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Ciao Bauman, star mediatica della cultura

Se ne va a 91 anni uno dei più grandi interpreti della postmodernità

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Tutti ricordano Zygmunt Bauman come il teorico della società liquida, ma il merito che più di altri lo ha contraddistinto è l'aver coniugato la riflessione colta e complessa con un’accessibilità di linguaggio capace di uscire dalla cerchia elitaria intellettuale

C’è un autore che più di tutti gli altri occupa uno scaffale intero della mia libreria. È Zygmunt Bauman, il grande sociologo ebreo-polacco scomparso il 9 gennaio all’età di 91 anni. Senza di lui e senza le intuizioni di Piero Bassetti (in questo video insieme), questa rubrica sarebbe stata impensabile. Ho avuto modo di incontrarlo varie volte, recentemente a Verona, un anno e mezzo fa a Praga, dove aprì i lavori del Congresso Europeo di Sociologia. Lo incontrai poi camminando per strada nella capitale Ceca. Quasi ci scontrammo, io con il cellulare in mano, lui con un sacchetto della spesa. Mi accennò un sorriso. La sorpresa mi fece ritardare nel formulare: “Prof. Bauman!”, tanto che lui, con grande agilità, era già dentro un portone che si chiuse difronte ai miei occhi.

Bauman è diventato negli ultimi dieci anni una specie di star mediatica della cultura. Lo conoscono in molti, anche chi non mastica di sociologia. Lo dimostra la sua presenza sui social e sui grandi media in questi momenti. Sulla ribalta mediatica c’è arrivato con la sua tesi celeberrima della Modernità liquida, una metafora che è diventata uno slogan: la società liquida per descrivere individui e gruppi sociali che mutano forma come un liquido che si adatta al contenitore che lo contiene. A questo testo ne seguono altri tre che vanno a formare una tetralogia sul pensiero liquido: Amore liquido, Vita liquida, Paura liquida. Successivamente però l’aggettivo liquido comincia a mancare dai suoi scritti, dalle sue interviste, dalle sue conferenze, come sostiene anche Ezio Mauro. Come se intendesse liberarsi da una possibile riduzione del suo pensiero, un’etichetta che si fa prigione. Meno lui ne parla e più ne parlano gli altri. In questi momenti, non a caso, tutti lo ricordano come il teorico della società liquida.

Ma se c’è una cosa che un sociologo non sopporta è proprio vedere ridotto il proprio pensiero ad uno slogan. Bauman ha scritto tanto, come dimostrano le tante pubblicazioni di questi ultimi anni. E se c’è un merito che più di altri lo contraddistingue è quello di aver coniugato come pochi la riflessione colta e complessa con un’accessibilità di linguaggio capace di uscire dalla cerchia elitaria intellettuale, spesso rappresentata come snob e spocchiosa.  Il suo pensiero è assorbente, come un vortice trascina chiunque indipendentemente dalla propria condizione. Ognuno può vederci il proprio riflesso, perché è la condizione postmoderna, la nuova condizione umana globale. Questo non era riuscito, a mio avviso, ad un altro grande sociologo, Ulrich Bech, di cui, proprio in questi giorni, si celebrano i due anni dalla scomparsa.

Bauman fa parte della cosiddetta sociologia critica, quella di David Riesman, Richard Sennet, Ulrich Beck, Antony Giddens, per la quale la sociologia non deve essere ossessionata dai dati, dalla verifica quantitativa di ipotesi, ma deve misurarsi con i problemi del proprio tempo in modo più qualitativo, discorsivo e simpatetico. La differenza fondamentale con i sociologi più “ortodossi” è che questi intendono spiegare i fenomeni sociali, mentre quelli critici intendono interpretarli e attribuirgli senso. E oggi lo sappiamo benissimo: “ i fatti non parlano più da soli”.

Bauman è stato, a mio avviso, uno dei più grandi interpreti della postmodernità e del disagio che la contraddistingue. Il suo primo libro che lessi fu proprio Il disagio della postmodernità. Non lo scelsi perché volevo saperne di più di sociologia, ma perché volevo comprendere quel disagio, che percepivo anche mio e che stavo vivendo in quel momento. Bauman non mi dette risposte chiare, ma mi fece capire la natura di quei dubbi. Era un po’ come trovare le risposte avendo più chiare le domande che mi ponevo. Da Freud a Bauman, attraverso Simmel, dal disagio moderno a quello postmoderno: “Il tipico disagio della modernità derivava dal fatto di dover pagare la sicurezza restringendo la sfera della libertà personale, e quindi dal non poter impostare la vita sulla ricerca della felicità. Il disagio della postmodernità deriva invece da una ricerca del piacere talmente disinibita che è impossibile conciliarla con quel minimo di sicurezza che l’individuo libero tenderebbe a richiedere”.  Fu il mio percorso di consapevolezza verso l’autonomia attraverso l’eteronomia. Cosa intendo? Bauman diceva che: “Siamo tutti homo eligens (uomo che sceglie)”, condannati alla scelta, ossia “siamo condannati ad essere liberi”. Addio Grande Maestro.

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