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Omofobia: una quasi-malattia

L'"omocausto" viene spesso dimenticato, ma di omofobia ancora oggi si muore

di Domenico Di Marzo
omofobia

Installazione contro l'omofobia in Brasile

Forme di paura delle diversità come l'omofobia presentano analogie con le fobie clinicamente classificate. A livello giuridico l'Occidente va sempre più una cultura della piena uguaglianza. Ma anche nei Paesi più avanzati, permangono radici di intolleranza

La letteratura scientifica in ambito psicologico attribuisce al termine “fobia” un significato clinico, intendendo con questo vocabolo una manifestazione psicopatologica che conduce il soggetto a vivere con particolare angoscia una determinata condizione, fino ad attuare comportamenti irrazionali che spingono l’individuo ad evitare o rifuggire da quella situazione che ha scatenato la crisi fobica. Oggigiorno il termine “fobia” viene utilizzato anche per particolari forme di intolleranza e paura delle diversità che, pur non trovando collocazione nel DSM  (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali),  presentano analogie con le fobie clinicamente classificate.

Tra queste “nuove” fobie troviamo l’omofobia, ovvero la paura irrazionale nei confronti delle persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali, transgender) basata sul pregiudizio. L’Unione Europea ne ha riconosciuto la pericolosità a livello sociale paragonandola al razzismo, l’antisemitismo, la xenofobia e il sessismo. Del resto anche le persone omosessuali, insieme agli ebrei, gli zingari, gli immigrati, i testimoni di geova e altre minoranze finirono nei campi di concentramento in diverse migliaia in quello che viene definito “omocausto”, che è stato spesso dimenticato.  In questi ultimi anni l’Unione europea ha favorito un processo di sensibilizzazione invitando gli Stati membri sia a mettere a punto azioni di contrasto dei fenomeni omofobici, sia a procedere con leggi che riconoscano i diritti civili delle persone LGBT.

L’omofobia si esplica sotto forma di numerosi atteggiamenti di avversione che vanno dalla semplice derisione, all’emarginazione fino alla violenza verbale e fisica. Come tutti i fenomeni di intolleranza legati alle minoranze, l’omofobia subentra come meccanismo di difesa nei confronti di una diversità percepita come pericolosa perché andrebbe a mettere in discussione convinzioni e valori ritenuti validi per tutti e riguarda non solo le persone eterosessuali, ma gli omosessuali stessi. Questi ultimi, infatti, sviluppano la cosiddetta “omofobia interiorizzata”, ovvero l’avversione nei confronti delle persone LGBT dovuta all’ambiente sociale “omofobico” in cui tutti cresciamo, che le stesse persone omosessuali, bisessuali e transgender interiorizzano arrivando a provare molto disagio. Si tratta di una condizione molto subdola perché non solo può creare odio verso gli altri, ma anche (e soprattutto) verso di sé fino a fenomeni di autocolpevolizzazione e non accettazione personale che nei casi più gravi culminano nel suicidio, molto comune soprattutto tra gli adolescenti gay. Il livello di omofobia delle persone in alcuni casi è correlato con l’omosessualità latente dei soggetti stessi che si dimostrano ostili nei confronti degli altri perché in realtà fuggono da una parte di sé ritenuta odiosa e inaccettabile.

Di omofobia oggi si muore socialmente e in molti casi fisicamente: se nei Paesi Occidentali continuiamo ad assistere a fenomeni di discriminazione in famiglia, sul lavoro e tra gli amici con diversi casi di aggressione fisica, in tutto il resto del mondo permangono Stati in cui l’omosessualità è considerata un reato punibile anche con la morte, nonostante l’ONU abbia lanciato una moratoria mondiale a favore della depenalizzazione dell’omosessualità che ha visto l’opposizione di molti Paesi del Medioriente e dell’Africa, dove vige la sharia, ma anche del Vaticano. Ciò conferma che alcune visioni religiose, spesso coincidenti con posizioni intransigenti di difesa della Natura, hanno  ancora grande difficoltà ad accettare l’omosessualità come variante “naturale” del comportamento umano, così come suggerito dall’Organizzazione mondiale della Sanità e dalla letteratura psicologica e psichiatrica.

Ad ogni modo in questi ultimi anni stiamo vivendo un passaggio epocale attraverso il riconoscimento dei diritti LGBT come diritti umani praticamente in tutto l’Occidente (Europa, Nordamerica, Sudamerica, Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda), cosa che certamente aiuta a sensibilizzare le persone al contrasto dell’omofobia e all’integrazione sociale delle persone LGBT, in quanto le leggi di un Paese aiutano a fare cultura e “spingono” le persone verso processi di liberazione e visibilità che contribuiscono a scardinare i pregiudizi. Il recente referendum sul matrimonio gay nella “cattolicissima” Irlanda che ha visto la vittoria del sì e la sentenza della Corte Suprema degli USA che ha sancito il matrimonio come diritto costituzionale per tutti i cittadini americani, hanno avuto una grande eco mondiale.

La cultura della piena uguaglianza delle persone LGBT davanti alla legge si sta sempre più affermando in Occidente con il riconoscimento del matrimonio egualitario e delle adozioni, anche se con velocità molto diverse: si va dall’Olanda, primo Paese al mondo ad estendere il matrimonio alle coppie omosessuali nel lontano 2001 all’Irlanda nel 2015. In Italia non esiste nemmeno una legge sulle Unioni Civili, sebbene il Parlamento si stia mobilitando per legiferare.

Bisogna riconoscere che i processi di integrazione delle minoranze non sono automatici anche quando ci sono leggi di tutela e che occorre sempre fare parallelamente cultura e sensibilizzazione educando la società a non avere paura delle differenze. Nel caso dell’omofobia, anche nei Paesi dove i diritti LGBT sono pienamente riconosciuti senza alcuna distinzione tra cittadini eterosessuali e omosessuali, permangono radici di odio e intolleranza. In Olanda ad esempio, considerato secondo molti indicatori il Paese meno omofobo del mondo, esiste una sezione delle forze dell’ordine deputata esclusivamente alla difesa delle persone LGBT da possibili aggressioni di natura omofobica, a dimostrazione che le sole leggi non bastano, ma serve sempre mantenere un dialogo e un’attenzione alla questione, anche perché il fenomeno dell’omogenitorialità, ovvero la costituzione di famiglie  con genitori dello stesso sesso, è in costante aumento e quindi urge tutelare anche la serenità dei bambini e degli adolescenti che crescono in queste famiglie.


Domenico Di Marzo, napoletano, dopo una lunga carriere da ricercatore in ambito medico, insegna scienze in un liceo scientifico. Da molti anni è impegnato come attivista LGBT ed è stato presidente nei Pochos Napoli, squadra di calcetto gay di Napoli. Amante di cinema e arti marziali, viaggia per conoscere culture diverse.

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