche persone ancora in città”.

Maria non ha perso ogni speranza: “Ho deciso di rimanere, in parte perché sono fortunata e posso permettermi l’affitto, ma soprattutto perché non credo che New York possa mai morire. E’ una delle città più energiche e vibranti al mondo e ci voglio essere quando finalmente rinascerà”.

Giovani questa estate al ristorante nell’East Village (Foto di Terry W. Sanders)

Per molti altri, come il mio caro amico Andrew, 23enne che lavorava per una grande compagnia e vive a Brooklyn, prendersi cura della propria salute mentale è diventata una priorità. “La pandemia mi ha veramente aperto gli occhi sull’importanza dello stare bene mentalmente, tant’è che ho preso una decisione che in passato non avrei mai fatto: mi sono licenziato. Nonostante avessi un lavoro ben pagato, ottenuto, tra l’altro, durante l’emergenza sanitaria, mi rovinava la vita”.

Andrew si occupava del servizio clienti di una grande compagnia che preferisce non nominare. Ogni giorno, dalle 9-5, nel suo appartamento di Brooklyn che condivide con la fidanzata, si sedeva al tavolo, indossava cuffie e microfono e prendeva le chiamate di clienti infastiditi e arrabbiati. “Ogni giorno sedevo lì, prendendomi insulti e commenti maleducati. Finita la giornata lavorativa,  mi spostavo sul divano. Questa era la mia vita”.

Forse sarebbe stato diverso se Andrew avesse potuto recarsi fisicamente al lavoro; per esempio dover prendere la metro può fare la differenza. “Forse, se avessi avuto questo posto in circostanze differenti sarebbe stato sopportabile. Ma con la pandemia e lo smartworking, essenzialmente l’unica cosa che fai è lavorare dentro casa. La tua vita diventa il tuo lavoro. Non puoi staccare e andare a vedere un film, andare in discoteca, bere un drink con amici. Ho deciso quindi di lasciare: mi stava veramente uccidendo”.

Andrew aveva infatti notato che il suo umore era peggiorato. Era diventato più irascibile e si infastidiva facilmente: se passi giornate intere a ricevere insulti e lamentele, è difficile rimanere ottimista e felice. Questo aveva iniziato a causargli anche problemi con la fidanzata, l’unica persona che vedeva. “Ora sto cercando una nuova posizione e sono molto selettivo. Viviamo in un periodo troppo difficile per non essere sereni col lavoro. Certo, non otterrò il posto dei miei sogni a 23 anni, ma basta che non mi peggiori la vita”.

Lo smart working è ormai la norma, e la causa principale dell’infelicità dei giovani

Alcuni, però, un silver lining lo hanno trovato: dal lockdown sono nati nuovi hobby. Zoe, per esempio, 24enne residente di Brooklyn, che lavora per il dipartimento della salute di NYC, ha sviluppato nuovi interessi nel periodo della pandemia. “Devo dire che sono fortunata tutto sommato: vivo con una mia cara amica in un bell’appartamento, ho un buon lavoro ed una relazione stabile,” spiega Zoe, che possiede una laurea in psicologia e quindi di salute mentale ne sa parecchio. “Appena le cose sono peggiorate, mi sono subito attivata per cercare di rendere la mia situazione il migliore possibile: ho iniziato a fare yoga e a dipingere”. Ora, questi hobby le rendono le giornate più variopinte, fornendole nuovi progetti su cui lavorare.

Zoe è stata spinta dal timore di un deterioramento della sua salute mentale: “La mia più grande paura, in generale, per me, come per tanti altri, è che il mondo si intristisca, che tutti diventino più solitari e meno espansivi, che la gente si ritiri dentro al suo guscio”. Zoe, come Maria, crede che la città presto tornerà al suo vecchio splendore e quindi sta cercando in ogni modo di rendere la sua vita piacevole per evitare di dover lasciare la città.

La difficoltà però più temibile, almeno secondo me, è la solitudine. Tanti americani probabilmente stanno affrontando il COVID-19 con le loro famiglie: se sono più giovani, con i loro genitori, se sono più grandi, con i propri sposi e figli. Insomma, tanti hanno qualcuno vicino che amano e che li stanno aiutando a superare questo incubo insieme. Ma New York, è da sempre anche una città definita “solitaria”. Ed ora, mi sembra che per i giovani di quest’età che ancora non sono in relazioni stabili o sposati, la solitudine si faccia ancor più sentire.

New York al tempo della pandemia (Foto di Terry W. Sanders)

“Il supporto e la forza che si ottiene dall’avere un partner è incomparabile” dice Lily, 21 anni, che a New York frequenta la New School e vive a Chinatown con le sue due coinquiline. “Ho avuto solo una relazione nella mia vita fino ad ora, che è terminata un anno fa. Mi sono presa del tempo per me stessa per superarla, ma ero pronta a conoscere nuova gente. Volevo quell’eccitazione di uscire con amici e conoscere nuove persone, andare ad un primo appuntamento, magari innamorarmi di nuovo”. Durante il COVID-19, ovviamente, queste possibilità sono sparite. Nonostante Lily non sia il tipo di persona che necessita di una relazione per sentirsi appagata, il fatto che non sia possibile conoscere nuova gente e almeno tentare di innamorarsi, le causa tanto dolore.

Tanti, durante la pandemia, hanno iniziato ad usare di più dating apps come Tinder o Hinge, per fare nuove amicizie virtualmente. Ma poi arriva il problema: come ci si incontra di persona? Molti hanno paura di poter essere contagiati, altri sono semplicemente a disagio perché non sanno cosa fare ad un appuntamento: con bar e locali chiusi, dove si va? La mancanza di poter andare in luoghi che favoriscono la socialità rende tutto più imbarazzante e alla fine molti gettano la spugna.

I teatri di Broadway pieni di vita nel 2014 (Foto di Terry W. Sanders)

Cercare di tracciare un quadro uniforme di come i giovani stanno vivendo la pandemia a New York sarebbe impossibile, ma ci sono alcuni punti in comune, come la loro speranza nel futuro di questa città, che secondo loro risorgerà come una fenice dalle sue ceneri, e la loro lotta contro la solitudine, che cercano di evitare in tutti i modi e soprattutto con forza di spirito. La resilienza dimostrata dai giovani in questo periodo non mi ha tanto sorpresa, poiché ho sempre saputo quanto grintosi fossero coloro che vivono a New York, ma mi ha dato tante nuove speranze. I giovani non mollano e sebbene si sentano soli, facciano fatica a pagare l’affitto o trovare lavoro, sembra proprio che la speranza sia davvero l’unica a morire.

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