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Disastro di Seveso: quarant’anni, una lezione

A distanza di decenni si comincia a comprende il reale impatto di quel disastro ambientale

disastro seveso
Il 10 luglio 1976 una fabbrica dell'hinterland milanese sprigionò una nube di diossina. Ancora oggi le conseguenze reali sono incerte e una vera e propria bonifica di quelle aree non è mai stata fatta. Ma il disastro di Seveso dimostra quanto sia importante il monitoraggio

Quarant’anni. Quattro decenni. È questo il tempo che è trascorso dal disastro ambientale di Seveso. Era infatti, il 10 luglio del 1976 quando da una fabbrica nelle vicinanze della cittadina nell’hinterland milanese, si sprigionò la nube tossica piena di diossina. È facile immaginare i danni che l’incidente provocò alla salute delle persone e all’ambiente. Danni talmente ingenti che vengono studiati e monitorati ancora oggi. All’epoca il disastro fu enorme e di certo l’Italia di quel tempo non era preparata ad affrontarlo. Fu quel disastro però a far coniare un nuovo termine, una nuova tipologia ricerca sull’inquinamento dell’ambiente, ovvero l’epidemiologia ambientale.

È solo oggi però, a distanza di decenni che si comprende veramente l’impatto di quel disastro, tuttora annoverato insieme a tragedie come quelle di Chernobyl e Bhopal. La zona contaminata si estese, infatti, per decine di chilometri, coinvolgendo decine di migliaia di persone e costringendo ad evacuare interi quartieri.

In quel giorno del 1976, durante il ciclo di lavorazione del triclorofenolo, un composto di base molto usato per la produzione di diserbanti, la temperatura del reattore dell’impianto salì fino a 500 °C. Questa temperatura superava parecchio il limite oltre cui il triclorofenolo si trasforma in un altro composto appartenente alla vasta classe delle diossine, il TCDD (o 2,3,7,8-tetracloro-dibenzo-para-diossina), sostanza che l’International Agency for Research on Cancer classifica fra quelle cancerogene. Per evitare l’esplosione del reattore, le valvole di sicurezza si aprirono, espellendo circa 400 chilogrammi di prodotti  di reazione, fra i quali un quantitativo di TCDD compreso tra i 13 e i 18 chilogrammi. Trasportata dal vento che spirava in direzione di Seveso, la sostanza, che sarebbe divenuta nota come “la diossina” per antonomasia, si diffuse su un’ampia area intorno alla fabbrica.

Quello che più colpisce di un simile disastro è che al momento nessuno si rese conto della sua entità: solo dopo alcune settimane, infatti, si iniziò ad evacuare la zona e solo nel tempo si ebbe la percezione della gravità di quanto accaduto. Nel 1982, a distanza di sei anni, la Comunità Europea varò la cosiddetta direttiva Seveso , oggi giunta alla sua terza revisione, che prevedeva il censimento degli stabilimenti a rischio, l’identificazione delle sostanze pericolose trattate, l’approntamento di piani di prevenzione e di emergenza e altro ancora. Ma l’Italia, in costante ritardo quando si tratta di salvaguardare la salute dei suoi cittadini, recepì la direttiva solo nel 1988. Le conseguenze, seppure (ribadisco) non immediatamente percepite, furono devastanti. Solo dopo qualche giorno gli allora sindaci dei comuni di Seveso e di Meda (paese limitrofo) proibirono l’accesso all’area circostante alla fabbrica e vietarono di toccare ortaggi, terra, erba e animali della zona delimitata. Passarono settimane prima che si predisponesse l’evacuazione delle zone interessate. Negli anni seguenti si evidenziarono conseguenze legate alla salute della popolazione: sebbene non sia stato dimostrato un diretto rapporto causa-effetto, il programma di monitoraggio che coinvolse circa 280.000 persone, delle quali 6.000 circa residenti nelle aree più colpite, divise in zona A e zona B, dimostrò un incremento nelle zone più inquinate di neoplasie del tessuto linfatico ed emopoietico (ossia degli organi e dei tessuti che presiedono alla produzione di globuli rossi e bianchi e delle piastrine).

Il dato più elevato riguarda i linfomi non-Hodgkin nella zona A, fra le donne. Fra gli uomini, l’unico dato in eccesso significativo riguardava la mortalità per leucemie. Insomma, fu un disastro, per l’uomo ma anche per l’ambiente. E dopo 40 anni ancora non c’è stata una reale e definitiva bonifica di quelle zone. Il caso Seveso è l’esempio lampante di quali danni può provocare l’azione umana se non controllata e, soprattutto, quanto sia importante monitorare, poi, le conseguenze di simili catastrofi. Ancora oggi in Italia, per restare in patria, sono numerosi i casi in cui la gestione di sostanze tossiche sfugge al controllo umano, provocando quei danni irreparabili con cui oramai conviviamo. Non c’è solo la Terra dei fuochi campana.  Se a volte il veleno è dolosamente interrato altre volte può essere frutto di un disastro. In entrambi i casi è ancora tanta la strada da percorrere per imparare a gestire le risorse e per favorire il progresso senza distruggere l’ambiente e danneggiare la salute dei cittadini.

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