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Effetto placebo: il nulla che cura e ricongiunge mente e corpo

Tante le variabili che intervengono nell’effetto placebo: biochimica, genetica, processi psicologici come apprendimento e condizionamento. Le nostre convinzioni personali hanno effetti significativi sul corpo e il loro approfondimento potrebbe contribuire a migliorare quella relazione tra mente e corpo che, ancora oggi nella nostra cultura occidentale, sono percepiti scissi

La parola placebo, futuro del verbo latino placere, significa letteralmente “io piacerò” e origina dalle funzioni funebri medioevali in cui si recitava “placebo Domino in regione vivorum” (“piacerò al Signore nella terra dei vivi”). Con “effetto placebo” si indicano una serie di reazioni dell’organismo in risposta ad una terapia in assenza di principi attivi che dipendono esclusivamente dalla convinzione del paziente di assumere un farmaco che migliorerà le sue condizioni di salute. In altre parole, si tratta di un effetto che risente fortemente delle condizioni psicologiche del paziente e oltre a “funzionare” solo se questi è cosciente dipende anche da quanto il medico venga percepito come rassicurante. La sua scoperta ha origini antiche: i medici del passato, infatti, di fronte alle richieste insistenti di pazienti per i quali l’unica terapia era la pazienza, spesso scrivevano sulla ricetta “aqua fontis” cosicché il farmacista forniva al paziente una boccetta con un contagocce. Assumendo “acqua fresca”, il paziente si sentiva meglio. 

 La medicina di oggi prende in grande considerazione l’effetto placebo: nei trials clinici infatti, un nuovo farmaco viene considerato efficace soltanto se fornisce risultati significativamente diversi da un placebo. Almeno in parte la genesi dell’effetto placebo è stata compresa: si tratterebbe di un fenomeno psicosomatico per cui il sistema nervoso, in risposta al trattamento con placebo che viene vissuto dal paziente con un “atteggiamento speranzoso”, produce modificazioni neurovegetative, scatenando la secrezione di endorfine e ormoni capaci di modificare la percezione del dolore e modificando, anche, la risposta cardiovascolare e il sistema immunitario. L’effetto placebo è, quindi, il “nulla”, da un punto di vista farmacologico, che “cura” così come, di contro, esiste un effetto “nocebo” (letteralmente “nuocerò”), ovvero una procedura terapeutica che influenza negativamente una malattia o un sintomo in assenza di una documentata efficacia. In tal caso esso può derivare da un rapporto medico-paziente non impostato in modo corretto. 

 Per patologie in cui esiste una forte componente psicosomatica come l’emicrania  o l'insonnia l'effetto placebo può essere responsabile del miglioramento dei sintomi fino all'80%, ma esso si ritrova anche in patologie organiche come l'artrite reumatoide, l'osteoartrite, l'ulcera peptica e, addirittura, in pazienti che subiscono un intervento chirurgico. Ad ogni modo, la caratterizzazione dei meccanismi d'azione del placebo non è semplice a causa di numerose variabili che intervengono. 

Recentemente è stato osservato che anche la genetica può influenzare l’effetto placebo:  si è osservato che alcuni geni possono rendere una parte di pazienti più inclini a trarre benefici dal trattamento con placebo, come ad esempio un particolare polimorfismo a singolo nucleotide (SNP) del gene COMT, che codifica per la catecol-O-metiltrasferasi, un enzima che interviene nel metabolismo delle catecolamine. Almeno altri 10 polimorfismi genici sembrano predisporre ad una buona risposta al placebo e, ciò, ha una ricaduta importante da un punto di vista clinico, sia per ottimizzare le risposte dei pazienti alle terapie, sia per progettare studi clinici più accurati in modo da evidenziare con maggior efficacia le differenze fra farmaco e placebo.

Sapere che esistono pazienti che rispondono più o meno bene ad un placebo (“soggetti placebo” e “soggetti non placebo”) sulla base delle differenze genetiche pone problemi etici: se i nuovi farmaci venissero sperimentati solo su “soggetti non placebo”, sarebbe giusto somministrarli successivamente a “soggetti placebo”? Prima di prescrivere questi farmaci, si dovrebbe richiedere al paziente un test che valuti la sua propensione “genetica” all'effetto placebo? E quel paziente dovrebbe potersi rifiutare di effettuare quel test o comunque dovrebbe conoscerne l’esito? Ed inoltre sapere di essere un “soggetto placebo” potrebbe modificare la risposta all'effetto placebo stesso? Come spesso accade, la conoscenza consente di rispondere ad alcune domande le cui risposte accendono altri dubbi e nuove questioni. Troppe sembrano le variabili che intervengono nell’effetto placebo: biochimica, genetica, processi psicologici come apprendimento e condizionamento, cosa che rende complesso da un punto di vista etico il confine tra il (presunto) benessere del paziente e la richiesta di consenso a tutte le terapie, reali o fittizie che siano, alle quali si viene sottoposti.

 Sicuramente l’approfondimento dell’effetto placebo può essere fondamentale anche per comprendere numerose “terapie” che a volte non hanno solide basi scientifiche:  c’è chi sostiene, ad esempio, di aver ricevuto grandi benefici dall’agopuntura, la cristalloterapia, la medicina tradizionale cinese e l’ayurveda, fino ad arrivare all’urinoterapia e ai fiori di Bach. Ma per restare in ambito pseudoscientifico, non possiamo non citare  l’omeopatia, che ha milioni di seguaci in tutto il mondo, convinti di potersi curare con preparati in cui il presunto principio attivo è presente in diluizioni così spinte da risultare pressoché assente nel preparato stesso. Molto probabilmente i moderati effetti benefici derivanti da tutte queste terapie “alternative” hanno la loro genesi nell’effetto placebo, così come è verosimile che anche nel Medioevo i malati di scrofola, che oggi sappiamo essere adenite tubercolare, sperimentassero un effetto placebo chiedendo benedizione  ai propri re, con la convinzione piena che Dio avesse donato loro virtù taumaturgiche. 

L’effetto placebo, dunque, ci insegna che le nostre convinzioni personali hanno effetti significativi sul corpo e il loro approfondimento potrebbe davvero contribuire a migliorare quella relazione tra mente e corpo che, ancora oggi nella nostra cultura occidentale, a differenza del mondo orientale, sono percepiti scissi, come se operassero indipendentemente l’una dall’altro. Spetta alla scienza colmare questo vuoto…

 

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