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Fecondazione assistita: l’Italia contro la scienza

Parla Ettore Cittadini, pioniere della fecondazione assistita

La legge 40: una delle più grandi vergogne italiane. Con la sua abolizione la ricerca sulla fecondazione assistita può fare grossi passi, ma il “becero oscurantismo” della politica è sempre all'attacco. Parla il medico che nel 1984 fece nascere la prima bimba italiana concepita in vitro

Riassumere in poche righe la carriera e la personalità di Ettore Cittadini è impresa ardua. Potremmo cominciare col dire che è uno di quei pochi siciliani che è riuscito a porre la Sicilia al centro di una rete di rapporti internazionali, di scambi, di incroci di competenze.

Un siciliano di scoglio e di mare aperto, allo stesso tempo: è sempre rimasto nella sua terra, ma ne ha fatto la base da cui partire per acquisire conoscenze all’estero e riportarle indietro. Medico ginecologo, professore universitario, si è laureato a Palermo per poi specializzarsi a Parigi, nella scuola di Raul Palmer, considerato uno dei più grandi ginecologi al mondo. Ha fatto tappa in diversi Paesi: da Lubiana, dove ha lavorato con il noto chirurgo Franc Novac all’Australia dove ha studiato la tecnica della procreazione medicalmente assistita.

Tecnica che, per primo, ha portato in Italia: è nata a Palermo, alla clinica Candela (tuttora della sua famiglia), nel 1984 la prima bimba fecondata in vitro grazie ad una equipe tutta italiana, la sua. Il giornale L’Ora dedica a questo evento tutta la prima pagina, sottolineando il primato scientifico di una Sicilia su cui nessuno avrebbe scommesso.

fecondazione-assistitaMa non è il primo successo di questo medico dalla personalità vulcanica e generosa. Già prima si era imposto nel panorama scientifico internazionale per avere scritto il primo libro di divulgazione sulla contraccezione in Italia. Il primo ad istituire una banca per la conservazione dello sperma da donatore, il primo  a dedicare una monografia alla celioscopia in ginecologia, e poi anche all’endoscopia ginecologica. Testi studiati ovunque: non a caso, è proprio a Palermo che si svolge, nel 1964, il primo congresso di endoscopia al mondo. Poi, tantissime pubblicazioni sulla fertilità e problemi connessi.

Di lui, pochi anni fa, l’ex ministro della Salute Ferruccio Fazio, scrisse che è “un luminare della procreazione in vitro, un grande medico, un sognatore  con la testa e le idee  nel futuro e i piedi ben piantati nella sua terra siciliana”.  Leggere il suo curriculum e le celebrazioni a lui dedicate da grandi medici e scienziati intimidisce un poco. Subito si pensa ad un uomo inavvicinabile. Si scopre, invece, un uomo alla mano, dal tratto umano profondo ed empatico. Con lui parliamo delle legge 40, quel complesso di norme che per più di dieci anni ha impedito alle coppie italiane con problemi di fertilità l’accesso alla procreazione medicalmente assistita e che la Corte Costituzionale ha finito di demolire l’anno scorso. Ma parliamo anche delle prospettive future e di come l’Italia affronti il tema della ricerca scientifica rispetto agli altri Paesi, USA inclusi.


Professor Cittadini, l’anno scorso la Corte Costituzione ha dato il colpo di grazia alla legge 40 del 2004.  Possiamo dire che l’Italia, in tema di fecondazione assistita, si è allineata agli altri Paesi europei e all’America?

“La legge 40 è stata una delle più grandi vergogne italiane, figlia del più becero oscurantismo della nostra politica. Peggio avevano fatto solo in Costa Rica. Quella legge, che proibiva praticamente tutto, ha danneggiato la ricerca italiana e creato danni morali ed economici a migliaia di coppie costrette ad andare all’estero per potere accedere alle tecniche della procreazione medicalmente assistita”.

E dove andavano?

“Ovunque ci fosse  una legislazione migliore della nostra. Cioè nella maggior parte dei Pesi europei, oltre che in altri continenti.  Basti ricordare che anche in Paesi cattolici come la Spagna e la Polonia, la legislazione su questo tema è sempre stata molto più liberale. Per non parlare della Francia e del Belgio.  Alla fine, però, possiamo dire che quel movimento cattolico che in Italia aveva voluto quelle norme oscurantiste, ha segnato un vero e proprio autogol, perché anche le coppie cattoliche hanno disobbedito, non hanno accettato quelle vessazioni della politica e sono andate all’estero”.

