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Chloé, la raffinata freschezza del verde che torna sempre di moda

La parola Chloé, oltre a essere il nome del brand fondato nel 1952, deriva dal greco antico Χλóƞ con i significati di "verde", "giovane"

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Il brand La Maison Chloé contiene degli evidenti rimandi al genere pastorale, genere divenuto protagonista grazie all'autore greco Longo Sofista, che nel suo romanzo "Dafni e Cloe", di un centinaio di pagine, racconta le vicende della mitica Chloe. Il termine, che assume anche i significati di “incontaminato” ed “erba tenera", era però anche un epiteto di Demetra, la dea dei raccolti

La Maison Chloé viene fondata nel 1952 dalla stilista parigina Gaby Aghion e dal suo partner Jacques Lenoir, che furono tra i primi a comprendere l’esigenza di una moda pret-a-porter di alta classe. Il nome Chloé fu scelto dalla stilista per il suo effetto fonetico dolce e raffinato, come un velo impalpabile che sussulta al soffio di una leggerissima brezza: questo sarebbe stato nella realtà  il risultato della sua collezione. Famosi  collaboratori della Maison Cloé furono nel tempo Christiana Bailly, Graziella Fontana, Carlos Rodriguez, Karl Lagerfeld, Stella Mc Cartney. Ma quali grandi personaggi indossarono Cloé? Jackie Kennedy, Brigitte Bardot, Maria Callas e Grace Kelly. Ad oggi, il brand Chloé è distribuito in quasi tutto il mondo tramite una rete di filiali che coprono le maggiori capitali: Parigi, Londra, Tokyo, Hong Kong, Shanghai, New York, Dubai. In Italia gli unici negozi monomarca del brand si trovano a Milano all’interno dei grandi magazzini “La Rinascente” e a Porto Cervo. Ma che origine ha il nome Chloé? La parola Chloé deriva dal greco antico Χλóƞ (Chlóe) con i significati di “verde”, “giovane”, “fresco”, “puro”, “incontaminato”, “erba tenera”  e questo era anche un epiteto di Demetra, la dea dei raccolti. Il verde è  da sempre sinonimo di rigenerazione, rinascita, il verde è primavera.

Pensiamo che nella moda di Francia, il verde si affaccia a ridosso della caduta di Napoleone, quando interrompe l’invadenza del bianco neoclassico che aveva caratterizzato il periodo imperiale. L’Ottocento impiega senza risparmio tutti i verdi (es. ortica, erba, oliva, lucertola, bottiglia, acqua di lago). Noi conosciamo le vicende della mitica Chloe dal romanzo dell’autore greco Longo Sofista. Siamo intorno al II d.C. in Grecia. Uno scrittore (di cui nulla conosciamo se non, forse, il nome, Longo), scrive un’opera d’un centinaio di pagine, vero e proprio romanzo, in prosa, che passerà alla storia col titolo di “Dafni e Cloe”. È il primo vero e proprio romanzo “pastorale” della storia ( senza trascurare gli “Idilli” di Teocrito e le “Bucoliche” di Virgilio)… ed è straordinario scoprire che può ancor oggi intrattenere, allietare, addirittura commuovere. Ma non è una semplice e banale storia d’amore: è una storia, psicologicamente approfondita, è la vicenda della scoperta dell’amore in due cuori semplici e puri…

Oggi esiste ancora l’interesse per il genere pastorale? Certamente, però con una differenza: ha superato il “territorio” artistico per entrare nell’ambito politico, sociologico, economico…pensiamo  agli “agriturismo”, ai prodotti commerciali definiti “biologici”, ai partiti politici chiamati “verdi”, all’ostilità verso la tecnologia: sono tutte manifestazioni estranee all’arte, ma che si ispirano a  quel movimento letterario che prese il nome di “pastorale” e che nacque con Longo Sofista e col suo celeberrimo romanzo “Dafni e Cloe” Dafni e Cloe?: chi sono? Due fanciulli che, abbandonati dai loro genitori, sono raccolti per compassione e allevati da due differenti famiglie di pastori. Essi crescono  insieme e scoprono molto gradualmente il reciproco amore.

