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Quel “papa americano” alleato della Casa Bianca

Le diplomazie parallele di Obama e Bergoglio in un libro presto presentato a New York

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Esce in lingua italiana e inglese, il libro "The American Pope" firmato da Lara Jakes, Paolo Messa e Massimo Milone: riporta i discorsi pronunciati da papa Francesco nel recente viaggio a Cuba e negli Stati Uniti, con i saggi dei curatori. Il libro viene presentato il 21 aprile all’Italian Academy della Columbia University

In più di una stagione,  nel corso della storia, la Santa Sede si è trovata ad agire in parallelo, se non in alleanza, con la potenza del tempo. Agli inizi, capitò quando Roma, nel 313, Costantino imperante, decise di aprire ufficialmente alla religione arrivata dalla Palestina da due secoli e mezzo; nel 380 quando l’imperatore Teodosio I mise fuori legge paganesimo ed eresie; nel 452 quando papa Leone il grande, su incarico dell’imperatore Valentiniano III negoziò, alle foci del Mincio, il ritiro di Attila dal suolo italico.

Nell’evo di mezzo, si sarebbe arrivati alla sintonia tra papato e molti dei principi scesi dal centro e nord Europa verso la grande civiltà del sud, convertiti al cristianesimo. La superba incoronazione e unzione di re Carlo a Roma, ad opera di Leone III, nel Natale dell’800, come imperatore del Sacro romano impero (germanico), la sua acclamazione come imperatore e augusto segnarono probabilmente il punto più alto di quel fenomeno, connotato da taluni come cesaropapismo, termine che non evoca necessariamente scenari positivi, tanto gli interessi temporali e politici rischiano la commistione con le scelte della pura fede.

Proprio quel Natale, come documenta la rabbia di Carlo per venire di fatto “sottomesso” al pontefice, avviò la lunga epoca di incontri e scontri tra papato e impero per la supremazia. Questa avrebbe trovato il culmine nella vicenda della scomunica di Clemente VII a Enrico VIII per la vicenda di Anna Bolena, e la successiva dichiarazione del parlamento di Londra che, nel 1534, sanciva l’autonomia della chiesa anglicana da Roma. L’atto di supremazia, dichiarava il re supremo e unico capo della Chiesa d’Inghilterra; Il Tudor aveva scelto di non ripetere il percorso che aveva portato secoli prima a Canossa tutt’altro Enrico, per subire il primato pontificio nel pieno della lotta per le investiture: nel 1077 Gregorio VII aveva umiliato l’imperatore Enrico IV di Franconia facendolo attendere tre giorni nella neve prima di togliergli la scomunica.

E’ certo che la modernità avrebbe portato, in occidente e di rimbalzo in molti angoli della  Terra, la convinzione che le nazioni dovessero stare alla larga dagli abbracci troppo stretti con le religioni professate dalle rispettive maggioranze di cittadini. Quando i regimi del dopo Westfalia (1648) si trasformeranno in democrazie compiute e laiche, il loro libro “sacro” sarà la Costituzione; i libri fondanti le rispettive religioni torneranno nella sfera riservata alla sacralità spirituale iniziale.

Il processo avrebbe trovato modo di esprimersi, in modo tutto speciale, nel paese nuovo nato oltreoceano anche in opposizione ai limiti dell’Europa, ispirato da profondi valori religiosi e insieme alla ricerca della pienezza di democrazia e libertà. Si veda il senso dello sbarco dei Pilgrim Immigrants del 1620. Si veda il tocco democratico di Thomas Jefferson a Filadelfia, con il concetto del “consenso dei governati” e la proclamazione del diritto di questi al “perseguimento della felicità”. Si veda la sua posizione contro le decime nello “Statuto della Virginia sulla libertà religiosa”, e ovviamente il contenuto del primo emendamento.

Tornerà sempre, nella vicenda storica degli Stati Uniti d’America, il binomio delle radici: religiosità e costituzionalismo democratico, con l’accentuazione dell’uno o dell’altro fattore ad opera dei tempi e dei leader. Del binomio, dalla fondazione sino agli anni ’60 del Novecento, furono campioni incontrastabili i wasp, bianchi e protestanti. Basti ricordare il cancan che scatenò, dentro e fuori del partito democratico, la candidatura del cattolico John Fitzgerald Kennedy: da quasi mezzo millennio, nella cultura anglosassone il termine “papista” non era esattamente un complimento! Come sempre pronti al cambiamento e al pragmatismo, gli Stati Uniti avrebbero però presto compreso che le cose stavano in modo diverso: che ad esempio il cattolicesimo erede dell’universalismo romano poteva facilmente sintonizzarsi sulla linfa dell’universalismo che sin dagli inizi nutriva la politica americana. Quanto lo spirito di E pluribus unum, motto degli Stati Uniti, diverge da quello di Ut unum sint che Roma dedica all’ecumene cristiana?

Avrebbero anche compreso che, interrotto ogni legame col temporale, il potere spirituale del papato e la sua irreversibile scelta per la giustizia e la pace accordavano alla diplomazia della Santa Sede incommensurabile capacità d’intermediazione nei conflitti, specie dove vi fosse ripresa di religiosità. Si sarebbe successivamente aggiunto un fenomeno tutto interno agli Stati Uniti: le maggiori presenze latinos e di altre etnie ad alta composizione cattolica avrebbero dato più corpo al voto cattolico attivo e passivo, nonostante l’efficace proselitismo protestante.