La Corte Costituzionale ha rimediato alle vessazioni della politica?

fecondazione-assistita“Hanno cominciato i tribunali ordinari, ma sono state  numerose anche le sentenze della Corte Costituzionale: da quella del 2009 che ha cancellato il  divieto di produrre più embrioni e l’obbligo di contemporaneo impianto, alla sentenza del 2014 con cui la Consulta ha cancellato il divieto di fecondazione eterologa (la donazione di gameti maschili e femminili, nda), il divieto della diagnosi pre-impianto e quello  sulla crio-conservazione. La Corte Costituzionale ha anche  precisato che non c’è alcun vuoto normativo e che le tecniche possono essere immediatamente applicate”.

Perché lo sottolinea?

“Perché il governo nazionale avrebbe intenzione di intervenire, con un decreto, sull’eterologa. Si tratta solo del tentativo di creare continui ostacoli all’immediata applicabilità della sentenza della Consulta. Non solo. Le Regioni, ed in questo la Sicilia ha un altro triste primato, non si sono ancora adeguate con il risultato che ,sia nelle strutture pubbliche che in quelle private, è ancora impossibile accedere al rimborso anche per la fecondazione omologa, quando cioè il seme e l’ovulo utilizzati nella fecondazione assistita appartengono alla coppia di genitori del nascituro. Figuriamoci l’eterologa. In Sicilia il ritardo è scandaloso”.

A proposito dell’ipotesi che il Governo intervenga con un decreto sull’eterologa, si tratta, secondo lei, delle stesse forze oscurantiste che avevano portato alla legge 40?

“Sono sempre all’attacco. Anche se, le sofferenze inflitte alle coppie negli anni della legge 40 e i pronunciamenti della Corte Costituzionale sulla incostituzionalità e illeberalità di quelle norme, hanno  innalzato il livello di attenzione dell’opinione pubblica sul tema. Adesso resta un altro passo da fare”.

Quale?

“A Maggio la Corte Costituzionale dovrebbe esprimersi sull’ultimo divieto ancora in piedi, quello di utilizzare, ai fini della ricerca, gli embrioni non impiantati. La questione è semplice: al momento, la legge 40 impone di conservare per sempre e a carico dei centri, gli embrioni che non si sono trasferiti nell’utero perché malati. Sarebbe logico donarli alla ricerca che potrebbe disporre di uno strumento importante per studiare la genesi e l’evoluzione delle malformazioni, ad esempio. Che senso ha conservarli per sempre?”.

In America come funziona?

“L’America, a differenza del nostro Paese, sostiene e promuove  la ricerca scientifica da sempre. Lì si può fare tutto. Si creano anche embrioni artificiali per fare ricerca; si ricavano dagli embrioni naturali stessi: creati dalla ricerca per la ricerca. Parliamo di un altro mondo, dove la scienza ha le porte aperte.  Così come, da tanto tempo, negli Stati Uniti è ammessa la pratica del ‘dono del grembo’”.

Dono del grembo?

“In Italia, proprio per denigrare questa pratica, si parla di utero in affitto. Noi la chiamiamo ‘dono del grembo’ perché di questo si tratta. Pensate a tutte le donne, e non sono poche, che nascono senza utero. Anche loro devono andare all’estero”.

Quindi, se la Corte Costituzionale abolisse il divieto di donare gli embrioni non impiantati alla scienza, per la ricerca italiana sarebbe un passo avanti?

“Sicuramente sarebbe importante. Anche se i problemi legati alla ricerca in Italia sono tanti. Come detto, sembra che il nostro Paese non creda nella ricerca, non la sostiene e non la finanzia. È così da troppo tempo, tanto che la spinta si è esaurita”.

In che senso?

“A Palermo, ad esempio, nel campo della Fecondazione assistita, la ricerca biologica esercitava una grandissima trazione Basti ricordare che, Alberto Monroy, considerato il caposcuola dei biologi, ha cominciato qui. Poi è andato via e con lui tanti ricercatori”.

E dove sono andati?

“Tanti in America dove si sono raggiunti altissimi livelli. E, vedi caso, il più grande biologo americano nel campo della procreazione assistita, è un italiano di Bari, Giampiero Palermo l’inventore della ICSI (Iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo)”.

Insomma, in Italia non prevede ulteriori progressi nel campo della procreazione medicalmente assistita?

“Sicuramente è una branca inflazionata, fatta di tanti che cercano clienti e poco interessati alla scienza”.

fecondazione assistitaEppure la sua passione non si è mai esaurita. È rimasto in Italia, a Palermo, e ancora oggi, resta un maestro nel campo.

