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La rivoluzione pacifista di Rosa Genoni, donna e stilista contro la guerra

Cento anni fa all'Aja, al Congresso internazionale delle donne contro la guerra, arrivò dall'Italia una sarta impegnata per i diritti di lavoratori e lavoratrici. Rosa Genoni pose le basi del made in Italy. Aveva idee rivoluzionare su moda, politica e donne. La Prima Guerra Mondiale le annientò

A giorni ricorrerà il primo centenario del Congresso internazionale delle donne contro la guerra. Il convegno si tenne all’Aja dal 28 Aprile al primo maggio del 1915. Il convegno fu organizzato da Aletta Jacobs figura chiave del femminismo olandese e vi parteciparono tante donne straordinarie tra cui Jane Addams dagli Stati Uniti, futuro premio Nobel per la pace (1931) ed Emily Balch che insegnava al Wellesley College, anche lei più tardi insignita del premio Nobel per la pace (1946). 

Vi direte: d’ accordo ci avviciniamo al centenario e alle varie commemorazioni e convegni sulla grande guerra, e fin qui tutto fila. Ma cosa c’entra tutto questo con la moda e l’ arte del vestire che sono il soggetto di questa rubrica? Ebbene, il fatto è che a questo straordinario congresso dell’Aja, ci andò una delegata dei pacifisti italiani. E questa donna che rappresentò il nostro paese alla vigilia della sua stessa entrata in guerra si chiamava Rosa Genoni ed era “una sarta artista”, come fu definita dalla giornalista Paola Lombroso. Una sarta che aveva non solo una grande coscienza politica, ma che vedeva già nei primi anni del novecento come moda e politica fossero molto più connesse di quanto si possa pensare e che la lotta per l’ emancipazione delle donne, il diritto al voto, la loro cittadinanza erano elementi che determinavano la vita delle donne molte delle quali lavoravano con diverse mansioni nell'industria tessile e dell’abbigliamento. 

RG

Rosa Genoni con l’ abito Tanagra indossato a Roma

Come dimostra la vita privata e pubblica di Rosa Genoni, rivoluzionare l’ arte del vestire corrispondeva a rivoluzionare il proprio stare al mondo. Questo e altro collega la sua storia a quella di molte donne di altri paesi, al femminismo transnazionale e la lotta per l’ emancipazione e giustizia sociale. Come le donne impegnate negli Stati Uniti ai primi anni del Novecento e alle tante vite di donne immigrate di prima o seconda generazione, come abbiamo visto per Nina Piscopo. Vediamo brevemente come e perché. 

Il mio primo incontro con Rosa Genoni (1867-1954) è stato nel corso della ricerca del mio libro Fashion under Fascism (Oxford: 2004) e soprattutto nel contesto del dibattito sul nazionalismo e del rapporto tra moda e nazione che si svolse in Italia prima dell’avvento del regime di Mussolini. Rosa Genoni, che aveva cominciato a lavorare in una sartoria milanese di una parente all'età di dieci anni (faceva la piscinina, come si dice in milanese) e poi pian piano aveva frequentato le scuole serali, impara il francese andando a lavorare a Parigi, l’ allora capitale mondiale della moda e della modernità, direbbe Benjamin. Torna poi a Milano dove lavorerà come direttrice creativa, si direbbe oggi, in una delle maison più prestigiose (Haardt et Fils).

Ma parallelamente al mondo degli abiti, dei disegni e manifatture, Genoni aveva molte passioni, l’ attivismo politico la portò ad avvicinarsi ai circoli socialisti e ad Anna Kulishoff, con cui diventò amica, e dunque a collegarsi al movimento delle donne. Da qui la sua lotta per i diritti delle donne, per l'emancipazione legale e culturale, la passione per la cultura e le arti, la scrittura e l’insegnamento alla Società Umanitaria. 

Già dai primi anni del Novecento, è delegata al primo congresso delle donne italiane tenuto a Roma nell'Aprile del 1908, dove prende la parola proponendo un progetto di moda italiana. Da qui infatti – e si vede nel leggere il suo intervento – la sua coscienza di un progetto chiaro. La moda e il femminismo devono essere visti nelle loro interconnessioni, perché tante sono le donne che lavorano nel campo della moda ma anche tante sono le donne che provano piacere a vestirsi bene per un senso di estetica, di bellezza e di dignità personale. E dunque, avverte nel suo intervento, le donne  devono prendere piena coscienza della propria immagine sociale e sartoriale e non essere vittime della moda. Una moda che a quell’epoca era importata da Parigi. 

Da qui si snoda l’ altro punto forte della sua battaglia, ovvero la creazione di quello che oggi chiameremmo “made in Italy”. Un made in Italy che allora era solo sognato da pochi pionieri come Rosa Genoni che credeva visceralmente nella potenzialità dell’Italia di affermarsi come un paese moderno che potesse trasmettere tutta la sua bellezza e creatività. A Milano forma un comitato per la creazione e promozione di Pura Arte Italiana a cui partecipa tra gli altri un noto aristocratico, il conte Giuseppe Visconti di Modrone, padre del regista Luchino Visconti. 

