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Slow fashion: un’altra moda è possibile

In un incontro al Graduate Center della CUNY si è parlato di moda e sostenibilità

slow fashion
L'industria della moda sfrutta manodopera a basso costo in paesi in via di sviluppo per produrre collezioni economiche e di breve durata ed è ormai seconda solo al petrolio per impatto ambientale. Un gruppo di imprenditori illuminati si interroga su modelli alternativi

Nel 1986 Carlo Petrini irrompe nel mondo con “slow food” come risposta al dilagare del fast food, del junk food, e delle abitudini frenetiche, non solo alimentari, della vita moderna. Oggi, partendo dalle medesime considerazioni, si parla di “slow fashion” in contrapposizione netta con l’andamento degli ultimi decenni, che ha visto la produzione tessile e di accessori andare sempre più verso un “fast fashion” improntato alla velocità: piccole collezioni vengono disegnate e lanciate sul mercato al ritmo di una ogni due/tre settimane. Agguerriti e dinamici cool hunter (cacciatori di tendenze) girano il mondo osservando i modelli culturali che si formano ed evolvono nei media, nella moda o semplicemente nella vita comune. I risultati delle ricerche vengono, immediatamente, mandati in produzione.

Zara, H&M, Mango, Esprit, sono solo alcuni dei brand giovani in ambito moda, marchi che, nel giro di pochi anni, sono riusciti ad imporre questa nuova tendenza. Quella che in prima battuta era sembrata innovazione, oggi viene vista come un nuovo sistema usa e getta. Tonnellate di vestiti a basso costo vengono acquistati, indossati e gettati. Generando una catena che ha fatto diventare l’industria della moda la seconda fonte di inquinamento globale dopo il petrolio.

Ma qual è il vero costo del fast fashion? Chi e come può produrre una maglietta che poi sul mercato viene venduta a cinque dollari? Sulle etichette leggiamo Bangladesh, India, Cina, Pakistan: a quali condizioni in questi paesi si possono produrre indumenti di qualità inferiore e materiale scadente, e destinatati ad essere indossati solo una stagione?

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Da sinistra: Chrislande Dorcilus, Tabitha St Bernard, Sass Brown, Laura Sansone

A molte di queste domande, hanno cercato di dare una risposta Laura Sansone, Sass Brown, Tabitha St. Bernard, Auralis Herrero, durante l’incontro dal titolo Fashion&Sustainability, moderanto da  Chrislande Dorcilus, venerdì 8 aprile, al CUNY Graduate Center.

Laura Sansone è fondatrice di House-Wear Design Studio, una società di progettazione e produzione specializzata in tessuti sostenibili. È anche ideatrice del progetto Textile Lab, che analizza i metodi di produzione tessili ecologicamente sostenibili, e i sistemi locali di produzione, insegnando all’interno delle piccole comunità, i segreti della tintura naturale, della filatura e della tessitura. Attualmente assistente di Alternative Fashion Systems alla School for Design Strategies della Parsons School of Design at New School, questa pioniera della “moda sostenibile”, ha sottolineato quanto sia importante recuperare la conoscenza di alcuni aspetti legati alla produzione dei tessuti che possa far meglio comprendere l’importanza di ottenere fibre naturali biologiche e certificate o provenienti dalla catena del riciclo. Ogni giorno quintali di indumenti vengono macerati, mentre con un adeguato riciclo si potrebbero ottenere capi nuovi o addirittura convertire gli indumenti in oggetti differenti.

Lo slow fashion tenta di rallentare non solo i produttori ma anche i consumatori. Rallentare per rendersi conto che non abbiamo bisogno di comprare ogni giorno un capo nuovo. Dobbiamo fare un passo indietro e rivalutare ciò che è veramente importante per noi. Che non significa necessariamente lavorare a maglia le nostre calze, ma semplicemente iniziare a comprare in modo più consapevole.

