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SCIENZA&AMBIENTE/ L’allarme vien dal mare

I livelli degli oceani continuano a salire: solo colpa del riscaldamento globale? L’Italia “terra franca” per i ricercatori di petrolio nei fondali?

E’ pari a 150 miliardi di tonnellate l’anno la perdita dei ghiacci di Groenlandia e Antartide, pari ad un aumento del livello dei mari del circa 1,5 millimetri l’anno fra il 2003 il 2010: sono queste le stime aggiornate, calcolate sulla base dei dati forniti dai satelliti della Nasa e relativi ai cambiamenti nella gravità. Dalla ricerca pubblicata su “Nature” emerge inoltre che la perdita di massa dei ghiacciai asiatici è stata inferiore rispetto a quella finora stimata.

Secondo lo studio coordinato da ricercatori della University of Colorado, i dati forniti dalle osservazioni satellitari hanno confermato le stime offerte dai modelli di previsione dell’innalzamento degli oceani ma hanno evidenziato come lo scioglimento non sia uniforme ma presenta importanti irregolarità locali, e che il contributo più importante arriva dai poli.

La causa dell’innalzamento dei mari è lo scioglimento dei ghiacciai e della calotta antartica presente sulla terraferma (solo il ghiaccio fuori dall’acqua è responsabile dell’innalzamento) ma le misure per determinarne l’effettivo valore sono estremamente difficili. Solo lo 0,075% dei ghiacciai (120 su 160 mila) viene direttamente misurato, e di questi solo 37 da più di trent’anni; una scarsità di informazioni che concede obbligatoriamente larghe incertezze.

Oggi grazie ai satelliti per l’osservazione della Terra è possibile avere informazioni più dettagliate e sistematiche; lo studio pubblicato su “Nature” si è avvalso in particolare dei dati raccolti da Grace (Gravity Recovery & Climate Experiment), una missione della Nasa costituita da una coppia di satelliti in grado di misurare le piccole variazioni del campo gravitazionale date dalle masse di ghiaccio.

Secondo la nuova ricerca lo scioglimento globale dei ghiacci misurato nel periodo 2003-2010 ha provocato un innalzamento degli oceani di circa 1,5 mm l’anno, un valore che si accorda pienamente con le stime elaborate dai modelli utilizzati finora. Il contributo però dei ghiacciai non polari è stato molto inferiore a quanto previsto, oltre il 30% in meno; in particolare lo scioglimento nelle zone himalaiane è stato quasi insignificante, mentre il contributo più importante è arrivato da Antartide e Groenlandia che da sole hanno contribuito con 1,46 mm l’anno.

 

WWF: ITALIA FAR WEST PER LE TRIVELLE

Un appello a regolamentare il flusso delle navi per tutelare e proteggere le aree marine protette è stato lanciato dal Consiglio Nazionale dei Geologi: "La navigazione turistica e mercantile ha certamente i suoi importanti risvolti economici, ma essi non possono essere disgiunti dalla necessità di tutela dell’ambiente", ha dichiarato il presidente Gian Vito Graziano.

"Le aree marine protette in Italia – sottolinea Graziano – sono 27 e inoltre ci sono 2 parchi sommersi che tutelano 22.000 ettari di mare e 700 km di costa. Abbiamo persino il cosiddetto Santuario per i mammiferi marini, area protetta di valenza internazionale.

Questi dati del Ministero dell’Ambiente dovrebbero indurre ad una profonda riflessione sul come tutelare le nostre acque, l’ambiente, le coste italiane ed il territorio". " Si deve necessariamente regolamentare il flusso delle navi nei nostri mari in uno scenario naturale che tutto il mondo ci invidia – ha proseguito Graziano -. Allo stesso tempo dobbiamo evitare che sul fronte delle trivellazioni marine ci si possa aprire ad una liberalizzazione estrema. Apprendiamo e commentiamo in positivo quanto in questi giorni sta facendo il ministro Clini su questi fronti".

