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Alessandra Bonito Oliva: quando la ricerca trova casa a New York

Si occupa di malattie neurodegenerative alla Rockefeller University e ha avviato un suo progetto

Alessandra Bonito Oliva
Prima la Svezia per fuggire dalle difficoltà delle ricerca italiana, poi la scelta di New York . “In America c'è dialogo tra case farmaceutiche e accademia, gli investitori privati hanno un ruolo importante e le startup sono una realtà”, racconta Alessandra Bonito Oliva

È stata un “cervello in fuga”  costretta a lasciare l’Italia per la Svezia ma non esclude di tornare, un giorno, nel suo  paese. Alessandra Bonito Oliva, napoletana, laurea in psicologia sperimentale e dottorato a Roma e Chicago, ha continuato la sua carriera a Stoccolma dove ha vissuto per cinque anni. L’amore l’ha portata a New York, dove oggi lavora come ricercatore associato alla Rockefeller University e fa parte di un ristretto team che collabora con la casa farmaceutica Pfizer, per la messa a punto di farmaci per l’Alzheimer.

Si è occupata di ricerca preclinica su malattie neurodegenerative, Parkinson in primis, ed ha realizzato un sistema innovativo per studiare, e potenzialmente curare, i sintomi non motori (ansia, depressione, problemi di memoria) di cui questi pazienti soffrono. Il suo ultimo progetto vede una collaborazione con il Memorial Sloan Kettering Cancer Center dove, servendosi di tecnologie avanzate come un nuovissimo e rivoluzionario microscopio atomico ad altissima risoluzione, crea modelli che rappresentano i processi patologici responsabili dell’Alzheimer e li osserva mentre si sviluppano.

Ci racconta del mondo della ricerca in America e del suo rapporto con New York, dove sta iniziando a sentirsi a casa.

Alessandra, parlaci della tua infanzia. Da dove vieni?

Alessandra Bonito Oliva

Foto: Francesco Sapienza

“Sono una trentaquattrenne napoletana, nata da una famiglia per metà napoletana e per metà toscana. Nata a Siena e cresciuta a Napoli, in una famiglia benestante che mi ha permesso di coltivare la mia grande passione per i cavalli e fare equitazione a livello agonistico. L’equitazione è stata una parte determinante della mia vita dai 6 ai 18 anni, mi ha insegnato valori molto forti e credo abbia contribuito a tenermi lontana da abitudini poco sane e purtroppo molto diffuse in ambienti ricchi di tante grandi città italiane. Ho dovuto abbandonare quando a 18 anni ho deciso di studiare Psicologia e mi sono spostata a Roma. In famiglia sono tutti imprenditori e non erano particolarmente entusiasti della mia scelta perché temevano scarsi sbocchi professionali”.

Oggi lavori a New York alla Rockefeller University ma hai iniziato la tua carriera in Italia, a Roma e a Napoli. Quale la differenza tra la ricerca italiana e quella americana?

“Ho lavorato in campo biomedico per circa 15 anni, in Italia, poi in Svezia ed ora negli Stati Uniti. Indipendentemente dal Paese, in ambito accademico c’è generalmente una grandissima pressione a pubblicare articoli scientifici, che sono la chiave per l’ottenimento di finanziamenti. In aggiunta a questo però, negli Stati Uniti mi sembra ci sia un grande dialogo tra Accademia e case farmaceutiche, che in Italia è piuttosto assente. La frequente collaborazione tra le due fa sì che la ricerca accademica sia finalizzata non solo ad aumentare la conoscenza cosiddetta ‘di base’ ma anche alla realizzazione di un prodotto farmaceutico vero e proprio. Va da sé che quando una casa farmaceutica è interessata alla ricerca accademica mette a disposizione risorse economiche preziose. Ma non ci sono solo le grandi case farmaceutiche. Da quando sono qui vengo costantemente esposta ad investitori privati, persone che non hanno alcuna competenza tecnica ma solo interesse personale nell’avanzamento scientifico. Sono generalmente persone che sono state in qualche modo toccate da una malattia e sono interessate ad investire in un progetto promettente nella speranza di aiutare la ricerca. Infine qui negli Stati Uniti il mondo delle startup è una realtà concreta anche per noi ricercatori biomedici. Mai fino a un paio di anni fa avrei creduto di poter mettere in piedi qualcosa di mio, con un’idea vincente e una banca disposta a finanziarla. Credo che la chiave di questa grade differenza tra ricerca italiana ed americana sia non solo una diversa disponibilità di risorse economiche ma soprattutto una realtà economica ed imprenditoriale che riconosce alla ricerca scientifica un valore”. 