“Ai miei studenti chiedo di farsi queste quattro semplici domande prima di un acquisto: Ne ho veramente bisogno? Dove è stato fatto? Durerà nel tempo? Con che materiale è stato fatto? Se conosci le risposte allora procedi e acquista, altrimenti fermati e rifletti perché, forse, puoi farne a meno. A volte, a causa della grande offerta, siamo spinti a comprare cose di cui non abbiamo veramente bisogno. Cose di cui magari non siamo nemmeno soddisfatti al 100%, ma che compriamo ugualmente perché costano poco. Ma queste cose poi finiranno in un cassetto e di lì a poco verranno gettate, senza magari essere state indossate nemmeno una volta”. A parlare è Auralis Herrera, stilista, imprenditrice, consulente per la produzione sostenibile, ed educatrice. Fondatrice del brand Auralis, marchio resortwear sostenibile: la stagionalità della produzione di abiti di questo brand dura un anno intero, utilizzando solo tessuti biologici, sostenibili, naturali o riciclati, con impatto ambientale ridotto al minimo. La progettazione è realizzata interamente tra New York e Porto Rico. Moda e sostenibilità in questo caso hanno un sapore particolarmente importante anche in virtù del legame tra New York e Porto Rico, basato sul forte flusso migratorio dall’isola versola città.

“Certo è difficile cambiare nei consumatori un comportamento radicato nel tempo – ha osservato Chrislande Dorcilus, moderatrice dell’incontro – Se mi serve un nuovo paio di scarpe la prima cosa che mi viene in mente è andare da H&M. Come è possibile cambiare questa tendenza ed innescare una nuova visione culturale?”

Credo che l’aspetto più importante legato alla moda e alla sostenibilità, sia la consapevolezza”, ha detto Sass Brown, acting associate dean for the School of Art and Design al Fashion Institute of Technology di New York. Ricercatrice, scrittrice, blogger ed educatrice, la sua area di competenza è la moda etica, in tutte le sue espressioni. A suo avviso la risposta è: “Convincere le persone, soprattutto i giovani, a pensare al futuro. H&M, sull’onda di questi nuovi movimenti legati alla moda, ha realizzato una linea sostenibile. Questo risolve il problema del fast fashion? No, io credo proprio di no. La mentalità delle persone è ormai settata nell’ottica del facile, veloce e poco costoso. Dobbiamo trovare il giusto modo per comunicare queste nuove tendenze e dobbiamo farlo capendo che anche il linguaggio della comunicazione è cambiato. Si tratta di un processo graduale che inizia col chiedersi dove sono sono stati fatti i miei vestiti? Controlliamo le etichette, guardiamo di che materiale sono fatti i nostri abiti, guardiamone la provenienza, proprio come abbiamo imparato ad approcciarci al cibo. Diventando scrupolosi. Mia madre quando si comprava un cappotto sapeva che le sarebbe durato otto, forse anche 10 anni. I vestiti oggi non vengono più concepiti né fatti in questo modo. Nulla è più fatto per durare. Bisogna concentrarsi su ciò di cui ho veramente bisogno anziché sul vado a fare shopping concepito come un passatempo. Trovate un designer che vi piace e supportatelo”.

Come con l’alimentazione, anche nella moda il ritorno al locale è determinante: anche i vestiti possono essere a chilometri zero. “Io sono una imprenditrice e una designer – ha detto Tabitha St. Bernard

, designer dietro il brand Tabii Just, marca di abbigliamento femminile che incoraggia il consumo consapevole e di produzione locale – e mi rendo conto di quanto per me sia stato fondamentale vedere, imparare e comprendere il lavoro svolto dagli artigiani e da coloro che realizzano tessuti e abiti. La produzione locale è importante perché caratterizzata da un basso consumo delle risorse. Produce un inquinamento ridotto, offre condizioni lavorative e retribuzioni più eque, ed è soggetta a maggiori controlli e più trasparenza. Credo anche però che, se si vuole insegnare alle persone cosa significhi veramente sostenibilità, sia necessario dar loro degli strumenti per poter comprendere la differenza tra fast fashion e slow fashion e questo può avvenire solo attraverso una lenta educazione al cambiamento”.

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