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Scende la pioggia… ma che fa?

Lo stile dei newyorchesi sotto un acquazzone testimonia l’atteggiamento di superiorità nei confronti degli elementi, osservato mentre da un temporale io mi riparavo...

 

La settimana scorsa mi trovavo nell’Upper East Side con un caro amico quando una tipica pioggia torrenziale di metà Maggio si è scatenata su Manhattan. Senza un ombrello (ed io perciò presa dal panico) ci rifugiamo in un caffè qualunque e ci sediamo a fianco di una vetrina che dà sulla strada. “Guarda come sono chic le persone quando piove a New York, scrivici un pezzo!” Quelle parole in quel momento sono il sottotitolo delle immagini che si stanno già animando davanti ai miei occhi. Piove a secchiate eppure io e il mio amico sembriamo gli unici a preoccuparsene. Gambe in spalla e via sotto la pioggia! Questa è la reazione di quelli là fuori in strada, sui marciapiedi della Grande Mela guai a fermare il tran-tran di metà pomeriggio. Seppur molti di questi passanti sembrano essere preparati per le condizioni climatiche sfoggiando ombrelli, impermeabili e stivali di gomma nelle più eccentriche e confusionarie combinazioni di colori e stampe di fiori, animalier e pois in uno stile poutpourri che piace tanto alle signore americane, (nota: il poncho con il cappuccio in plastica qui va un sacco in caso di acqua) è invece sconcertante per me osservare quelli che della pioggia sembrino non curarsene, quasi dimostrando una tattica d’attacco contro l’intemperia. 

Si comincia con il camminarci sotto, alla pioggia, senza cambiare minimamente traiettoria, una borsa di plastica della spesa sopra alla capigliatura sembra l’unica protezione adottata da parecchi; molte donne inforcano ai piedi infradito di gomma, cosa che non sono mai riuscita a spiegarmi. Forse l’idea è di non rovinarsi le scarpe, e se i piedi si inzupperanno lo stesso tanto vale che siano già esposti… Per le più estreme, i piedi sono nudi sull’asfalto bagnato (sì, visto e rivisto, un trend di stagione lanciato diversi anni fa da starlette del cinema fotografate a passeggio sui boulevard di Los Angeles scalze) con la differenza che qui non siamo sul bagnasciuga di Malibu, ma sul lercio asfalto di marciapiedi urbani. Intanto tra il via vai, si scorgono ahimè già tante magliette bagnate che rivelano fin troppo di quel privato legame tra abbigliamento e intimo, ma anche questo sembra normale. Tornano in mente flash di turiste americane a passeggio per Firenze durante una giornata piovosa, ricordo ancora quanto rimasi scioccata nel vederle senza ombrello, disinteressate a cercare un riparo ma anzi con i capelli sciolti e zuppi come sotto alla doccia. Lo shampoo allo smog è anche qui una pratica comune, che tanto quanto l’infradito da spiaggia indossata in città riesce ogni volta a sconvolgermi. 

Forse è vero, sono troppo italiana dentro per poter capire. Mi sento del tutto legata a quel nostro modo così schivo nei confronti degli elementi. Se piove, cerco riparo, che poi se mi bagno i capelli è un disastro, mi si increspano e poi entro in un locale con l’aria condizionata e mi viene il colera. Sì perché è incredibile ma qui mi rendo conto di quanto quello strano rapporto con le cose che devono essere fatte in un certo modo sia davvero radicato in me. Quando il mio ragazzo americano dopo avergli chiesto di spegnere il ventilatore perché non è bene dormire con getti d’aria sul collo che fanno venire il raffreddore, mi risponde: “Lo capisci che quello che dici non è reale, è superstizione” realizzo in un attimo la strana natura del nostro pensare e di quanto sia così parte della mia italianità. Ad ogni modo elogio quella dimostrazione di superiorità che questi impavidi newyorchesi sfoggiano durante le intemperie, è un atteggiamento estremamente positivo capace di lanciare un forte messaggio di sicurezza, forza, controllo, pragmatismo. ..Scende la pioggia, ma che fa a New York? Un bel niente.

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