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Antonio Bernardo: un cervello di neurochirurgo

A cinquant'anni a capo di un laboratorio del Weill Cornell Medical College

Antonio Bernardo
Laureato in Medicina a Napoli, ha sempre viaggiato. Ora è approdato a New York dove Antonio Bernardo dirige un laboratorio di microchirurgia cranica tra i più innovativi al mondo. Gli studenti fanno i turni di notte per fare pratica con tecnologie all'avanguardia. "Il training è fondamentale", dice

Non ama parlare di cervelli in fuga ma semmai di cervelli in viaggio. Napoletano, cinquantenne, Antonio Bernardo è tra i neurochirurghi più apprezzati al mondo.

Dopo la laurea in Medicina all’Università Federico II, continua la sua carriera all’Università di Edinburgo. L’America è la sua destinazione naturale. Arriva prima a  Phoenix, in Arizona. Poi va in Perù. Torna negli USA, prima a Los Angeles, infine a New York dove oggi dirige, al Weill Cornell Medical College, un laboratorio di microchirurgia cranica tra i più innovativi al mondo.

Parla di passione e di vocazione per un lavoro che lo porta in giro per il mondo ogni mese. E della sua Napoli, città che lo ha formato e di cui conserva ancora certi valori.

Ai giovani che aspirano a questa professione dice: non cullatevi, lavorate duro, il talento senza la disciplina non porta a niente.

Professor Bernardo, lei, appena cinquantenne, è a capo di una delle strutture più importanti al mondo.  Ormai il tema dei cervelli in fuga sembra un mantra ben troppo inflazionato. Ma perché allora in Italia casi come il suo sono rari?

“Non mi piace parlare di cervelli in fuga nel momento stesso in cui si parla di globalizzazione. Nel mio lavoro la formazione all’estero è quasi una tappa obbligatoria se si vogliono allargare i propri orizzonti formativi. Oggi la storia dei cervelli in fuga viene strumentalizzata. La cosa fondamentale è imparare a non cullarsi, andare sempre avanti, imparare ogni giorno. Non fermarsi mai”.

Quindi per lei l’America era una destinazione naturale dopo le sue precedenti esperienze all’estero?

“Io guardavo sempre in avanti e per me l’America era la destinazione naturale. Ancora oggi non mi fermo mai”.

Non mi importa dove lavoro ma come lavoro”.

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Vuole parlarci del laboratorio di microchirurgia della base cranica che dirige presso la Cornell Medical School di New York?

“Si tratta di un laboratorio tra i più attrezzati ed innovativi al mondo per la rimozione di patologie tumorali e vascolari della base cranica. Ho creato una scuola di neurochirurgia ed ho richieste di specializzandi fino al 2020. Il laboratorio che dirigo opera 24 ore al giorno con studenti che, pur di far pratica, accettano volentieri anche i turni di notte. Abbiamo a disposizione notevoli risorse tecnologiche: computer, schermi a 3D, ma sopratutto gli studenti hanno la possibilità di esercitarsi su teste umane di cadaveri. Ho creato un sistema di visualizzazione in 3D in realtà virtuale ed un processo di simulazione per pratica di operazioni sul cervello”.

Quali le differenze con l’Italia, in un campo come il suo?

“Il training. Insisto molto sul training che per un chirurgo è fondamentale. In Italia spesso dopo la specializzazione non si è grado di essere operativi al 100 per cento in sala operatoria. La cultura anglosassone, molto pragmatica in tutti i suoi aspetti, insiste molto sul fare e sull’aspetto pratico. Inoltre si parla anche di meritocrazia. Se sei bravo e vali, in America riesci. Ci vuole però un lavoro duro e costante”.

Sanità pubblica vs sanità privata: non pensa che l’eccellenza americana sia un privilegio per pochi?

“Sulla sanità americana i media, soprattutto quelli italiani, parlano sempre per luoghi comuni e generalizzazioni. Gli ospedali pubblici americani hanno grandi strutture e sempre eccellenti. Per me il sistema sanitario americano produce strutture di grande qualità”.

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Veniamo alla sua Napoli. Che rapporto ha con la sua città e cosa ha lasciato?

“È una città che amo, che mi ha formato molto, di cui conservo ancora molti valori. Mi piace quel modo di vivere così epicureo, senza pianificare. Di certo molto diverso da quello anglosassone. Torno spesso per lavoro e soprattutto per la mia famiglia”.

New York è invece la sua città adottiva.

“Di New York mi piace la sua energia. È una città unica, dinamica, competitiva, polo di attrazione di talenti. L’ambiente al laboratorio dove lavoro è stimolante, dinamico”.

Ma quando ha deciso che da grande sarebbe diventato un chirurgo?

“Sin da ragazzino mi appassionava leggere libri di medicina. Mio padre era un medico che non ha mai esercitato la professione perché gestiva  una libreria scientifica . Ma è stato all’Università  che mi sono appassionato delle bellissime lezioni di anatomia”.

Cosa vuole dire ai ragazzi che oggi vogliono intraprendere questa professione?

“I ragazzi di oggi navigano in un mare di incertezze ma io dico sempre di dare priorità e di iniziare il percorso per vari step. Priorità è imparare, costruire una carriera con duro lavoro e disciplina. Il talento senza la disciplina conta poco. Ci vuole lavoro duro, molta caparbietà, ambizione. Non bisogna mai cullarsi, lamentarsi. Ognuno di noi, nel proprio piccolo, può contribuire”.

La soddisfazione più grande per un medico?

“Nel mio caso, nel campo della neorochirurgia, migliorare la qualità della vita dei  nostri pazienti. Anche formare i ragazzi per me è una bella e grande soddisfazione”.

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