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Gli ebrei d’Israele e lo spirito di pace del Natale, nonostante Netanyahu

Riflessioni di inizio anno durante un viaggio tra Israele e Palestina

Betlemme, 27 dicembre 2018: murales sul muro di separazione (Foto Karin Troiani)

Dovrebbe far riflettere certa politica americana, la constatazione che, mai come durante queste festività natalizie, la componente ebraica di Israele si sia mostrata così isolata rispetto alla condivisione del messaggio del Gesù bambino proveniente da luoghi come Nazareth e Betlemme, dove arabi di ogni religione e cristiani in arrivo da tutto il mondo hanno assaporato insieme l’aria di festa. Anche se, a leggere Haaretz del giorno di Natale, il fascino della Natività sembra stia forando anche la corazza culturale e religiosa ebraica.

Il giorno di Natale, il quotidiano israeliano Haaretz ha pubblicato un contributo sulla questione palestinese di Francesco Patton, francescano della Custodia di Terra Santa. Il frate minore vi suggerisce delle misure da assumere per favorire un’era di nuove relazioni tra i popoli israeliano e palestinese, fondata su pace, fratellanza e prosperità.

Padre Patton rileva come sia la cristianità che l’ebraismo abbiano avuto occasione, a dicembre, per ritrovarsi, attraverso le festività di Hanukkah e Natale, immersi nella luce delle rispettive comunità di credenti. Si chiede quindi perché quella luce e il calore che ne deriva non possano essere estesi a tutti gli ebrei e palestinesi, quindi all’intera specie umana, generando le condizioni per la pacificazione universale. Il Natale in particolare, nelle parole di padre Patton “simboleggia unità, coesistenza, nuovo inizio e speranza”, ovvero le condizioni indispensabili per l’ottenimento della pace nella giustizia. Il francescano si dice convinto che solo l’impegno di tutti i popoli del mondo, in particolare quello dei credenti nei tre monoteismi generati nell’Oriente Medio, possa condurre a quel risultato.

Betlemme, 27 dicembre 2018: murales sul muro di separazione (Foto Karin Troiani)

Se così stanno le cose, mentre va accolto come un segno dei tempi l’ospitalità data dal giornale israeliano al frate minore, vanno evidenziati, rispettivamente sui fronti israeliano e statunitense, taluni comportamenti che non appaiono in linea con le suddette esigenze.

Israele andrà alle elezioni il 9 aprile. Benjamin Netanyahu, consapevole di essere vicino alla messa in stato di accusa dal procuratore generale per numerosi episodi di malversazione e corruzione, ha scelto, nei giorni scorsi, di prendere in contropiede l’establishment e l’etica pubblica. Nel vuoto politico che si è prodotto, l’estremismo dei coloni trova ulteriore spazio per provocare i palestinesi, allargando gli spazi dell’occupazione paramilitare nei territori conquistati con la guerra dei Sei giorni, ma mai attribuiti ad Israele dalle Nazioni Unite.

Betlemme, 27 dicembre 2018: murales sul muro di separazione (Foto Karin Troiani)

Con durezza senza eguali, Amira Hass, su Haaretz, scrive che i coloni stanno cercando l’escalation e la guerra, mentre attuano le ingiuste occupazioni loro consentite dallo stato attraverso una vera e propria legalizzazione dei furti commessi. Un processo facilitato dall’“imprigionamento di due milioni di palestinesi di Gaza”, dall’”espropriazione di terra in ambedue le aree separate dalla “linea verde”, dalla “soffocazione economica” e sociale dei palestinesi attraverso la politica dei muri di separazione. Vi sono gruppi di coloni israeliani che, per la vergogna della gente d’Israele e degli ebrei della diaspora, infieriscono su inermi palestinesi persino marchiando con la stella di David i luoghi delle loro bravate suprematiste.

Betlemme, 27 dicembre 2018: murales sul muro di separazione (Foto Karin Troiani)

Negli Stati Uniti, mentre Donald Trump dice di non avere ancora pronto il piano di pace per la Palestina, promesso quando annunciò di voler trasferire a Gerusalemme l’ambasciata statunitense, è in corso al Congresso il dibattito sul diritto degli americani a criticare i comportamenti dello stato ebraico verso il popolo palestinese. Lapertura dell’editoriale del New York Times  (edizione internazionale) del 26 dicembre precisa che in ballo sono la libertà di parola e di dissenso, passando quindi a spiegare come ci siano forze politiche che chiedono misure civili e penali contro organizzazioni o imprese americane che boicottino Israele o favoriscano i legittimi diritti palestinesi, e/o si oppongano all’occupazione israeliana della Cisgiordania.

Secondo il quotidiano di New York si tratta di misure liberticide, che negherebbero a Stati Uniti e Israele la possibilità di fare luce su fatti che, se non rifiutati, a lungo andare finirebbero per inquinare le loro stesse democrazie.

Dovrebbe far riflettere certa politica americana, la constatazione che, mai come durante queste festività natalizie, la componente ebraica di Israele si sia mostrata così isolata rispetto alla condivisione del messaggio del Gesù bambino proveniente da luoghi come Nazareth e Betlemme, dove arabi di ogni religione e cristiani in arrivo da tutto il mondo hanno assaporato insieme l’aria di festa. Anche se, a leggere Haaretz del giorno di Natale, il fascino della Natività sembra stia forando anche la corazza culturale e religiosa ebraica.

Sotto il titolo For Israeli Jews, a newfound love: Christmas”, Judy Maltz racconta in prima pagina quanto accaduto a Nazareth il sabato precedente, quando “tens of thousands of Jewish Israelis descended on Nazareth to experience a taste of Christmas”. Maltz evidenzia la voglia degli ebrei di familiarizzare con gli abitanti musulmani e cristiani di Nazareth, le foto davanti all’enorme albero di Natale della piazza centrale, gli acquisti natalizi ai mercatini, il canticchiare i “Jingle Bells” emessi in strada dagli altoparlanti. Non solo: la giornalista descrive le lunghe file ebraiche per la basilica dell’Annunciazione, con la grotta dove Maria rimase gravida di Dio. Riflettano i Trump e Netanyahu su cosa davvero vogliono i loro popoli per il Medio Oriente.

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