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L’Italia della moda piccola e globale

di La VOCE di New York
Merribel Ayres con l'ambasciatore Claudio Bisogniero

Merribel Ayres con l'ambasciatore Claudio Bisogniero

All'Ambasciata italiana di Washington si è parlato di moda made in Italy con alcuni prestigiosi marchi del settore tessile. Affacciandosi sul mercato internazionale, le aziende italiane devono riuscire ad essere competitive pur conservando l'artigianalità che rende unici i loro prodotti

Un tempo c’erano i laboratori artigianali, luoghi magici in cui le mani esperte di modelliste e sarti confezionavano abiti di pregio per clienti esigentissimi. Oggi le sartorie di alta moda non hanno alcuna intenzione di cedere il passo alle produzioni di stampo industriale intaccando il pregio dei propri capi. La sfida è quella di restare artigianali nella qualità, ma globali nella distribuzione.

Ne hanno parlato all’ambasciata italiana di Washington Alessandro Spada (CEO di Amina Rubinacci) e Tony Maisto (in rappresentanza di Italo Ferretti). Con loro l’imprenditrice Merribel Ayres, titolare della boutique Amina Rubinacci, che ha organizzato il panel.

Kathleen Parker, ALessandro Spada e Tony Maisto

Kathleen Parker, ALessandro Spada e Tony Maisto

Un incontro interessante che ha fatto chiarezza sulle dinamiche che sottendono le piccole e medie aziende italiane del settore della moda, che si affacciano al mercato internazionale. A moderare il dibattito la nota giornalista Kathleen Parker. Sul tavolo importanti argomenti di discussione come la vendita online dei prodotti, la protezione del brand dai pericoli della contraffazione e la necessità di mantenere standard qualitativi altissimi pur in un contesto di produzione di scala mondiale.

Presente l’ambasciatore Claudio Bisogniero, che ha sottolineato quanto sia essenziale la componente moda nella più ampia offerta del made in Italy. Sono circa 60.000 le aziende italiane, con un fatturato complessivo di circa 70 miliardi di dollari, incrementato del 5.5% rispetto al 2014.

I mercati internazionali – ha detto Bisogniero – giocano un ruolo cruciale. Pensate che le nostre esportazioni nel settore moda sono cresciute del 6.2% nei primi sei mesi di quest’anno. Negli Stati Uniti le cifre sono semplicemente spettacolari: in sette mesi si è avuto un incremento del 30.2% tradotto in 4 miliardi di dollari. Le nostre aspettative per il 2016 sono molto alte”.

L’ambasciatore ha poi illustrato una serie di iniziative che il governo metterà in atto per supportare il mercato italiano negli Stati Uniti. “Dal 2 aprile 2016 Milano ospiterà la XXI Triennale con tema “21st Century. Design after design”, uno straordinario viaggio espositivo che racconterà i trend del design nel mondo.

Bisogniero ha poi sottolineato quanto le medie e piccole case di moda abbiano inciso profondamente nel rendere il made in Italy sinonimo di qualità e di eleganza in tutto il mondo.
“I marchi Amina Rubinacci e Italo Ferretti sono l’esempio perfetto di come le aziende italiane e gli esercizi a conduzione familiare siano stati in grado di ritagliarsi un ruolo nel mercato globalizzato riuscendo ad avere grande successo grazie all’alta qualità dei loro prodotti”.

ALessandro Spada

ALessandro Spada

Interessante l’approccio che Scala e Maisto hanno espresso circa la possibilità di espandere le vendite online: entrambi hanno concordato sul fatto che le piccole aziende non debbano comunque mai perdere il contatto diretto con i clienti, per comprenderne le esigenze, per compenetrare i gusti che cambiano.
“Con quattordici negozi in tutto il mondo, Amina Rubinacci può essere considerata una ‘small custom tailored globalized company’ a tutti gli effetti” ha sottolineato Spada nel suo intervento.
 Piccolo e globale? Potrebbe sembrare un’antitesi, ma non lo è.
Piuttosto si tratta di un concetto particolarmente vincente, dal momento che restare piccoli ed artigianali rappresenta la forza delle aziende a conduzione familiare.
“Il grande vantaggio è che siamo piccoli a sufficienza per confezionare su misura i nostri prodotti per i vari mercati nazionali a cui ci rivolgiamo; ma siamo tuttavia abbastanza grandi da trarre vantaggio da questo tipo di produzione. Non abbiamo lo stesso tipo di negozio in ogni città e ogni paese, bensì diversi negozi con prodotti diversi che si adattano ai desideri e ai gusti dei clienti in quel paese”.

Sembrerebbe, dunque, che la chiave del successo sia quella di non lasciarsi tentare dalle malie della produzione seriale industriale, cercando invece di continuare a lavorare su numeri sufficientemente bassi da permettere una personalizzazione del prodotto.
In questo contesto il mercato americano si riconferma come quello più importante per le piccole case di moda italiane, che si sono affacciate al mercato globale partendo proprio dagli Stati Uniti.

 

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