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Napolislam: storie di conversione

Intervista a Ernesto Pagano, autore di un documentario che racconta la Napoli dell'integrazione

Napolislam
Attraverso le storie di chi ha scelto di convertirsi all'Islam, il giornalista Ernesto Pagano mostra una Napoli tollerante e aperta. “Mi sono interessato al fenomeno dopo aver incontrato Ciro Mohammed che ha trovato Allah mentre cercava online un libro su Maradona”

C’è Francesco che ha imparato l’arabo classico nel quartiere sanità e oggi è diventato Muhammad, c’è Yassin, al secolo Agostino Gentile, imam della moschea di Piazza Mercato. E poi c’è anche Alessandra, che adesso si fa chiamare Amina dopo aver sposato Walid che è venuto dall’Algeria. Dieci storie, una telecamera che entra nelle case e scende nelle piazze, si snoda nei vicoli, per raccontare la conversione all’Islam di alcuni napoletani.

È Napolislam il documentario del giornalista e documentarista Ernesto Pagano che mostra una Napoli tollerante ed aperta al dialogo dove gli spazi si sovrappongono e vengono condivisi da cristiani e musulmani. Un film che esplora un fenomeno fino ad ora ignorato: l’islamizzazione di una parte della nostra società e, con essa, i processi di integrazione che partono dal basso. Uno spaccato inedito della città partenopea, già abituata in passato al dialogo, aperta alla contaminazione di altre culture.

Ernesto Pagano, laurea in lingua araba e studi islamici all’Università Orientale di Napoli, ha collaborato con il programma Report di Rai tre,  Reportime e (rubrica d’inchieste del Corriere.it) e National Geographic Channel. Traduttore per il settimanale Internazionale, oggi è ritornato al Cairo dove ha vissuto stabilmente dal 2005 al 2008 e collabora con la Radio Italiana Svizzera.

Dalla sua casa in Egitto ci ha raccontato come nasce Napolislam, presentato nei giorni scorsi al San Diego Italian Film Festival e che atmosfera si vive al Cairo dopo la morte di Giulio Regeni.

NapolislamNapolislam parla della conversione di alcuni italiani, napoletani, all’Islam. Quale approccio hai scelto per raccontare questo fenomeno?

“Quello del cronista che racconta senza prendere una posizione e offrire giudizi. Ho voluto raccontare dietro una telecamera la quotidianità di chi si è convertito all’Islam. Le storie compongono un mosaico e il raccontare la quotidianità si è trasformato in una notizia”.

Ti hanno mai accusato di essere troppo islamofilo?

“Alcuni  mi hanno detto perché non parlavo dei musulmani cattivi, ma in realtà io mi sono interessato al fenomeno della conversione a Napoli quando sono venuto a conoscenza della storia di Ciro  Mohammed, il quale mi ha raccontato di aver trovato la fede in Allah mentre cercava  un libro su Maradona online. Questa storia mi ha affascinato e, tramite lui, ho conosciuto alcune persone che poi sono diventate  protagoniste del mio documentario”.

Scopriamo una Napoli tollerante e aperta al dialogo, in coerenza anche con il suo passato di luogo di contaminazione di altre culture. Pensi che lo stesso documentario avresti potuto realizzarlo in un’altra città, magari nel Nord?

“Ogni città ha le sue dinamiche rispetto all’integrazione, ma  Napoli è unica, non solo perché è stata sempre una città aperta al dialogo ma perché c’è un modo tutto particolare di gestire gli spazi comuni: per sovrapposizione. Basti pensare alla scena girata in Piazza Mercato. In quello stesso luogo  si svolge la festa della Madonna del Carmine, si giocano sempre partite di calcio e si prega per il Ramadan.  Anche il rapporto tra i vicini e la moschea è fatto all’inizio di diffidenza che poi si trasforma in amicizia”.

Quali sono le motivazioni che hanno spinto i protagonisti del tuo film alla conversione?

“Difficile trovare un denominatore comune. I fattori principali sono: crisi di valori, disoccupazione e crisi di identità. C’è il fattore spirituale, la conversione che nasce da un matrimonio misto quasi come sintomo fisiologico. Ognuno però compie un percorso personale”.

Nel film ci sono dei momenti di ilarità che diventano dialoghi da commedia vera e propria. Hai voluto sdrammatizzare un po’ i toni seri che si usano quando si parla di Islam?

“La comicità fa parte della natura di ogni napoletano ed è sempre molto spontanea. Nel documentario nasce anche dal confronto tra chi si è convertito e chi no”.

Perché l’Islam fa paura…

“È una questione di ignoranza. Cosa sanno gli italiani dell’Islam? Cosa raccontano i media? Il racconto dei media spesso è confinato dentro un format che spinge il giornalista a raccontare solo alcune cose. Questo non vuol dire che l’ISIS non ha nulla a che vedere con l’Islam. Io sono tra quelli che non credono ad una totale estraneità dell’ISIS alla religione islamica. L’Islam però è qualcosa di molto più complesso e sfaccettato che merita un approfondimento e non di sicuro un’unica versione che viene costantemente diffusa. È un mondo complicato fatto di intrecci, dittature, relazioni delicate, religione, cultura. Viene però sempre strumentalizzato.  Il problema è che l’Islam in questo momento sta vivendo una crisi interna molto forte. Manca una guida, una leadership e un ambiente democratico favorevole  al dibattito, visto che i paesi dove si professa questa religione sono  sempre dittature o monarchie”.

