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Ricerca scientifica, questa sconosciuta: paradossi italiani

Nel nostro paese la ricerca scientifica è in costante difficoltà da vent'anni. E se politica e opinione pubblica ne celebrano le potenzialità per affrontare la crisi economica, gli stessi politici riducono sempre più gli investimenti in favore della ricerca 

Il lavoro dei ricercatori è cruciale per garantire ad un Paese quell’innovazione non solo tecnologica ma anche culturale che rappresenta uno dei principali motori di tutte le società moderne e civili. Purtroppo in Italia, la figura del ricercatore è ancora scarsamente considerata, incompresa o banalizzata. Il ricercatore spesso è immaginato come una persona misteriosa, fuori dal mondo, un topo da laboratorio, tanto introverso quanto geniale. Per non parlare di chi considera i ricercatori al servizio delle multinazionali e complici di misfatti ai danni dell’umanità. Nella maggior parte dei casi comunque i ricercatori vengono semplicemente ignorati.

L'Italia spende in ricerca e sviluppo solo l'1,3% del PIL, una percentuale molto bassa se paragonata alla media europea (1,9%) e alla media dei Paesi OCSE (2,4%). Il nostro Paese, pur essendo la decima nazione al mondo per produzione di ricchezza, risulta solo quattordicesima per investimenti assoluti in ricerca scientifica. Recentemente siamo stati superati anche da Australia e Taiwan, due Paesi con un PIL pari alla metà di quello italiano. Come se non bastasse il numero di ricercatori in Italia è tra i più bassi d'Europa ( solo 4,3 ogni 1.000 lavoratori contro i 7 della media europea) ed è la nazione dove ci sono i docenti universitari più anziani d'Europa (solo il 17% ha meno di 40 anni).

Le difficoltà in cui si trova la ricerca italiana costituiscono, purtroppo, una costante dell’ultimo ventennio. Se si analizzano, molti degli articoli pubblicati dai giornali riguardo al ruolo della ricerca scientifica durante i periodi di crisi economica, si osservano atteggiamenti contraddittori. Dal governo Ciampi al governo Monti, ad esempio, è prevalsa una retorica pubblica ambivalente e in alcuni casi “schizofrenica”: da un lato sono state celebrate da parte dei politici e dell’opinione pubblica le potenzialità della ricerca per affrontare i problemi dovuti alla crisi economica, dall'altro quegli stessi politici hanno ridotto sempre di più gli investimenti in favore della ricerca scientifica. Ciononostante, i ricercatori italiani riescono ancora a distinguersi per la loro produttività scientifica, dal momento che l'Italia è l'ottavo Paese al mondo per produzione di articoli scientifici anche se solo al diciottesimo posto per media di citazioni ricevute dagli articoli pubblicati. La qualità delle nostre pubblicazioni migliora di anno in anno nonostante l’inconcludenza della politica, i bassi salari, l’assenza di meritocrazia e di prospettive valide per chi decide di intraprendere la carriera di ricercatore. Inoltre, la nostra burocrazia spesso rallenta la crescita e lo sviluppo del settore ricerca.

Interessante il rapporto sulla Consolidator Grant 2013 Call con cui l’European Research Council (ERC) è arrivato a finanziare 312 progetti di ricerca scientifica, europei e non, basandosi esclusivamente sul merito. Al primo posto si è piazzata la Germania con 48 ricercatori premiati. A seguire l’Italia con 46 ricercatori. Per avere un’idea di quanto sia stato eccezionale il risultato dei ricercatori italiani è sufficiente ricordare che l’Italia ha conquistato praticamente lo stesso numero di successi della Germania, pur spendendo in ricerca meno di un quarto rispetto alla Germania ( solo 17 miliardi di euro invece dei 71 dei concorrenti tedeschi). Inoltre, l’Italia ha ottenuto il 39% di successi in più della Francia che ha investito in ricerca ben 40 miliardi nel 2013. Tuttavia, lo stesso rapporto dell’ERC chiarisce che dei 46 premi ottenuti dai ricercatori italiani, solo 20 saranno spesi in Italia: gli altri 26 ricercatori (più della metà dei vincitori) hanno scelto di usufruire del premio all’estero dove trovano un ambiente lavorativo più favorevole. Nessun altro Stato ha una situazione così paradossale: i ricercatori tedeschi che hanno scelto l’estero per poter sviluppare il loro grant sono 15 (il 31%), i francesi 2 ( solo il 6%) e gli inglesi 4 (il 13%).

 

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