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Quando la medicina abbraccia la fede: guarire con la spiritualità

La scienza medica sta cominciando a riconoscere i benefici della spiritualità. La fede non ha soltanto un ruolo nelle patologie dello “spirito”, ma recenti studi hanno osservato modifiche di espressione genica collegate alla preghiera. Secondo queste ricerche non esiste una fede “migliore” e non conta in cosa si crede

Il concetto di salute della persona non è un dato di realtà pienamente oggettivo, ma dipende fortemente dalla cultura di riferimento ed è influenzato dalle convinzioni individuali. Nei paesi occidentali, la salute e il benessere delle persone sembrano dipendere in maniera significativa da criteri di efficienza e di produttività e da una condizione fisica ed estetica perfetta che include il contrasto ai processi di invecchiamento. Si arriva a questa visione anche grazie ai progressi della medicina in cui la possibilità di diagnosticare con certezza quasi assoluta una patologia, da un lato garantisce straordinarie strategie di intervento e cura, dall’altro può innescare aspettative di onnipotenza col rischio di ridurre la persona e la sua malattia ad un processo esclusivamente meccanicistico. È fondamentale dunque collocare il significato di salute all’interno di una prospettiva antropologica. 

Nelle culture orientali, ad esempio, non esiste una separazione tra mente e corpo, ma si tenta di salvaguardare entrambi:la spiritualità in questo caso resta centrale anche per spiegare meccanismi biologici. Del resto la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità diversi decenni fa ha definito la salute come “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o di infermità”. La salute, quindi, è il risultato di un equilibrio dinamico al nostro interno ed in relazione all’ambiente in cui intervengono fattori biologici, psichici, sociali, culturali e spirituali. 

In particolare, l’attenzione alla componente spirituale e religiosa della persona è un tema sempre più presente nelle pubblicazioni scientifiche perché la capacità di gestire la propria situazione di vita di fronte alla sofferenza fisica e la conseguente accettazione interiore possono aiutare ad affrontare la malattia, influenzandone il decorso. In alcune ricerche è emerso che credere in Dio, cosa che contribuisce a dare un senso alla dimensione umana, migliora lo stato depressivo contingente il dolore fisico e, in alcuni casi, migliora l’efficacia della terapia. 

Già dagli anni Novanta negli USA diversi centri medici hanno cominciato a considerare la spiritualità un elemento utile ai bisogni del malato che influisce sugli esiti dei trattamenti e sulla sua qualità di vita. Studi più recenti effettuati nell'Università del Missouri hanno analizzato il nesso fra la spiritualità e la salute fisica e psichica, esaminando pazienti con fede cattolica, protestante, ebrea, musulmana e buddista. I risultati pubblicati su Journal of Religion and Health  dimostrato che un elevato livello di spiritualità, indipendentemente dal tipo di fede, è associato ad un grado di nevrosi minore con effetti benefici in termini di maggiore estroversione e predisposizione alla relazione con gli altri. La “guarigione” interiore, intesa come la capacità di affrontare, alla luce della fede, una situazione di malattia può fornire un valido aiuto al paziente sotto numerosi punti di vista.

Da alcuni studi emerge infatti l'esistenza di un legame fra la preghiera e i benefici indotti all'organismo, tanto che negli USA si parla della cosiddetta “prayer therapy”. Lo studio più recente, pubblicato su Plos One, analizza i profili genetici di 26 volontari che non avevano mai pregato o meditato in maniera regolare. Dopo otto settimane di “trattamento” si sono osservate modifiche di espressione genica che hanno avuto come effetto un miglioramento dell’attività dei mitocondri e della regolazione della glicemia e persino una riduzione della produzione dei radicali liberi. Inoltre, si è avuto anche un beneficio contro le infiammazioni croniche, responsabili di ipertensione, malattie cardiache e alcuni di tumori. Secondo questo studio non esiste una fede “migliore” di un’altra nel generare effetti benefici sulla salute. Sembrerebbe quindi non contare in cosa si crede, ma l’intensità con cui ci si affida e si è “convinti” di ricevere amore e sostegno da un Essere superiore (o più Esseri superiori). 

Scientificamente si potrebbe ulteriormente indagare sulle cause di tali effetti benefici che verosimilmente insorgono con meccanismi psicosomatici. Anche gli studi sull’effetto placebo potrebbero fornire indicazioni interessanti, sebbene la ricerca empirica del nesso di causalità tra fede e benessere psicofisico potrebbe entrare in “conflitto” con le convinzioni personali: dire ad un credente che il suo benessere non dipende da Dio, ma semplicemente dal suo “convincimento” profondo (illusorio per una persona atea) che innesca risposte psichiche e biologiche (come una sorta di “placebo spirituale”), potrebbe turbare il sentire comune. Del resto un ateo o un agnostico che scelgono di dare senso alla propria vita attraverso i valori dell’Etica e della Morale non necessariamente hanno una marcia in meno nell’affrontare la malattia, così come l’essere credenti potrebbe convincere il paziente che si è ammalato in seguito ad una punizione divina, innescando pensieri autolesionisti ed effetti controproducenti che in una persona atea, magari serenamente “rassegnata” alla caducità dell’essere umano, non si manifesterebbero.

Certamente avere fede vuol dire imparare a “decentrarsi” a favore della relazione con Dio. Ma, come sosteneva Margherita Hack, convintamente atea e materialista, vegetariana per motivi etici e, a suo dire, “cristiana” per ciò che riguarda i comportamenti di vita e l’amore per l’umanità: “Credere o non credere, è un atto di fede”. Quindi le nostre convinzioni profonde, di qualunque natura esse siano (spirituali, religiose, filosofiche, umaniste o laiche), hanno certamente un’influenza sul corpo e sulla biologia, nel bene e nel male. La fede o forse dovremmo dire le fedi, sono la strada che dà un senso alla nostra esistenza di fronte al mistero dell’esperienza su questo pianeta che nessuno di noi ha scelto. E, proprio perché hanno a che fare con gli interrogativi atavici dell’essere uomo, solo se sono mature e scelte consapevolmente contribuiscono al benessere della persona.

 

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