Cosa ti ha insegnato vivere all’estero?

“In Italia ammirano la civiltà dei paesi del Nord Europa, i quali a loro volta ammirano le bellezze naturali e la cultura italiana. Tutti guardano agli Stati Uniti come il paese in cui ogni cosa può realizzarsi. Ma chiaramente nessun Paese è perfetto! Vivendo all’estero e in paesi diversi ho imparato a rispettare ogni paese per i suoi pregi e per i suoi difetti, sforzandomi di contestualizzare prima di giudicare. Così come ogni persona è il risultato di una vita di esperienze, così ogni paese deve fare i conti con le proprie origini e la propria storia, con un clima difficile (la Svezia), con una popolazione estremamente eterogenea (gli Stati Uniti), con una classe politica disordinata ed una situazione economica precaria (l’Italia). Nessun posto è perfetto, si tratta di capire quale sia più adatto alla propria personalità. Chiunque abbia la fortuna di viaggiare ha il dovere di appropriarsi delle cose più belle che sperimenta in paesi diversi dal proprio e cercare di integrarli nella propria persona, portandoli con sé”.

In che modo senti New York tua? Quali sono i luoghi che ti appartengono?

“Sono qui da meno di due anni e mentirei se dicessi che sento davvero mia questa città. Credo che New York sia la città di tutti, chiunque può riuscire a ritagliarsi i suoi spazi e trovare un po’ del proprio paese. Ma sentirsi a casa è un’altra cosa. Sentirsi a casa in un nuovo paese e’ un processo lungo e difficile, che implica conoscere bene la propria persona, e sapersi trovare degli spazi confortevoli in qualunque posto, a prescindere dalla lingua, dalle abitudini, e dalla cultura del posto. Ho vissuto un anno a Chicago, poi di nuovo Italia, poi 5 anni in Svezia e da un poco sono qui a New York. Per me è stato facile questa volta. So che per stare bene ho assolutamente bisogno di un lavoro che mi piaccia, di stare all’aria aperta ed avere amici di cui mi fido. È stato facile crearmi qui quello di cui avevo bisogno. Certo avere un marito e alcuni amici italiani aiuta a sentirsi a casa…”.

Cosa ti manca dell’Italia?

“Sono abbastanza abituata a non vedere spesso la mia famiglia. Torno in Italia una o due volte all’anno. Per il resto… viva Skype! Mi manca però non poter condividere le cose importanti con le persone a cui voglio bene…. amiche che si sposano, nipotini che nascono…. So che se avessi dei figli la lontananza con la mia famiglia sarebbe fonte di sofferenza. D’ altro canto ho la fortuna di essere nata in un’epoca in cui grandi distanze vengono superate in poche ore. Sono ottimista e sono sicura che due genitori italiani possano trasmettere la propria cultura a dei figli nati in America, permettendogli così di conoscere e vivere il meglio di entrambi i Paesi”.

Cervelli in fuga vs cervelli in viaggio. Come vedi la questione?

“Sono stata un cervello in fuga nel 2010 quando insoddisfatta e frustrata ho deciso di trasferirmi dall’Italia in Svezia per svolgere il mio lavoro in modo più dignitoso. Da questo punto di vista, i cervelli in fuga non sono poi molto diversi dagli emigranti di un secolo fa. A Stoccolma ho trovato quello che cercavo e sarei senza dubbio rimasta in Svezia, se per motivi personali non avessi voluto spostarmi di nuovo. Adesso sono qui e non mi sento più in fuga. Sono qui per scelta. Non credo che in Italia sarei soddisfatta da un punto di vista lavorativo, ma il punto è che non mi interessa.  Gli Stati Uniti e New York non sono un paradiso, ma qui vivo meglio, da quasi tutti i punti di vista, e questo è sufficiente per restare, almeno per ora. Non escludo assolutamente di poter un giorno rientrare in Italia, ed è questa sensazione di poter scegliere che credo faccia di me un cervello in viaggio e non in fuga”.

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