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La rivoluzione dalle gambe lunghe: mezzo secolo in minigonna

Cinquanta anni fa le donne iniziavano ad accorciare le gonne e lasciare scoperti seducenti porzioni di gambe: una rottura delle figlie rispetto alle madri, l’esplosione di un'estetica della disobbedienza. Erano gli anni dei capelli lunghi, della liberazione sessuale, delle droghe e del boom economico

 

Anche la frivolezza celebra anniversari, specie se riguardano comportamenti di massa che hanno lasciato il segno. È certamente giusto celebrare quanto avvenne mezzo secolo fa, con lo strappo al pudore e… agli orli delle gonne, assecondato dalla creatività della stilista britannica Mary Quant. Nacque il capo di abbigliamento mini, un nome preso dal successo dell’auto lanciata dalla British Motor Corporation. La Quant proponeva abiti scorciati dalla fine degli anni Cinquanta, ma l’esplosione coincise con il grappolo di fenomeni che Londra stava proponendo alla generazione del boom: pop art, Beatles mania, capelli lunghi, liberazione sessuale, fumo e droghe psichedeliche.

La corsa a lasciare all’aria quanti più centimetri di pelle sopra il ginocchio, soddisfaceva diverse esigenze. Liberava i movimenti delle gambe donando praticità e scioltezza. Segnava la rottura nei comportamenti delle figlie rispetto alle madri, con l’incremento dei fenomeni di disobbedienza in un campo, quello dell’estetica legata alla sessualità, da sempre oggetto di contesa. Consegnava alle ragazze ulteriore potere di seduzione nei confronti dei coetanei e soprattutto dei “lumaconi” in età che restavano abbacinati dalla novità e dalle meraviglie che lasciava intuire, se non scoprire.

L’indumento in sé non meritava particolare apprezzamento estetico, anzi assumeva spesso fattura inconciliabile con i canoni del bello di sartoria. Ma creava sempre e comunque stimoli, atmosfere, sollecitazioni tra l’estetico e l’erotico, grazie alla valorizzazione delle gambe che garantiva. La gonnina non era che un cencio, un pezzo di stoffa o di pelle d’animale, ma erano il suo sposarsi con le calze di ogni genere colore e pesantezza, il suo sommarsi al tacco delle scarpe, il suo proporsi sulla pelle nuda quando il clima lo consentiva, che l’elevavano a fenomeno di moda.

La mini invase non solo licei (con i prof. che non sapevano dove posare gli occhi quando le studentesse si accomodavano al banco) e discoteche (adattissima alle contorsioni dei balli veloci e “spaiati”, dal rock al twist allo ye-ye), ma la vita civile e occasioni ufficiali come i matrimoni. Si ebbero abiti da sposa, tailleur con gonna, tubini, basati sullo stile mini. Il che non mancò di provocare opposizioni, campagne di perbenismo, denunce. “L’occhio vuole la sua parte” dice il proverbio: sembrò a taluni che quella volta avesse preteso una parte troppo grande, e che parte! 

Nelle celebrazioni dell’anniversario, verrà sicuramente riaperta la discussione sulla paternità dell’indumento più chiacchierato del Novecento. Il fatto che continuino a circolare, accanto alla Quant, i nomi dei vari André Courrèges, John Bates, Rudi Gernreich, Helen Rose, testimonia che si trattò di un fenomeno ormai maturo, che non veniva calato sulla gente dalle case di moda ma “era stato inventato dalla strada” come disse la Quant. Che avrebbe ulteriormente chiarito: “Ho semplicemente realizzato un desiderio comune e accorciato le gonne per ragazze come me”. 

 A Mary Quant e all’industria britannica del “giovanilismo” degli anni ’60, va dato atto che seppero trasformare la banalità della mini in fenomeno epocale e di massa. Come capita con gli eccessi, il troppo corto, specie nella versione volgare del junk entertainment statunitense, avrebbe poi tolto grazia a quella moda. Una chicca, per finire. L’economista George Taylor fece circolare nel 1926 un Hemline Index: a orlo della gonna che si alza, corrisponderebbe la crescita del valore delle azioni. All’inizio di quel lontano 1965 l’economia britannica cresceva a valori del 4%, il doppio dell’anno precedente. Donne europee, su con queste benedette gonne! 

 

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