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PSICOLOGIA/ Il diritto più importante? Quello alla… quotidianità

Nella società attuale assistiamo al proliferare di insoddisfazioni, depressioni, ricerca di senso della vita. Le motivazioni possono essere tante e da sondare in varie direzioni. Una di queste è la mancanza della percezione interna del permesso o del diritto ad esistere. Sembra qualcosa di cui siamo tutti dotati naturalmente, ma non è così. Possedere infatti il senso di avere il diritto ad esistere e di vivere pienamente e non solo sopravvivere, non è appannaggio di tutti come potrebbe pensare chi ne gode.

Tale percezione infatti si forma nel corso degli anni e a tale scopo è necessario un comportamento consono da parte delle figure genitoriali e di coloro emotivamente più importanti per noi, che combinato con il nostro particolarissimo bagaglio biologico, emozionale, strutturale e le richieste e i condizionamenti della società, vanno a formare il grado del nostro senso di essere autorizzati a vivere e ad essere soggetti validi per costruire, creare, dare e ricevere amore, migliorare il mondo.

Ci sono persone purtroppo, che non hanno avuto questa opportunità o per le quali è stato molto complicato accedere a quello che dovrebbe essere la base per ogni nuova vita: una stupenda accoglienza in questo mondo. Ho conosciuto persone nate da madri che rifiutavano la gravidanza e l’idea del figlio, altre nate anche in seguito a tentativi di aborto, si dice la forza della vita… altre che sono state abbandonate, infine, per arrivare a casi meno drammatici, persone cresciute in ambienti familiari o sociali ostili distruttivi, opprimenti o che pretendevano la perfezione. In tutti questi casi è alta la probabilità che i bambini siano cresciuti con il dubbio sul proprio diritto ad esistere e a vivere pienamente al pari degli “ altri” che invece vengono visti come depositari naturali di questo privilegio.

Il diritto ad esistere, il permesso ad esserci, è una sicurezza di fondo che viene data comunque di solito ai bambini dalle figure importanti di riferimento. Consiste nella gioia di fare l’esperienza “vita” con la fiducia in se stessi, nel mondo, negli altri, nel futuro, nelle proprie capacità che si ritengono assolutamente più che sufficienti per cavarsela bene nella vita. Tutto ciò senza sfociare nell’essere creduloni e nel pensare che la vita sia tutta rosa o le persone tutte buone e disponibili, ma con la capacità di rimanere sicuri di sé e delle proprie capacità di riuscire anche quando si sarà fronteggiati da esperienze frustranti, di tradimento. Le figure di riferimento per costruire tale senso di diritto all’esistenza devono essere in grado di dare affetto, amore senza giudizio, contenere i disagi infantili con sicurezza senza farsi prendere dal panico come invece accade ad alcuni genitori ansiosi che al minimo segno di problema del bambino mettono in dubbio che possa farcela, o che pretendono da loro performance eccezionali, trasferendo su di essi i propri desideri repressi o le proprie frustrazioni. Una volta che si è ricevuta in dono tale sicurezza poi non è detto che permanga lungo tutto il corso della propria vita, vi sono dei periodi infatti difficili come l’adolescenza o altri di crisi, nei quali è necessario che tale sicurezza, sensazione, convinzione, trovi dei nuovi agganci, delle nuove conferme. Se il periodo adolescenziale è quello ad esempio che turba di più alcuni nuclei familiari perché non sanno come trattarlo, ecco che subentra il rischio che i genitori invece di favorire il naturale distacco del figlio da loro, tentino di omologarlo alle loro idee, lo contrastino troppo fortemente o categoricamente dando delle alternative impossibili come scegliere tra l’amore dei genitori, facendo quello che gli chiedono o perderlo ed essere messi in qualche modo fuori dalla famiglia. Ecco allora che tale senso di avere diritto a vivere, a scegliere, diventa traballante, soprattutto in soggetti sensibili ed emotivamente più esposti…

La stessa cosa può accadere anche in altri momenti della vita, già da adulti, quando vengono a mancare punti fermi, come l’impiego, il coniuge… tali eventi vanno a incidere su personalità che non poggiavano su valori di fondo ma su sicurezze esterne. Ecco allora che anche lì potrebbe annidarsi il pericolo di non ritenersi validi per vivere, inutili, senza valore. Ed è proprio in quei momenti che se si è formata una buona immagine di sé anche in tempi molto più remoti, la sua voce ricomincia a farsi sentire e a rimettere in funzione il motore che spinge a costruire, a cambiare, a trovare soluzioni nuove e alternative perché dice: “Succeda quel che succeda io ce la faccio, sono in grado di pensare a me e di organizzarmi in modo da superare queste difficoltà e trovare un nuovo equilibrio, un nuovo benessere e sono disposto a cambiare le mie abitudini per questo”.

Le figure genitoriali quindi devono fare il loro dovere per costruire nei bambini, nei giovani il diritto ad esistere pienamente, devono rinnovarlo durante le loro fasi di crescita, devono farlo i coniugi tra loro, gli insegnanti con gli allievi… Le persone che non hanno avuto la fortuna di avere figure capaci di trasmettere loro forza per la vita possono costruirsela da sé, partendo dal dato di fatto che la vita è già un valore di per sé e non devono dare giustificazioni a nessuno se sono vivi, che è la società che crea la falsa convinzione di valere più o meno a seconda di alcuni parametri da essa stessa dati, ma che, posto che dobbiamo dare tutti il meglio di noi stessi per un dovere verso la vita stessa e per poterci realizzare, gli esseri umani sono tutti uguali, e ne è una prova il trapasso finale al quale tutti, nessuno escluso, è chiamato.

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