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SDGs 2030: indossa l’arancia per lo sviluppo sostenibile nel mondo

L’evento al Palazzo di Vetro dell'ONU presenta nuove forme di tessuti ecosostenibili con una bassa impronta al carbonio

Mostra "Forests for Fashion" all'ONU (UN news/Fatima E. Mendez)

In una industria che fattura 1500 miliardi di dollari l’anno, il trend delle case di moda è di diventare sempre più “green” senza essere meno “fashion”, riducendo le emissioni di carbonio e gas serra e diminuendo lo spreco di acqua

Grazie all’attenzione dedicata questa settimana agli SDGs, ovvero il percorso internazionale composto da 17 obiettivi di sviluppo sostenibile da raggiungere auspicabilmente entro il 2030, si sono moltiplicati gli eventi che hanno posto al loro centro le cosiddette “fibre green”.

Ne è un esempio la mostra “Forest for Fashion” all’ONU, dedicata all’utilizzo di fibre derivate dalla lavorazione del legno, a loro volta diretta conseguenza di attività di riforestazione.

L’iniziativa parte da alcuni semplici assunti: se vogliamo salvare le foreste dobbiamo dare loro un valore effettivo, che possa essere quantificato economicamente. Dare uno scopo, una funzione al rimboschimento, potrebbe di fatto interrompere il circolo vizioso della distruzione di milioni di ettari di foreste nel mondo, supportando al contempo le comunità rurali.

La mostra “Forests for Fashion” (foto NYV)

“Le foreste possono creare ecosistemi produttivi, favorendo le comunità agricole locali” afferma l’attrice Michelle Yeoh, UN Development Programme Goodwill Ambassador “L’industria dell’abbigliamento potrebbe essere l’elemento essenziale di transizione verso società più sostenibili”.

L’industria della moda è responsabile di circa il 20% dello spreco totale di acqua sulla terra e del 10% delle emissioni globali di carbonio, senza contare i polimeri e gli scarti chimici derivanti dalle produzioni negli stabilimenti, immessi direttamente nella acque di fiumi e mari, che alterano pericolosamente gli equilibri di flora e fauna di questi ecosistemi. A questo, dobbiamo aggiungere  le disastrose condizioni di lavoro di molte delle realtà legate al business del fashion, che non si  preoccupano di utilizzare manodopera sottopagata o addirittura minorile.

Alcune creazioni di stilisti italiani (foto NYV)

Già nel 2015, l’attenzione verso fibre e tessuti ecosostenibili diventava il fulcro delle passerelle di moda durante le fashion week mondiali. Ma cosa significa per un’azienda essere ‘’ecosostenibile’’? Nel pratico, consiste nell’utilizzare metodi di produzione sostenibili, spaziando dall’utilizzo di materiali organici fino allo smaltimento consapevole e responsabile degli eventuali prodotti di scarto della produzione. Non solo, ma l’utilizzo di fibre organiche o biodegradabili porterebbe allo sviluppo di nuove tecnologie e infrastrutture legate alla loro produzione. 

Un esempio famoso è la collezione di Salvatore Ferragamo , che ha creato una capsule collection basandosi sull’ORANGE FIBER, un tessuto sviluppato da due ragazze siciliane, già intervistate dalla Voce di New York nel 2014. Altre aziende come North face, Mizuno, Puma utilizzano la tecnologia assorbi-odori brevettata a partire dalla fibra del caffè. 

Ma sono molti altri i prodotti animali o vegetali utilizzati dal fashion business: birra, soia, canna da zucchero, carapace dei crostacei, ananas cocco, eucalipto e bambù.

Tutto considerato, fare la spesa in futuro sarà molto più una questione da “fashion addicted”.

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