“Erano lieti se vicini, se lontani eran tristi, sentivano in sé stessi di volere qualcosa, ma quel che volessero non sapevano” (I, 22).
“Chi ama soffre, e noi soffriamo; chi ama non pensa a mangiare, e anche noi non ci pensiamo; chi ama non può dormire e questo anche noi proviamo; chi ama ha l’impressione di bruciare e anche in noi è il fuoco…” ( II, 8).

Ma ecco il lieto fine: entrambi sono riconosciuti dai loro legittimi genitori, entrambi si scoprono appartenere a una classe sociale superiore a quella di pastori e schiavi. Si celebrano le nozze e il finale è rosa e pastorale insieme: “quando ebbero il primo maschietto lo fecero allattare da una capra e quando poi nacque loro una bambina vollero che fosse allevato da una pecora… e così vissero in campagna sino a tarda età” (IV, 39).

Il cosiddetto  mito del “buon selvaggio”, connotato da sentimenti puri e genuini, nasce sul finire del 1700 grazie alla pubblicazione di diverse relazioni riguardanti viaggi d’esplorazione nelle terre australi che parvero presentare una situazione paradisiaca in cui la civiltà non era ancora giunta. Viene pubblicato nel 1787 il celebre romanzo “Paul et Virginie”, in cui l’autore Bernardin de Saint-Pierre racconta il destino di un “figlio della natura” corrotto dal sentimentalismo falso e artificiale mentre “Atala”, storia d’amore di “due selvaggi”, di F.R. Chateaubriand (1768/1848) uscì nel 1801. Ma chi si interessò particolarmente al tema fu J.J. Rousseau (1712/1778) il quale vedeva una divaricazione sostanziale tra la società e la natura umana e affermava che l’uomo veniva  corrotto dalla società, cioè da un prodotto artificiale nocivo. Nel “Discorso sull’ineguaglianza”, illustrò il progresso e la degenerazione dell’umanità da un primitivo stato di natura sino alla società moderna. Rousseau suggeriva che gli uomini primordiali fossero individui isolati, diversi dagli altri animali unicamente per il possesso del libero arbitrio e per la capacità di perfezionarsi.

Quando gli uomini furono costretti a vivere in comunità, a causa della crescita della popolazione, subirono una trasformazione psicologica, in seguito alla quale cominciarono a considerare il giudizio degli altri come un valore indispensabile per il proprio benessere, Rousseau spiega come il desiderio di essere considerati dallo sguardo altrui, che si era generato durante l’età dell’oro, aveva potuto, sul lungo periodo, corrompere l’integrità e l’autenticità degli individui all’interno di una società, quella moderna, segnata dalla dipendenza reciproca, dalle gerarchie e dalle diseguaglianze sociali.

Anche G. Leopardi (1798/1837) affermò che gli uomini vivevano in uno stato di felicità, per quanto illusoria, solo nell’età primitiva, quando vivevano nello stato di natura, non condizionati dall’incivilimento dovuto alla ragione, ma vollero uscire da questo stato di beata ignoranza per mettersi alla ricerca del vero. La ragione fece evolvere l’uomo e rivelò la vanità delle pie illusioni, scoprì il male, il dolore e l’angoscia. Leopardi giunge così a considerare il dolore come il frutto negativo dell’evoluzione storica: lo sviluppo del sapere razionale ha negato a tutti gli uomini quella spontanea e libera immaginazione che permetteva di trovare conforto al dolore L’infelicità dell’uomo è dunque un prodotto della ragione moderna, e per Leopardi le epoche passate sono migliori di quelle presenti, e solo i fanciulli possono essere spensierati.