Napolislam

In qualche modo tu, con il tuo documentario,  hai voluto dare un messaggio di apertura al dialogo…

“Cominciamo a guardare più da vicino i musulmani, scoprire chi sono, vederli e conoscerli nella loro quotidianità. Il mondo islamico non è poi così lontano da quello nostro, ma noi poniamo una barriera molto forte e diventiamo vittime della paura alimentata dall’ignoranza. Gli stessi italiani, in fondo, sono meno razzisti di quello che pensano e dicono di essere. Tocca alla scuola il compito delicato di iniziare un dialogo con l’Islam facendo conoscere a fondo questa religione e questa cultura”.

Mi sembra però che la direzione sia un’altra se pensiamo alle polemiche sul presepe nelle scuole italiane

“Quelle sono state polemiche sterili e autoreferenziali dove i musulmani non hanno preso parte. Il problema è anche questo: i musulmani non vengono mai coinvolti in dibattiti dove hanno la possibilità di spiegare la loro posizione e aprire un dialogo. Sono sempre chiamati in causa dopo le varie stragi e costretti a giustificarsi”.

Il tuo documentario ha avuto molto successo in Medio oriente e in Europa ma la distribuzione nelle sale italiane è stata bloccata dopo gli  attentati di Parigi del Gennaio 2015.

“Quando si blocca un film come questo significa che si è capito poco o nulla dell’Islam. Non capisco le ragioni di questa scelta. Forse avevano paura che un film come questo potesse stuzzicare il fanatismo di qualcuno? Il mio film è stato proiettato dopo gli attentati di Parigi a Bruxelles dove è stato accolto bene. Così come in Tunisia, dove sono stati anche molto ricettivi alle battute tipiche di un certo umorismo napoletano. A Tunisi ricordo però che dopo la visione, un musulmano ha espresso perplessità su un certo modo di fare e di vestire di uno dei protagonisti di Napolislam. Disse che questo modo di interpretare l’Islam, stigmatizzandolo in un volto barbuto, non aveva nulla a che vedere con la stessa religione.  Credo che questo abbia a che fare con un processo di colonizzazione dell’Islam da parte dell’Arabia Saudita”.

Napolislam

In America però il tuo film è stato accolto bene e al dibattito hanno partecipato esponenti della comunità islamica locale.  Come pensi che gli americani reagiranno a questo tuo documentario, in un periodo in cui il popolare candidato Donald Trump, viene spesso accusato di islamofobia?

Napolislam si è rivelato uno strumento in grado di offrire allo spettatore una prospettiva diversa sui musulmani. Non si tratta di buonismo, ma di un processo di avvicinamento alla quotidianità di alcuni musulmani e, dunque, alla loro umanità.Questo si traduce spesso nella scoperta che i musulmani sono uomini, fatti di carne, ossa e sentimenti. Chi si nutre di stereotipi rimane disorientato e forse, dopo la visione di Napolislam, comincia a farsi qualche domanda. Spero avvenga anche negli Stati Uniti. D’altronde l’islamofobia è il carburante della propaganda politica di molti leader in ascesa in Occidente. È anche l’esigenza di dare una forma, o almeno un nome, alla nostra crisi. La ricerca di un nemico è fondamentale in questo processo. I discorsi islamofobi di Donald Trump non sono né nuovi né originali. Salvini in Italia ripete già da anni: ‘mandiamoli a casa, non facciamoli entrare’, sono frasi rivolte contro un nemico evanescente: l”islamico’, una categoria che abbraccia tutti i musulmani e nessuno. Mi permetto di sperare che Napolislam risulti un piccolo, microscopico contributo per togliere una manciata di voti a Trump”.

Tu sei un giornalista e vivi al Cairo in un clima immagino non facile dopo il caso di Giulio Regeni. Come vivi a livello personale e professionale questa situazione?

“Un fatto sconcertante che ha comportato un peggioramento della libertà di espressione, di movimento. Ha fatto saltare la geografia della prudenza ed ora è più difficile decifrare la linea rossa. Una situazione e un un clima non di certo facile per un europeo che non è abituato ad autocensurarsi. L’Egitto sta vivendo in questo momento una pressione interna  fortissima. La guerra nel Nord Sinai e quella interna al regime. L’Islam viene spesso usato come strumento e non potrà mai esserci un luogo aperto dove c’è un limite alla libertà di espressione”.

In Europa viviamo un delicato momento in cui siamo chiamati a gestire il complesso flusso dell’immigrazione e spesso assistiamo ad una strumentalizzazione, anche qui, dell’Islam da parte di noi europei.

“L’Europa è chiamata ad una grande sfida che rischia di perdere: quella di diventare un continente nuovo, multiculturale, ma rischia di non riuscirci se continua a gestire la crisi legata all’immigrazione come ha fatto fino ad ora. L’Europa è il luogo ideale, perché non ci sono regimi dittatoriali, per aprire un dialogo con l’Islam. Purtroppo il processo di integrazione è lasciato al caso, alle comunità, alle famiglie, ai singoli individui. Non è istituzionalizzato come è accaduto in Francia. Questo non è sempre un male se pensiamo a cosa ha portato, in Francia, l’istituzionalizzazione del processo di integrazione: l’esplosione delle banlieu nell’Ottobre del 2005.

Oltre ad essere giornalista sei anche arabista e hai scelto il Medio oriente come oggetto dei tuoi studi. Cosa ti ha portato a questa scelta?

“L’ho scelto un po’ per anticonformismo e dopo, piano piano mi sono reso conto di quanto fosse difficile e complesso raccontare questo mondo senza essere tacciato di islamismo o di razzismo. Un mondo complesso ma di sicuro molto affascinante”.

Guarda il trailer di Napolislam:

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