“Il mio approccio è diverso perché la mia formazione è diversa. Sono stato impregnato dall’insegnamento di due grandi maestri: Franc Novac, il grande chirurgo di Lubiana  che guadagnava 120.000 lire al mese, quando io all’Università,  guadagnavo  un milione. Era il più grande chirurgo del mondo e camminava con le scarpe da tennis anche d’inverno, perché non aveva i soldi per comprarne altre. Ebbene, per farle capire cosa era per lui la medicina, le racconto un episodio. La moglie di un siciliano molto noto venne da me perché affetta da un cancro all’utero. Mi resi conto che solo Novac avrebbe potuto salvarla. Oltre che mio maestro, era diventato mio amico. Così gli chiesi di venire a Palermo per visitare questa signora, cosa che fece. La notte dopo l’operazione, nonostante gli avessimo offerto la migliore ospitalità, si rifiutò di allontanarsi dalla clinica: ‘L’ho operata io e devo sorvegliarla io’. Non solo. Alla sua partenza il marito della signora gli offrì 5 milioni di lire per la sua prestazione. Li rifiutò dicendo che lui era venuto a Palermo per un problema clinico e per la sua amicizia con me”.

Sembra incredibile.

“Già. Ma la passione per la medicina e per la scienza è questa. Un altro episodio simile che le posso raccontare riguarda uno dei più grandi ginecologi di tutti i tempi, Raul Palmer che avevo conosciuto nei miei anni della specializzazione a Parigi. Ogni tanto veniva a Palermo, risolveva casi considerati senza speranza, e chiedeva 15.000 lire quando colleghi italiani, molto meno bravi di lui, ne chiedevano il doppio. Lui diceva che la malattia non è una condanna e che le cure contro l’infertilità non potevano essere precluse a chi non aveva soldi. Un mondo diverso.  Mi piace ricordare anche che Palmer ha festeggiato a Palermo il suo pensionamento. Con tutti i suoi allievi”.

Eppure lei non è mai voluto andare via dalla Sicilia, dall’Italia.

“No. Mi è sempre piaciuta l’idea di andare fuori e portare indietro le conoscenza che  acquisivo. Così  come ho sempre voluto organizzare qua i convegni più importanti. L’ultimo, lo scorso settembre a Ragusa , cui hanno partecipato i massimi esperti in tema di infertilità di tutto il mondo”.

Una domanda sul nostro sistema sanitario: ci stiamo americanizzando?

“Decisamente sì,  da tanto tempo. Già tra il 2001 e il 2004,  quando ero assessore in Sicilia, comparivano libri come quello di Nerina Dirindin, assessore alla sanità in Sardegna, che parlava della privatizzazione silenziosa della sanità (il libro è In buona salute. Dieci argomenti per difendere la sanità pubblica, PaoloVineis e Nerina Dirindin, Einaudi, 2004; ndr).  Gli ospedali pubblici hanno ceduto su prestazioni che non sono di loro interesse. Come la chirurgia plastica tirata fuori dai LEA (livelli essenziali di assistenza), anche se la chirurgia plastica non è solo estetica, ma rigenerativa. Insomma, una serie di prestazioni cedute al privato ha fatto in modo che la gente si spostasse”.

L’Italia non crede nel pubblico?

“A parole. Nella pratica credere nel pubblico significa creare le strutture e, soprattutto, investire  su di esse, e da noi, soprattutto in Sicilia, questo non è mai stato fatto. Sono arrivato nel 1949 a Palermo per fare il liceo, c’era un solo ospedale pubblico, il Civico e nessuno ci andava. Un po’ come a  New York: nel 1998 c’erano sette grandissimi complessi universitari-ospedalieri, come il Columbia, l’ Einstein, tutti privati. Uno solo pubblico, il  New York City che veniva considerato l’ospedale degli immigrati. Chi ha provato a cambiare le cose, come Obama, ha  avuto solo batoste e piccole soddisfazioni”. Quello americano è un sistema complicato. Una volta ero a NewYork e mia moglie ha avuto un problema allergico. Sono andato in farmacia dove mi hanno detto che era necessaria la prescrizione del dermatologo. Abbiamo pagato 100 dollari per la visita per poi comprare una una pomata di 3 dollari”.

Ogni tanto la politica italiana annuncia provvedimenti per fare rientrare i cosiddetti cervelli in fuga. Che ne pensa?

“Penso che sono solo annunci cui non seguirà nulla di concreto. Pensiamo ai ricercatori italiani all’estero, abituati ormai ad operare in strutture attrezzatissime, abituati ad essere incentivati e gratificati. Dovrebbero tornare in Italia per lavorare nei nostri ospedali pubblici, carenti di tutto e pagati male? Chi lo farebbe? Nessuno”.

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