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Oltre il mito della fuga dei cervelli

Giovani ricercatori emigrano perché non trovano lavoro, ma cosi fanno anche altri di paesi europei che vanno altrove per poter acquisire maggiori competenze. Ma i nostri emigrano perchè c’è in Italia un preponderante nepotismo che si accaparra tutte le posizione esistenti, non esiste una programmazione della ricerca, mancano ricadute industriali

 Nelle recenti cronache giornalistiche si parla diffusamente della cosí detta “fuga dei cervelli”, cioè di quei giovani ricercatori che pur avendo un’alta qualificazione emigrano perchè non trovano lavoro in Italia.

Alcuni amici mi hanno chiesto se era vero che parecchi ricercatori cercano lavoro all’estero.

Cercando sui giornali ho trovato parecchi dati tra di loro discordanti. Allora ho cercato di documentarmi meglio ed ho trovato un eccellente articolo sull’argomento scritto da Chiara Franzoni, Giuseppe Scellato e Paula Stephan pubblicato alla fine dell’anno scorso su Nature Biotechnology.  La ricerca era stata fatta su di un campione significativo di ricercatori che erano emigrati all’estero, non solo italiani, ma anche di altre nazioni. La lettura di questa ricerca mette in rilievo che uno degli atteggiamenti dei ricercatori è quello di emigrare per poter acquisire maggiori competenze. E’ interessante notare che le emigrazioni sono in generale circoscritte ad alcuni paesi limitrofi. Ad esempio i tedeschi emigrano di più  nei Paesi Bassi, Belgio e Danimarca, Svezia e Svizzera. Gli argentini, i colombiani e i peruviani emigrano verso il Brasile. I cinesi ed i coreani tendono ad andare in Giappone. Gli spagnoli verso l’Argentina. Il Regno Unito è il paese prediletto per i Tedeschi e gli Italiani.

Dai dati OECD (OCSE) risulta che in Italia, al 2008, il tasso di emigrazione dei laureati era del 3,8%. Piuttosto basso, se confrontato per esempio con quello tedesco (7,1%), danese (6,3%), olandese (6,2%) o inglese (10,3%). Siamo vicini alla Francia (4,2%), mentre emigrano meno di noi soltanto giapponesi (1,1%), gli spagnoli (2,4%) gli statunitensi (0,4%). Tra questa percentuale di laureati ci sono pure i ricercatori che  Franzoni, Scellato e Paulan indicano nell’ordine del 16,2%. Pochi punti in più rispetto a Francia, Danimarca e Svezia (che si situano tra 13 e il 14%), ma comunque molto “meglio” rispetto a Germania (23,3%), Gran Bretagna (25,1%) e Belgio (21,7%). Soltanto in Giappone i ricercatori emigrano meno: 3,1% contro un 5% degli americani. I flussi migratori dei ricercatori italiani sono indirizzati verso il Regno Unito (19,7%), Germania (10,7%), Francia (15.5), Stati Uniti (25%).

Sembra quindi che non ci si debba preoccupare. Invece no. I ricercatori in Italia sono pochi. L’Italia si colloca nelle ultime posizioni nel quadro europeo, con 3,4 ricercatori equivalenti a tempo pieno per mille occupati contro la media di 5,6 dell’Europa a 27 (dati 2006, fonte http://eu-research.blogspot.com). I ricercatori nel settore delle imprese italiane sono circa un terzo del totale dei ricercatori italiani (dati Eurostat 2008). Nelle università italiane operano 35.860 Professori ordinari/associati e 25.092 Ricercatori universitari, mentre negli Enti di ricerca i Ricercatori/Tecnologi a tempo indeterminato ammontano a 7.659 unità (5.928 + 1.731) e quelli a tempo determinato a 2.194 unità (1.432 + 762) secondo i dati forniti dalla Ragioneria Generale dello Stato (conto annuale 2008). I ricercatori italiani che tornano indietro sono poco più  del 10% proprio per mancanza di opportunità lavorative. Se poi guardiamo quanti sono i ricercatori stranieri che vengono in Italia (solo il 3%) ci si accorge come il paese sia incapace di attirare competenze e merito.

I ricercatori emigrano perchè: vi è la mancanza di posti, c’è un preponderante nepotismo che si accaparra tutte le posizione esistenti, non esiste una programmazione della ricerca, mancano ricadute industriali.

La situazione italiana è caratterizzata da un ammontare degli investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S) sensibilmente ridotto rispetto alla gran parte degli altri paesi europei: la spesa italiana per R&S è pari all’1,18% del PIL, contro il  2,02 % della Francia, il  2,63% della Germania, l’1,88% del Regno Unito, l’1,99% medio dell’Europa dei 15, l’ 1,9%medio dell’Europa dei 27 (dati  Eurostat2008).

La differenza è per la maggior parte dovuta agli scarsi investimenti delle imprese, che

concorrono per lo  0,6% del PIL (sia pur con una leggera crescita negli ultimi anni, era lo 0,52% nel 2004), contro l’ 1,27% della Francia, l’ 1,84% della Germania, l’1,21% del Regno Unito, l’1,28% medio dell’Europa dei 15, l’1,21% medio dell’Europa dei 27 (dati  Eurostat2008). Inferiore alla media europea e a quello dei maggiori Paesi europei è anche l’investimento pubblico, pari allo 0,58% del PIL (sostanzialmente statico nel tempo), contro lo 0,75% della Francia, lo 0,79% della Germania, lo  0,67% del Regno Unito, lo 0,71% medio dell’Europa dei 15, lo 0,69%

medio dell’Europa dei 27 (dati Eurostat 2008).

Da queste poche considerazioni si possono trarre alcune conseguenze per invertire la situazione: è necessario programmare la ricerca in funzione di una migliore efficienza, ora troppo bassa, sviluppare un rapporto ricerca industria veramente collaborativo, soprattutto verso le piccole e medie industrie, aumentare il finanziamento alla ricerca pubblica, incentivare la ricerca privata, abbattere le rendite di posizioni e il nepotismo. Solo cosí si possono creare nuovi posti e a far sí che il paese competa a livello internazionale. Le eccellenze ci sono ma da sole non bastano.

 

 

 

 

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