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Socialità e intelligenza: il segreto della longevità?

Nel corso della storia la longevità delle persone è significativamente aumentata. Il progresso, la medicina e il miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie hanno fortemente contribuito ad allungare la vita dell’uomo. Eppure all’interno di uno stesso contesto socio-politico-culturale si osserva una certa variabilità nell’aspettativa di vita, ancora oggi un delicato bilancio di numerosi fattori

Da diversi decenni, la medicina indaga sui meccanismi alla base della longevità e numerosi studi sono stati pubblicati sul possibile ruolo di fattori ambientali, come alimentazione e stili di vita, spesso con osservazioni interessanti sia in modelli animali che in popolazioni. Si è osservato, inoltre, che accanto alla predisposizione genetica certamente coinvolta possono contribuire alla longevità anche specifici tratti di personalità: persone dinamiche, estroverse, che possiedono capacità empatiche, cooperative e di adattamento ai contesti, risultano i candidati migliori alla longevità, perchè in grado, più di altri, di adattarsi al cambiamento.

Verosimilmente, essere poco nevrotici sembra un elemento vincente per vivere più a lungo. Di contro, le persone rigide con sé stesse e con gli altri, troppo centrate su di sé e stressate, che vivono di ansie da prestazione non sono predisposte alla longevità, così come chi si trincera dietro stereotipi e pregiudizi inossidabili.

Un altro fattore che sembra influenzare la longevità è l’intelligenza. Già nel lontano 1932 fu ipotizzato dalle autorità scozzesi questo legame, ma furono raccolti solo dati sul quoziente intellettivo di 2.800 studenti di Aberdeen. Soltanto nel 1997 due ricercatori scozzesi, partendo da quei dati, portarono a termine la ricerca, scoprendo che la sopravvivenza era fortemente aumentata tra gli studenti con quoziente intellettivo più alto. L’esatto legame intelligenza-longevità non è facile da stabilire, ma intuitivamente si può sostenere che persone più intelligenti, ma anche con maggiore consapevolezza della propria emotività, sappiano gestire meglio sia lo stress, fortemente associato all’invecchiamento, sia la “tentazione” ad assumere comportamenti a rischio, come fumare, abusare di alcool e fare uso di droghe, allungando, quindi, la loro vita.

Studi su gemelli monozigoti e dizigoti mostrano un’importante correlazione tra intelligenza e longevità: il gemello più “intelligente” mediamente vive di più rispetto all’altro e questa differenza nella lunghezza di vita sembra essere maggiore tra gemelli non identici. La genetica, dunque, è importante. Recentemente è emerso che anche la tendenza a bere, fumare o mangiare in maniera sregolata può avere una base genetica, infatti sono stati identificati varianti di alcuni geni che predispongono alle dipendenze e, quindi, indirettamente producono effetti sulla longevità.

Tuttavia, spesso, non è la sola intelligenza di per sé, intesa come maggiore quoziente intellettivo, a tracciare la strada migliore verso la longevità, ma è una condizione di intuizione e padronanza di sé più profonda. Si è visto ad esempio in uno studio su 28.000 madri norvegesi che la personalità materna può influenzare la longevità dei figli: donne depresse e/o ansiose e irritabili tendono più facilmente a nutrire i loro figli con cibo di scarsa qualità (patatine, merendine, etc), dando loro un imprinting “svantaggioso” che influirà negativamente sulla longevità.

Questo per dire che la longevità è non è legata solo alla buona salute né al quoziente intellettivo elevato, ma anche a condizionamenti e allo stato psichico della persona, che influenzano le scelte e le abitudini di vita, così come le loro capacità “sociali”.

Uno studio molto interessante sulle api ha rivelato informazioni importanti su come variabili genetiche, fisiologiche e ambientali influenzano in maniera integrata la longevità. In questo esperimento le api venivano legate una ad una a un filo di paglia e addestrate affinché “imparassero” ad associare un odore a una ricompensa di cibo, proprio come in un esperimento pavloviano. Nel campione utilizzato sono emersi differenti gradi di apprendimento tra le api, così come ci si aspettano differenze di “bravura” tra studenti universitari diversi. Per simulare, poi, il processo di invecchiamento, le api sono state esposte, all’interno di un tubo di plastica, ad alti livelli di ossigeno che determinano stress metabolico di tipo ossidativo. Sorprendentemente le api che avevano riportato migliori risultati di apprendimento erano anche quelle che reagivano meglio allo stress ossidativo, potendo contare verosimilmente su sistemi antiossidanti più efficaci. Emerge, quindi, una chiara relazione tra intelligenza, longevità e gestione dello stress.

È ovvio che gli scienziati dovranno capire se e come anche negli esseri umani le differenze biologiche determinano differenti quozienti intellettivi che influenzano la longevità delle persone. Che siano i geni, la socialità, un miglior adattamento ambientale e la capacità di affrontare situazioni di stress di vario genere, la longevità è probabilmente un delicato bilancio di numerosi fattori. Su molti possiamo intervenire. Ed è questa la scommessa della ricerca.

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