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La guerra degli OGM: quando la scienza fa paura

Negli ultimi decenni la ricerca scientifica ha creato numerosi organismi geneticamente modificati, di cui alcuni innegabilmente utili. Ma resta aperto il dibattito su zootecnia e agricoltura su cui è ferma l'opposizione degli ambientalisti agli OGM. In una contrapposizione spesso ideologica, a essere sconfitta potrebbe essere la conoscenza 

Gli organismi geneticamente modificati (OGM) sono esseri viventi che, attraverso tecniche di ingegneria genetica, hanno subìto delle modifiche del patrimonio genetico originario in modo da sviluppare nuove funzioni o presentare caratteristiche utili per scopi di ricerca o di produzione industriale. Negli ultimi decenni numerosi OGM sono stati creati. Nel 1983, nei laboratori della University of California, in collaborazione con la Advanced Genetic Sciencies, fu creato un ceppo batterico di Pseudomonas syringae definito ice-minus, difettivo della proteina di superficie che facilita la formazione dei cristalli di ghiaccio, con lo scopo di proteggere dal gelo le piante.

I comitati ambientalisti protestarono perché fermamente convinti della pericolosità dell’introduzione nell’ambiente di batteri geneticamente modificati, esprimenti un fenotipo diverso rispetto a quello naturale.

Nel 2003, a Taiwan, furono commercializzati i GloFish, pesci d’acquario resi fluorescenti grazie all’inserimento di geni di medusa. Nel dicembre dello stesso anno, la vendita di tali pesci fu autorizzata anche negli USA contrariamente a quanto avvenne in Europa.

Negli ultimi anni, lo sviluppo e la creazione degli OGM ha contribuito alla creazione di topi transgenici, estremamente utili ai fini dell’individuazione delle funzioni di proteine in diverse patologie. La costituzione di topi knockout per un determinato gene, permette di verificare gli effetti nello sviluppo del topo e l’eventuale insorgenza di patologie derivanti dalla perdita di espressione della corrispondente proteina. È innegabile l’utilità degli OGM, ma rimane aperto il dibattito su quanto sia effettivamente proficua la creazione di organismi geneticamente modificati nel campo della zootecnia e dell’agricoltura.

Da un lato vi sono i sostenitori delle piante geneticamente modificate che consentirebbero la salvaguardia di alcune specie in via d'estinzione, la riduzione di pesticidi ed erbicidi e lo sviluppo dell'agricoltura in numerose aree del Terzo Mondo. Dall'altro vi sono quelli che si battono contro la sperimentazione in campo aperto di queste colture, perché sarebbero portatrici di eccessivi rischi per l'ambiente, per la salute e per gli equilibri economici e sociali.

Risaputa è la ferrea opposizione di Greenpeace alla coltivazione in campo aperto che minaccerebbe la biodiversità, contaminando le coltivazioni tradizionali e biologiche e danneggerebbe i piccoli agricoltori senza tra l'altro fornire colture con un rendimento superiore a quello dell'agricoltura tradizionale.

In questa contrapposizione a volte ideologica e mediatica l'unica vera sconfitta potrebbe essere la conoscenza umana.

I timori degli scienziati sono molteplici dal momento che grandi scoperte potrebbero essere soffocate. Il mese scorso Chiara Tonelli, docente di genetica e prorettore alla ricerca all'università di Milano, ha manifestato la sua preoccupazione ove venissero adottate decisioni politiche estremamente restrittive. Tonelli è riuscita a produrre un tipo di pomodoro che richiede il 30% d'acqua in meno per crescere: mediante inattivazione del gene MYB 60, gli stomi delle foglie da cui entra anidride carbonica ed escono ossigeno e vapore acqueo, si chiudono solo parzialmente, col risultato che la pianta resiste più a lungo nei periodi di siccità perché disperde acqua più lentamente.

Occorre dunque salvaguardare la salute umana e ambientale senza bloccare la conoscenza perché può essere fonte di grande innovazione e benessere per l'umanità. Il problema va affrontato con razionalità e senza fomentare paure, ansie e pregiudizi. Nessuna scoperta dovrebbe farci paura, ma solo il suo uso strumentale a beneficio di pochi.

 

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