È di questo che parlerà nel suo intervento romano che sarà pubblicato interamente sulla rivista Vita femminile e con cui continuerà la sua carriera di giornalista. 

Ai tempi della Genoni c’era solo una moda, ed era quella di Parigi. Le signore eleganti e facoltose si recavano a Parigi da Paquin, Poiret e prima ancora da Worth, l’artefice della nascita della couture: Charles Worth, un inglese a Parigi. Ma Genoni ha un piano preciso: demistificare il mito di Parigi e creare il mito della moda e dello stile italiano come nuovo sinonimo di chic ed eleganza. 

LB

Lyda Borelli con l’ abito Tanagra versione elegante, 1908

Come sappiamo questo sogno riuscì a realizzarsi pienamente solo nel Secondo dopoguerra. Ma è interessante sapere come e quando questi germi furono innescati. Rosa Genoni apprende dai colleghi parigini come Poiret, le strategie del marketing e fa una operazione simile vestendo la divina Lyda Borelli (di cui abbiamo parlato da questa rubrica qualche tempo fa) con il suo magnifico abito drappeggiato ispirato alle statue di Tanagra. È l’ abito di una donna con una forte presenza scenica come la Borelli, stupenda nelle foto che appariranno anche nella Illustrazione italiana (1908). La stessa Rosa Genoni si fa ripetutamente fotografare con lo stesso abito, è con questo vestito che si reca al convegno di Roma in cui prende la parola. 

Ma proprio due anni prima, nel 1906, c’era stata un’altra data molto significativa per Rosa Genoni ma anche per la città di Milano: l’ esposizione universale. Il padiglione delle arti decorative ebbe in questa edizione uno spazio immenso e Rosa Genoni vi partecipò disegnando una collezione di abiti stupendi, di cui due sopravvivono e sono stati recentemente restaurati (sono esposti alla Galleria del Costume di Palazzo Pitti a Firenze): l’ abito ispirato alla Primavera di Sandro Botticelli e il manto di Corte ispirato ai disegni dei costumi di Pisanello. La giuria internazionale riconosce il suo talento e assegna alla Genoni il primo premio. È il suo grande trionfo che pone le basi della sua battaglia per una moda italiana, il titolo di una sua pubblicazione in cui raccoglie e presenta le sue idee per le sue creazioni.  Questo esemplare può considerarsi il suo fashion book in cui sono fotografate alcune delle sue importanti testimonial come Lyda Borelli e signore della nobiltà.  

Ma il successo non le fa dimenticare le sue battaglie per una giustizia sociale, dei diritti delle lavoratrici e le sue idee fondamentalmente democratiche e libertarie. E soprattutto la convinzione che una guerra sarebbe stata una vera catastrofe non solo per l’ Italia ma per il mondo intero. 

Insieme all’olandese Aletta Jacobs, a Jane Addams, Emily Balch, Grace Wales, Rosika Schwimmer e tante altre donne impegnate nel movimento per il suffragio, la giustizia sociale e il pacifismo, la Genoni partecipò alla Prima Conferenza Internazionale delle Donne all’Aia nel 1915. Prese inoltre parte ad un'informale missione diplomatica come una delle inviate del Congresso delle Donne nel 1915, per visitare capi di governo sia di stati in guerra che neutrali per presentare una serie di misure che potessero contribuire a porre fine allo spargimento di sangue e costruire un solido ordine legale internazionale.  

bookIl movimento internazionale per la pace divenne così lo spazio ideale per richieste femministe transnazionali sul lavoro, sull'istruzione, sul diritto al voto, sull'uguaglianza e sull'attivismo politico. In questo contesto, il Congresso all’Aja fu un avvenimento storico che attirò più di 1.230 delegati da tutto il mondo, a cui si aggiunsero più di 2.000 visitatori. Fu certamente un'esperienza straordinaria per una ragazza che proveniva da Tirano, un piccolo centro della provincia di Sondrio, che aveva dovuto lottare sin da bambina per guadagnarsi il riconoscimento nel nuovo mondo della moda italiana, per poi unirsi al movimento italiano delle donne e a un movimento femminista transnazionale. La Genoni deve avere visto il Congresso dell’Aja come una concretizzazione di una piattaforma in cui le sue idee sulla moda, sulla politica e sulle donne potevano convergere. Faceva ora parte di uno straordinario gruppo internazionale di donne che stavano per lasciare un segno indelebile nella storia. Furono accolte in una splendida stanza decorata con piante e fiori. 

Tuttavia, il suo entusiasmo verso la modernità e il suo sogno di una società più egalitaria e democratica furono politicamente annientati dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale e, in seguito, dal trionfo del fascismo: a entrambi Rosa Genoni si oppose fermamente e con tutte le sue forze. 

Se volete saperne di più di questa donna straordinaria, potete leggere il mio libro che uscirà a maggio in versione bilingue e con tante illustrazioni.

 

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