Italia Far West per le trivelle, quindi? Lo afferma anche il Wwf in un nuovo dossier diffuso alla vigilia della manifestazione in Puglia, a Monopoli, in provincia di Bari, per dire no alle trivellazioni in Adriatico. E in merito al rischio trivelle ‘free’ ipotizzato nelle liberalizzazioni e saltato nella bozza, il Wwf commenta: "Chi vuole in Italia il Far West delle trivelle, non è sconfitto. Al momento il tentativo di far saltare le zone di interdizione a 12 miglia dalle aree protette e liberalizzare le prospezioni su tutto il territorio nazionale pare sventato, e questa, se confermata, sarebbe un’ottima notizia. Ma attendiamo di conoscere il testo definitivo". Il Wwf nel rapporto rileva che "su 136 concessioni di coltivazione in terra di idrocarburi liquidi e gassosi attive in Italia nel 2010, solo 21 hanno pagato le royalty alle amministrazioni pubbliche italiane, su 70 coltivazioni a mare, solo 28 le hanno pagate. Su 59 società che nel 2010 operano in Italia solo 5 pagano le royalty". "Grazie a questo amplissimo sistema di esenzioni, di aliquote sul prodotto e di canoni di concessione bassissimi e una serie di agevolazioni e incentivi – prosegue il Wwf nel dossier – la nostra Penisola e le sue acque sono oggetto di una ricerca sovradimensionata di oro nero o di gas. Questo nonostante il petrolio, ad esempio, sia notoriamente poco e di scarsa qualità (la produzione italiana di petrolio equivale allo 0,1% del prodotto globale e il nostro Paese è al 49/o posto tra i produttori). Il petrolio inoltre è localizzato in territori densamente urbanizzati e nei nostri mari, vicino a coste e specchi d’acqua marina di alto pregio ambientale".

"Nel 2011 – scrive ancora il Wwf – sono state 82 le istanze di permesso di ricerca e i permessi di ricerca di idrocarburi liquidi o gassosi in mare (74 dei quali nelle regioni del Centro-Sud, 39 nella sola Sicilia) presentati al ministero dello Sviluppo Economico. Sono invece 204 le istanze di ricerca e i permessi di ricerca in terra".

Il Mediterraneo, ricorda il Wwf, costituisce lo 0,7% delle acque del globo ma sopporta il 25% del traffico petrolifero mondiale e vanta il primato mondiale per la concentrazione di catrame in mare aperto (pelagico): 38 mg/m2 di 3 volte superiore a quello registrato nel Mar dei Sargassi, 10 mg/m2.

"Non possiamo dissipare così il nostro patrimonio ambientale e la nostra salute".

 

OCEANI TROPPO RUMOROSI: BALENE… STRESSATE

Troppo rumore provoca stress, anche negli animali. Lo sanno bene le balene, stressate dal rumore delle eliche delle navi

che attraversano gli oceani, emettendo suoni che hanno la stessa frequenza di quelli usati da questi cetacei per comunicare.

Tanto che molte hanno iniziato a cambiare le loro modalità di chiamata nei posti rumorosi. A scoprirlo uno studio, pubblicato sulla rivista “Proceedings B” e condotto nella baia di Fundy in Canada sulle balene del Nord-Atlantico (Eubalaena glacialis). I ricercatori hanno misurato il livello degli ormoni dello stress nelle feci di questi animali, riscontrando quantità più alte nelle aree a maggiore alta densità di navigazione. "Studi precedenti avevano mostrato che le balene alterano i loro schemi di vocalizzazione in ambienti rumorosi, proprio come succede a noi umani ad esempio ad una festa – spiegano gli studiosi – ma questa è la prima volta che si documenta l’impatto dello stress a livello psicologico".

Il rumore negli oceani è aumentato molto negli ultimi anni con la crescita del traffico marittimo globale. Nel Nord-Est del Pacifico il rumore è di 10-12 decibel maggiore che negli anni ’60. Inoltre è aumentato anche il numero delle balene colpite dalle navi o intrappolate nelle reti da pesca. Ora i ricercatori vogliono ampliare lo studio alle balene che vivono nell’emisfero australe, il cui numero è invece in aumento e verificare l’impatto del rumore su di loro.

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