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Di persecuzioni e di storie ignorate: il caso di Asia Bibi

Da oltre tremila giorni in carcere, Asia Bibi, cattolica, è accusata di blasfemia da alcune musulmane del suo villaggio in Pakistan

Asia Bibi, in prigione in Pakistan da più di tremila giorni (Foto da asianews.it)

Non è, però, solo una questione di religione: il caso di Asia Bibi infatti, ancora in carcere nonostante la sua condanna a morte sia stata sospesa dall'Alta Corte di Lahore, è soprattutto il simbolo di una battaglia di civiltà. Una battaglia che si allarga ad altri episodi, come quello di Nadeem James, arrestato e condannato a morte per blasfemia nel corso di una vicenda confusa

Non è questione di religione, anche se la religione (e in questo caso, la cattolica) è al centro di queste due vicende. Sicuramente non sono casi isolati, piuttosto sono spesso ignorati. Ignorati e tenuti nascosti. Pecunia non olet: se vale per l’imperatore Vespasiano che non si formalizza a istituire la centesima venalium sull’urina raccolta nelle latrine gestite dai privati, figuriamoci quando i ballo ci sono milioni di euro di commesse e di delicati equilibri politici, strategici ed economici. E spesso subentra un riflesso di impotenza, che ci fa dire: cosa possiamo farci? Quello che si può fare è prestare attenzione a queste vicende: cercare di farle conoscere, “illuminarle” il più possibile. Conoscere, sapere, è un poco che è già tanto.

Un tribunale pakistano condanna a morte un cristiano per blasfemia; un suo amico musulmano (e meno male che era un amico), lo denuncia dopo aver ricevuto inviato un messaggio su Whatsapp giudicato offensivo e blasfemo nei confronti dell’Islam. Si chiama Nadeem James, 35 anni. Lo hanno arrestato nel luglio del 2016; ora lo hanno condannato a morte. In realtà la storia sembra un po’ più complicata. L’avvocato di James nega che il suo assistito abbia inviato il messaggio: in realtà, dietro la denuncia, ci sarebbe il fatto che il cristiano aveva una relazione con una giovane musulmana. I fatti sono accaduti nella città di Sarai-Alamgir nel nord della provincia del Punjab.

La legge anti-blasfemia risale alla dominazione inglese, per evitare scontri religiosi nell’India britannica; negli anni ’80 varie riforme del regime militare del generale Mohamed Zia ul-Haq introducono l’ergastolo e la pena di morte in caso di insulti al “Profeta”, o profanazione del Corano. Anche se finora non è stata eseguita nessuna sentenza capitale, i casi aperti sono diversi, a cominciare da quello di Asia Bibi, la donna cristiana in carcere dal 2010. Diversi i casi in cui è bastata una denuncia, perché le persone fossero linciate dalla folla. L’ultimo caso è accaduto lo scorso aprile quando una folla di fanatici lincia un giovane universitario al termine un dibattito su temi religiosi.

Il caso di Asia Bibi è ancora più sconcertate: da oltre tremila giorni è in carcere. Pachistana, cattolica, arrestata nel 2009, è accusata di blasfemia da alcune musulmane del suo villaggio; dal 2013 è rinchiusa in una delle tre celle del braccio della morte del penitenziario di Multan. Con la sua sofferenza, e soprattutto con l’essere totalmente disarmata di fronte al sopruso e all’ingiustizia, la donna è il simbolo di una battaglia enorme che vale per il Pakistan e per tutti i cristiani perseguitati nel mondo non tanto per quello che fanno piuttosto per quello che sono. Dal 1990 a oggi, 65 pachistani sono stati uccisi in nome di una presunta «blasfemia». Nessuno è stato davvero portato al patibolo, ma almeno dieci degli assolti sono poi stati uccisi da estremisti islamici e delinquenti di diversa provenienza, in qualche caso sul portone dello stesso tribunale.

Il caso di Asia Bibi, non è più “solo”” la storia di una donna martirizzata, ma il simbolo di una battaglia di civiltà. Come si “giustifica” l’interminabile detenzione della donna? Con un paradosso: alla base vi sarebbe l’intervento della Corte Suprema che ha sospeso la condanna a morte emessa dall’Alta Corte di Lahore nel 2014: “segnale” di un tormento vissuto dalla classe politica e dal sistema giudiziario pachistani, che non vogliono mandarla sul patibolo, ma non hanno la forza o il coraggio di lasciarla libera, sfidando così le corpose e violente frange dell’estremismo.

Insomma, la donna sarebbe rimasta impigliata in un vero e proprio scontro di potere. Per Asia Bibi l’eventuale liberazione non sarebbe comunque sinonimo di libertà. Una volta uscita dal carcere non potrebbe tornare alla propria vita: dovrebbe lasciare il Pakistan con la famiglia, emigrare, inventarsi una nuova vita; restare nascosta, perché il fanatismo può arrivare ovunque. In ogni caso, perdersi, annullarsi. Come è “persa” e “annullata” là nella squallida cella di 2,5 metri per tre dove è relegata da tremila e più giorni.

  • Antonino Arconte

    Ma ancora è considerato reato dire che il corano è pieno di caxxate?

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