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Il ruolo del caso per capire il cancro

Quando fattori ambientali specifici creano nell'organismo il giusto “habitat”, si sviluppa la neoplasia

cancro
La teoria di Darwin e l'intuizione della centralità dell'ambiente nella selezione degli organismi più adatti a sopravvivere in un determinato habitat hanno influenzato il pensiero scientifico rivelandosi cruciali anche per spiegare patologie come il cancro

Le intuizioni di Darwin riguardo il cambiamento delle specie viventi attraverso la selezione naturale hanno segnato un passaggio culturale cruciale nella storia della scienza, rompendo convinzioni granitiche secolari e influenzando numerosi campi del sapere. Darwin non conosceva l’esistenza del DNA e degli errori di replicazione, non sapeva che esso può mutare nella sua sequenza fornendo nuove funzioni. Non aveva alcuna conoscenza di biologia dello sviluppo. Però, intuì che quelle “variazioni” erano inevitabili e, soprattutto, “casuali”, un termine che a molte persone non piace sia perché viene interpretato come sinonimo di mancanza di “senso”, sia perché implica un orizzonte troppo misterioso.

La teoria di Darwin sull’evoluzione degli esseri viventi in parallelo con i cambiamenti ambientali “sopravvive” da 150 anni, caso più unico che raro nella biologia, quindi, bisogna riconoscere che è stato un acuto osservatore. L’intuizione della centralità dell’ambiente nella selezione degli organismi più adatti a sopravvivere in un determinato habitat ha influenzato il pensiero scientifico rivelandosi cruciale anche per spiegare patologie come il cancro. In questo caso però l’ambiente non solo seleziona, ma può anche indurre le “variazioni”: radiazioni UV e gamma, infezioni, infiammazione, dieta eccetera, sono tutti fattori ambientali capaci di promuovere in una maniera più o meno diretta le neoplasie che intraprendono una vera e propria lotta per la sopravvivenza all’interno del corpo umano.

Darwin non conosceva l’esistenza dei geni ed ebbe difficoltà a comprendere il modo con cui  si erano originati gli organi. Oggi sappiamo che esistono geni “architetto” capaci di progettare lo sviluppo e l’organizzazione corporea, come ad esempio i geni omeotici, che danno gli “ordini” ai geni “muratore” che hanno ruoli meno cruciali sebbene importanti. Quindi, non tutte le mutazioni sono uguali: se avvengono mutazioni nei geni “architetto”, le conseguenze saranno molto più gravi di quelle che avvengono in altri geni.

È difficile separare la funzione dell’ambiente dalle variazioni che avvengono nell’organismo. Esse procedono in maniera parallela: non esistono caratteristiche migliori di altre, ma solo caratteristiche più o meno adatte a un determinato ambiente che è l’unico arbitro della “partita” della vita. Nel caso del cancro, quando fattori ambientali specifici creano nell’organismo il giusto “habitat”, si sviluppa e cresce la neoplasia, evolvendosi ed adattandosi ad eventuali cambiamenti (chemioterapia ad esempio). Come in un modello malthusiano, si parte in tanti e si arriva in pochi: così come i pesci,  depongono nell’acqua milioni di uova fecondate, ma soltanto pochi esemplari arrivano all’età adulta, le mutazioni nelle cellule avvengono in maniera continua perché non esistono copie “perfette” del DNA, ma solo poche di esse danno origine, in particolari condizioni, al cancro.   

Bisogna anche riconoscere che dietro tutti questi meccanismi il fattore “imprevedibilità” gioca il ruolo principale: imprevedibili sono i cambiamenti ambientali così come lo sono quelli biologici che avvengono nelle nostre cellule. Provare a tracciare una relazione causale tra un evento ambientale e una caratteristica biologica risulta spesso difficile se non impossibile perché elementi come causalità, casualità e caos (inteso come disordine intrinseco e non prevedibile degli eventi) creano numerose zone d’ombra.

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