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Dopo il coronavirus saremo migliori? Buona Pasqua e meditate sul suo significato

Il sacrificio dell’agnello simboleggia il sacrificio di Cristo, che assume su di sé i peccati del mondo. Stavolta il capro espiatorio siamo noi stessi

Dipinto di Flavio Bragaloni

Lo storico delle religioni Mircea Eliade nel "Dizionario del mito" (Jaca Book) afferma che al tempo della nascita del Cristianesimo erano assai diffuse le dottrine platoniche sul composto umano di soma e psiché (corpo e anima), sulla dissoluzione di questo dopo la morte e sull’immortalità dell’uomo, creato a immagine di Dio e redento da Cristo...

“Alla fine del coronavirus saremo migliori”. Sono in molti a dirlo in questi giorni, quasi a voler individuare un nobile scopo alla tormentata rinuncia di vivere appieno. Lo dicono agli altri o a se stessi? Gli esseri umani cambieranno davvero? Non credo proprio, questo sacrificio di stare a casa non è un atto di libera scelta, ma imposto per decreto e la trasgressione è sanzionata con multe salate. Se poi guardiamo indietro nei secoli, dopo epidemie e guerre gli uomini non sono diventati migliori. Perché dimenticano presto, perché non sono immortali. In pratica, eppure in teoria lo sono: glielo ha promesso il Cristianesimo. E ora con l’avvento della Pasqua ritorna nei fedeli la speranza nella resurrezione e della vita eterna. Per tutti? Sarebbe troppo comodo.

Solo i giusti entreranno nel Regno e otterranno l’immortalità dell’anima, secondo La Sapienza di Salomone. Traduzione: se sei empio, dimostri di non avere anima e se non hai anima, non puoi pretendere di rimanere immortale. Quindi non basta snocciolare rosari in tv o sui social, per assicurarsi la vita eterna. Nemmeno andare a messa tutte le domeniche per avere la coscienza a posto e assicurarsi un posto in paradiso. E non potrebbe essere diversamente, perché incontrare nell’aldilà Barbara D’Urso illuminata di zaffiri e diamanti come una Madonna e Matteo Salvini predicante a vanvera sarebbe un inferno eterno.

Lo storico delle religioni Mircea Eliade nel Dizionario del mito (Jaca Book) afferma che al tempo della nascita del Cristianesimo erano assai diffuse le dottrine platoniche sul composto umano di soma e psiché (corpo e anima), sulla dissoluzione di questo dopo la morte e sull’immortalità dell’uomo, creato a immagine di Dio e redento da Cristo. La speranza di una nuova vita è soltanto di natura spirituale, essendo l’esistenza dopo la morte indipendente dal corpo. L’apostolo Paolo nelle Lettere ai Corinzi scrive: “E’ seminato un corpo naturale, psychikon, viene resuscitato un corpo spirituale”. Distingue infatti soma psychikon da soma pneumatikon, nel quale c’è Dio. Il pneuma è il soffio vitale, il respiro di Dio. Psyché e pneuma significano entrambe anima, ma la prima è legata al corpo, la seconda è emanazione di Dio. Se però non percepisci la prima, non arrivi alla seconda, che significa: Dio non entrerà dentro di te e non resusciterai.

La vedo dura con gli esseri umani edonisti e gaudenti, spregiudicati e amorali dei giorni nostri. Epicuro per primo coniò il termine aphtharsìa, immortalità nel senso di incorruttibilità del corpo degli dei, il quale non sarebbe stato soggetto a morte grazie al nutrimento. Nel Libro di Salomone il termine, che ha l’accezione di incorruttibilità e salvezza corporale, comporta l’immortalità dei giusti.

In questo secolo devo dire che abbiamo preso alla lettera questi insegnamenti per essere simili agli dei e raggiungere l’immortalità, dedicandoci anima e corpo, si fa per dire, all’incorruttibilità del corpo e facendo fiorire un terziario variegato: dal parrucchiere all’estetista al dietologo al chirurgo plastico. Ma abbiamo commesso un errore di interpretazione: il nutrimento che rende simili agli dei non riguarda il corpo ma l’anima. Quando gli antichi parlano di incorruttibilità, intendono l’essere vivente nel suo insieme di soma e psiché, perché senza un’anima incorruttibile non c’è salvezza.

In preghiera per l’Italia contro il coronavirus: dipinto, New York 20 marzo 2020, di Flavio Bragaloni

Potremmo cogliere l’opportunità di perseguire l’immortalità dell’anima approfondendo il tema meditando e leggendo, considerato che le pratiche per quella del corpo sono attualmente sospese sine die.

Ovviamente tutto il discorso vale per chi comprende e per chi non comprende ma almeno ha fede e non mette in dubbio il Verbo divino. Non vale per chi strumentalizza gli uomini a suo vantaggio perché è privo di anima. L’argomentazione, forse un po’ ostica, spero sia servita a dimostrare che l’empio non risorgerà e non ci romperà le scatole nell’aldilà.

Quest’anno non si fa festa per Pasqua: non si va al ristorante, in gita, in viaggio. Si sta da soli, senza parenti ed amici. Niente rito pasquale. Ma era questo il rito pasquale delle origini o l’abbiamo trasformato a nostro piacere? E che cosa significa rito? E’ il compito sacro da svolgere in ogni stagione per dare ordine cosmico alla nostra esistenza, ma è pure il sistema di pratiche civili per regolamentare la società. La Pasqua fa parte dei riti di sostituzione e catarsi. Il sacrificio dell’agnello simboleggia il sacrificio di Cristo, che assume su di sé i peccati del mondo. Stavolta il capro espiatorio siamo noi stessi e dovremmo meditarci su.

Nel Dizionario dei riti (Jaca Book) Eliade percorre i riti del mondo con il metodo del sincretismo religioso, dimostrandoci che c’è sempre un fil rouge che accomuna tutte le religioni. E’ il filo dell’essere umani.

Alla casa editrice Jaca Book va il merito di aver ripubblicato, attraverso la revisione di una settantina di studiosi, la poderosa opera di Eliade sulle religioni: dodici volumi che, partendo dall’origine della nostra civiltà, ci fanno capire il senso della nostra esistenza.

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