Lyndon Baires Johnson, a rapporti diplomatici con la Santa Sede ancora interrotti, consapevole dell’azione che il cattolicesimo aveva espletato per evitare il deflagrare della crisi di Cuba del 1962, chiede a Paolo VI, il 4 ottobre 1965, a New York, di mediare per il Vietnam. Montini, che aveva conosciuto Ho Ci Minh decenni prima quando questi era in esilio a Parigi, opera su Hanoi e Mosca, e pensa anche a visitare il Vietnam del sud. Nel mezzo secolo successivo, ci saranno convergenze e divergenze. Montini avrebbe detto a Johnson nel 1967: la Chiesa “non può più approvare i bombardamenti come strumento di difesa della libertà”. Giovanni Paolo II avrebbe contribuito alla caduta del comunismo nell’Europa centrale e orientale, obiettivo condiviso con gli Usa, ma avrebbe contrastato in ogni modo l’attacco di Bush all’Iraq, Francesco avrebbe mediato con Mosca, Cuba, Islam, ma avrebbe continuato a guardare con diffidenza agli effetti degli eccessi del capitalismo all’americana sulle fasce sfavorite.

Ai nostri giorni il parallelismo tra i poteri globali più rilevanti, sui piani religioso e statale, ha trovato plastica rappresentazione nella riapertura delle relazioni tra Stati Uniti e Cuba, con i due viaggi che, quasi in simultanea, Francesco e Barack Obama hanno compiuto all’Avana nei mesi scorsi. Hanno influito su questa percezione anche i parallelismi tra le loro persone: ambedue visti dalle rispettive opposizioni interne come troppo avanzati sul fronte dei cambiamenti sociali e della giustizia (Jakes, nel saggio citato di seguito, scrive di un papa che costruisce ponti tra un cattolicesimo americano liberale e progressista, e l’altro cattolicesimo fatto di devoti conservatori “più scettici nei confronti dei programmi pubblici di welfare a supporto dei poveri”), troppo combattivi su temi come il riscaldamento globale e l’ambiente, nonché pervicacemente contrari all’uso della forza negli affari internazionali. Si aggiunga che papa Francesco non perde occasione per esprimersi contro i venditori di armi (anche qui, una certa sintonia con il presidente Obama), per la cancellazione della pena di morte (Ted Cruz non ha perso l’occasione per rimbeccarlo con garbo), per l’abbattimento dei muri che tengono alla larga poveri e migranti (tuonò Donald Trump).

papa americanoIn scia, Libreria Editrice Vaticana ha fatto uscire, in lingua italiana e inglese, un libro firmato da Lara Jakes, Paolo Messa e Massimo Milone, dal fulminante titolo The American Pope: riporta i discorsi pronunciati dal Santo Padre nel recente viaggio a Cuba e negli Stati Uniti, con i saggi dei curatori. Il libro viene presentato il 21 sera all’Italian Academy di Columbia Un. da Paolo Messa, con importanti relatori, tra i quali il nunzio apostolico presso le Nazioni Unite mons. Bernardito C. Auza e il prof. Jeffrey Sachs.  Merita particolare attenzione il contributo di Messa, anche perché l’autore è il direttore del Centro Studi Americani di Roma, antenna culturale degli Stati Uniti nella città eterna, indubbiamente in grado di catturare anche gli umori della politica americana. Messa parte dal discorso di Bergoglio all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, evidenziando la distanza tra il carisma del papa e il vuoto che la diplomazia riesce oggi ad esprimere. Per rispondere ai rischi della “terza guerra mondiale a pezzetti”, che secondo Francesco sarebbe già in corso, la proposta della Santa Sede, osservatore permanente all’Assemblea, è, secondo Messa, quella di restituire piena legittimità all’azione dell’Onu e appoggiare sul campo le azioni per la giustizia e lo sviluppo dei più poveri e svantaggiati. La giustizia di cui parla Francesco, precisa l’autore (e anche qui la vicinanza con le posizioni della cultura politica americana sono evidenti) “è la giustizia dello stato di diritto, requisito indispensabile per realizzare l’ideale di fraternità universale”. Tre, secondo l’autore, i diritti sui quali il papa si è diffuso nel discorso all’Onu: ambiente, istruzione, diritto alla vita. Non sorprende, vista la vicinanza dell’enciclica Laudato si che l’ambiente abbia goduto di approfondimento.

 Non poteva mancare un cenno alla pacificazione. Come ricorda Messa, sono 42 i conflitti attivi, con 180.000 morti  e più di 12 milioni di richiedenti asilo in fuga. Impossibile che le religioni possano contribuire alla soluzione di un così drammatico quadro, se non si rendono autonome dal potere politico e non acquisiscono, come ha fatto il cattolicesimo almeno dal Concilio Vaticano II, l’autorevolezza che gli viene dal parlare in nome dell’uomo e dei suoi diritti naturali che, per i credenti, sono inalienabili in quanto dono di Dio creatore.

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