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Quelle ragazze assetate di sapere

A proposito della "pseudolibertà" delle donne descritta da Elisabetta De Dominis, quanto era attraente, vero e giusto l'anticonformismo delle giovani italiane della mia generazione

Elisabetta de Dominis anche stavolta ci ha regalato un gran bell’articolo: “La pseudolibertà delle donne”. In particolare mi ha colpito il passaggio in cui si legge che ragazze della sua generazione individuavano nell’amato qualità che solo loro sapevano cogliere. E’ vero di sicuro. Ma questo vale anche per le giovani donne della mia generazione, e cioè di quanti nacquero negli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale e nell’immediato dopoguerra.

Fummo la generazione-spartiacque, sono felicissimo d’essere nato nel 1946; d’aver avuto diciassette anni nel momento dell’avvento dei Beatles; d’averne avuti venti quando i Rolling Stones lanciarono la memorabile “Paint It Black”. Felicissimo d’aver visto a quell’epoca film entusiasmanti tipo “La stanza a forma di L”, “Solitudine di un maratoneta”, “Lawrence d’Arabia”, “Un uomo e una donna” e altri ancora.

Generazione-spartiacque, sissignori. Vi spieghiamo perché. Come per un “prodigio”, fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, si manifesta un fenomeno morale, culturale, sociale che oggigiorno, in sede storica, non riceve l’attenzione che meriterebbe: alle ragazze italiane (soprattutto a fiorentine, bolognesi, milanesi, torinesi, genovesi, napoletane) la “Spider”, la “Lancia Fulvia”, la “Porsche” non fanno effetto alcuno… Le lasciano indifferenti. Il denaro le lascia indifferenti (certo, sono in gran parte di condizione agiata…). Il titolo nobiliare non conta per nulla. Conta poco anche la bellezza fisica, lo “stallone”, il muscoloso lo trovano ridicolo, buffo: s’innamorano, o s’invaghiscono, di “belle menti”, e meglio ancora se la “bella mente” ce l’ha il figlio del tranviere, il figlio dell’operaio, del falegname, del capomastro, dell’impiegato d’ordine o di concetto. Hanno un senso della vita abbastanza alto: non intendono perdere tempo, desiderano “vivere”, viaggiare, conoscere, assimilare. Si sono formate leggendo Sartre, Camus, Bataille, Gide, Moravia, Berto, altri ‘giganti’ ancora del Pensiero, della Letteratura. Vanno pazze per registi del Cinema che si chiamano Visconti, Bolognini, Rosi, Comencini, Lindsay Anderson e così via. In campo musicale i loro idoli sono De Andrè, Paoli, Brassens, Brel, Bècaud, Armstrong, la Vanoni, la Fitzgerald. 

L’omosessualità. Non la considerano affatto una “deviazione”; anzi, restano incuriosite e anche affascinate da omosessuali maschi, da donne seguaci di Saffo. Respingono il concetto di “contronatura”: si battono con gagliardia per ciò in cui credono. S’aggrappano all’introspezione. Detestano (come parecchi altri maschi, del resto) il linoleum, la fòrmica, il ridondante, il superfluo. Amano il “naturale”, il “piccolo”, la semplicità. La loro curiosità intellettuale appare sconfinata. Hanno una natura indipendente, ma quando si legano a un ragazzo, ci si legano nella convinzione di ciò che fanno. Non sopportano la menzogna, la finzione, la simulazione. Doppiezza e mistificazione le sconcertano. Diffidano di chiunque vada in giro con la bellezza di cinquantamila lire… Come a donne della generazione delle loro mamme, anche a queste fanciulle piacciono i ragazzi, gli uomini i quali i soldi li tengono in tasca, non riposti in un vistoso portafoglio da sfoggiare, da mettere in mostra…

Hanno pur sempre luogo matrimoni d’interesse (è così da che mondo è mondo…), ma non si contano ormai più le giovani anticonformiste per le quali l’anticonformismo deve rappresentare un ben preciso indirizzo, una ben precisa coscienza: guai a chi “fa” l’anticonformista, e non lo è!

Sono nemiche acerrime delle “annoiate”… Alle ‘annoiate’ piacciono, eccome, le fuoriserie, il Conte giovane e aitante, il tennista impeccabile e tenebroso. Ma ormai le “viziate” si trovano in minoranza, appaiono fuori moda… In effetti, nulla hanno da dire.

Le ricordo con infinita nostalgia le ragazze della mia generazione. Mi mancano il loro senso critico e il loro senso estetico, la loro “cattiveria” nei giudizi, la loro eccentricità; la sete, sì, di sapere; l’opera mentale che non conosceva sosta, l’ampiezza di vedute, l’amore per gli emarginati, per i timidi, per gli introversi; per i “disadatti”; l’eleganza naturale, sobria; il culto della vita.

Erano parecchio più moderne loro di quanto lo siano tante trentenni o quarantenni d’oggigiorno…

 

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