Il buon selvaggio come protagonista o, più spesso, affiancato al protagonista, è stato per lungo tempo un personaggio popolare tipico della letteratura. Forse il primo più notevole esempio è “Venerdì” il compagno e amico di “Robinson Crusoe” (1719) di Daniel  Defoe o “Tarzan” ideato da Edgar Rice Burroughs (1875/1950). Nel XIX secolo  il mostro protagonista del romanzo di Mary Shelley” Frankenstein” (1818), in quanto spaventoso di aspetto, originariamente buono e gentile, diventa aggressivo e lentamente malvagio, fino ad uccidere il suo creatore (nonché amici e famigliari dello scienziato) e infine a suicidarsi per l’insopportabile senso di colpa. Ma anche in ambito pittorico Paul Gauguin (1848/1903) incarna l’artista che vuole evadere dalla società e dai suoi problemi per ritrovare un mondo più puro ed incontaminato. Egli, al pari di tutti gli altri pittori e poeti francesi di fine secolo, trascorse sullo stesso piano la sua vita privata e la sua attività artistica. E le visse con quello spirito di continua insoddisfazione e di continua ricerca di qualcosa d’altro che lo portò a girovagare per mezzo mondo, attratto soprattutto dalle isole del Pacifico del Sud. Quell’ Arcadia, terra idealizzata dove uomini e natura vivono in perfetta armonia divenuta famosa grazie all’ ambientazione della poesia bucolica di Virgilio e ripresa nel Rinascimento, per esempio, da Jacopo Sannazaro. Ancora in tempi moderni i poeti indicano l’Arcadia come una terra mitica, per esempio John Keats nella bellissima “Ode to a Nightingale” (1819) nella cui compagnia vi lascio…

Il documento autografo di John Keats

My heart aches, and a drowsy numbness pains

My sense, as though of hemlock I had drunk,

Or emptied some dull opiate to the drains

One minute past, and Lethe-wards had sunk:

‘Tis not through envy of thy happy lot,

But being too happy in thine happiness,

That thou, light-wingèd Dryad of the trees,

In some melodious plot

Of beechen green, and shadows numberless,

Singest of summer in full-throated ease.

O for a draught of vintage! that hath been

Cool’d a long age in the deep-delvèd earth,

Tasting of Flora and the country-green,

Dance, and Provençal song, and sunburnt mirth!

O for a beaker full of the warm South!

Full of the true, the blushful Hippocrene,

With beaded bubbles winking at the brim,

And purple-stainèd mouth;

That I might drink, and leave the world unseen,

And with thee fade away into the forest dim:

Fade far away, dissolve, and quite forget

What thou among the leaves hast never known,

The weariness, the fever, and the fret

Here, where men sit and hear each other groan;

Where palsy shakes a few, sad, last grey hairs,

Where youth grows pale, and spectre-thin, and dies;

Where but to think is to be full of sorrow

And leaden-eyed despairs;

Where beauty cannot keep her lustrous eyes,

Or new Love pine at them beyond to-morrow.

Away! away! for I will fly to thee,

Not charioted by Bacchus and his pards,

But on the viewless wings of Poesy,

Though the dull brain perplexes and retards:

Already with thee! tender is the night,

And haply the Queen-Moon is on her throne,

Cluster’d around by all her starry Fays

But here there is no light,

Save what from heaven is with the breezes blown

Through verdurous glooms and winding mossy ways.

I cannot see what flowers are at my feet,

Nor what soft incense hangs upon the boughs,

But, in embalmèd darkness, guess each sweet

Wherewith the seasonable month endows

The grass, the thicket, and the fruit-tree wild;

White hawthorn, and the pastoral eglantine;

Fast-fading violets cover’d up in leaves;

And mid-May’s eldest child,

The coming musk-rose, full of dewy wine,

The murmurous haunt of flies on summer eves.

Darkling I listen; and, for many a time

I have been half in love with easeful Death,

Call’d him soft names in many a musèd rhyme,

To take into the air my quiet breath;

Now more than ever seems it rich to die,

To cease upon the midnight with no pain,

While thou art pouring forth thy soul abroad

In such an ecstasy!

Still wouldst thou sing, and I have ears in vain—

To thy high requiem become a sod.

 

Thou wast not born for death, immortal Bird!

No hungry generations tread thee down;

The voice I hear this passing night was heard

In ancient days by emperor and clown:

Perhaps the self-same song that found a path

Through the sad heart of Ruth, when, sick for home,

She stood in tears amid the alien corn;

The same that ofttimes hath

Charm’d magic casements, opening on the foam

Of perilous seas, in faery lands forlorn.

Forlorn! the very word is like a bell

To toll me back from thee to my sole self!

Adieu! the fancy cannot cheat so well

As she is famed to do, deceiving elf.

Adieu! adieu! thy plaintive anthem fades

Past the near meadows, over the still stream,

Up the hill-side; and now ‘tis buried deep

In the next valley-glades:

Was it a vision, or a waking dream?

Fled is that music:—do I wake or sleep?

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