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Il suicidio e l’anomia: la sola mancanza di lavoro non spiega

Un trentenne si suicida in Italia lasciando un disperato messaggio: riflessioni su una condizione sociale

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Il sociologo classico Émile Durkheim definì con il termine anomia, il divario fra le regole che si presume facciano marciare una società e ciò che l’individuo vive concretamente ogni giorno. Precisamente la situazione che milioni di italiani vivono oggi. Raccontarcela giusta aiuta a trovare delle soluzioni

E’ difficile immaginare che la mancanza di lavoro possa essere, da sola, ragione sufficiente per spingere una persona a togliersi la vita. Se ci fosse un rapporto di causa-effetto fra le due cose, le cronache ci riporterebbero centinaia di suicidi ogni giorno. E’ vero però che le crisi sociali ed economiche possono rappresentare delle concause, degli eventi-scatenanti. Dopo l’inizio della crisi finanziaria del 2008, poi diventata in Europa crisi dei conti pubblici (e va detto che questo passaggio non è che ci sia stato spiegato molto bene), i media hanno riferito di  numerosi casi di imprenditori che hanno deciso di farla finita. Nella memoria collettiva c’è anche un precedente molto noto, quello della crisi del ’29: in verità la storiografia ha ridimensionato l’idea che all’epoca le strade di New York fossero piene di uomini d’affari falliti che si erano gettati dagli ultimi piani dei grattacieli. Tuttavia, l’epidemia di suicidi generata dal crollo di Wall Street è rimasta nel nostro immaginario collettivo.

Gli psicologici probabilmente spiegherebbero che la decisione di togliersi la vita è, quantomeno, il frutto di diversi elementi: alcuni biologici, altri relazionali-affettivi, altri ancora sociali, collettivi, “politici” (con una prevalenza degli uni sugli altri di volta in volta variabile).

A me viene in mente però uno studio sociologico classico, sul tema, quello del francese Émile Durkheim sull’anomia. Cosa intendeva Durkheim con questa parola piuttosto ostica? Letteralmente un’assenza di regole o di norme (sociali, morali, culturali, scritte e non scritte). Ma più specificamente un divario fra le regole che si presume facciano marciare una società e ciò che l’individuo vive concretamente ogni giorno. Il che è precisamente la situazione che milioni di italiani vivono oggi. Pensiamo solo al fatto che il nostro Paese mette il lavoro addirittura all’inizio della sua legge fondamentale, la Costituzione. La Repubblica italiana, ci dice, è fondata sul lavoro. Non sulla libertà, la fraternità o la cultura. Il lavoro. Cioè quella cosa che la globalizzazione sta spazzando via ad ogni livello, e non c’è riqualificazione che tenga, purtroppo, l’abbondanza di opportunità lavorative (ancorché spesso di profilo medio-basso) sembra destinata ad essere un tratto distintivo del passato, di una stagione che comunque non tornerà, almeno non nell’immediato.

Non solo: se l’accesso al lavoro dovrebbe essere regolato da una serie di principi considerati validi e giusti – il bisogno, il merito e così via – in realtà ciò che l’individuo spesso percepisce è un’altra cosa. Ad esempio che il lavoro premia i furbi e i raccomandati. Ma anche che esistono delle diseguaglianze enormi fra il valore reale delle persone e la loro possibilità di assunzione, carriera, retribuzione. Se a ciò aggiungiamo che, specie nei contesti più degradati, è chi fa dei lavori non-legali a passarsela meglio, il quadro dei disvalori potrebbe dirsi completo.

Per Durkheim l’anomia cronica era tipica delle società industriali avanzate, che sperimentano continui e sempre più accelerati processi di cambiamento. Questa mancanza di parametri socialmente condivisi, di punti di riferimento, di regole in grado di disciplinare la vita collettiva, spiegava per il sociologo il ricorso al sucidio già alla fine del 1800.

Cosa possiamo dire di questa analisi, oggi, senza trincerarci dietro alle facili nostalgie di un passato comunque non idilliaco, ma anche segna ignorare eventi come il suicidio dell’uomo friulano (forse anche chiamare le cose con il loro nome ha una sua importanza, e dunque, a 30 anni non si è “un giovane”, si è “un uomo”) che ha lasciato dietro di sé un pessante atto d’accusa nei confronti di chi non ha voluto o saputo aiutarlo nella sua ricerca di un lavoro?

Da un lato va riconosciuto che non hanno torto coloro i quali  sottolineano come, nonostante la crisi sia una durissima realtà, non stiamo vivendo in assoluto il peggiore momento della storia. I giovani che emigravano fra la fine dell’800 e l’inizio del 900, ad esempio, e non per tentare di fare i pr a Londra ma per condurre una vita “feroce” a disboscare  foreste in Brasile o a scavare carbone in miniere del Belgio, probabilmente non se la passavano meglio. Senza contare che anche in epoche molto più recenti non è che il lavoro piovesse dal cielo: fu se non ricordo male l’ineffabile ministro socialista Gianni De Michelis a sentenziare, per primo, e si era nei “dorati anni ‘80”, che il tempo del lavoro fisso era finito e che i giovani in futuro il lavoro avrebbero dovuto “inventarselo”.

D’altro canto, però, se guardiamo all’analisi di Durkheim, non possiamo non trovarvi ragioni e spiegazioni adeguate alla realtà odierna. Alcune le abbiamo già dette. Ma più in generale, l’impressione che si ha è che il mondo – non solo quello degli adulti o degli anziani, il mondo “in toto”, media e università comprese – non la stia raccontando tutta giusta ai giovani, quantomeno ai giovani europei (neanche a tanti giovani immigrati che credono di trovare in Europa il bengodi, comunque). Continuando piuttosto a somministrare dei placebo, che non prendono – non possono prendere – il posto delle regole vere, delle norme morali, sociali, economiche, e di welfare. E questo perché: perché costruire nuove norme sociali impone prima un vero, franco riconoscimento del fatto che il Re è nudo. E’ nuda la globalizzazione, che crea posti di lavoro altrove ma non qui, dove salari e stipendi sono troppo poco competitivi e le tutele troppo elevate rispetto a quello che un tempo si chiamava Terzo Mondo. E’ nuda l’innovazione, che distrugge più posti di lavoro di quelli che crea, non solo nelle catene di montaggio, come temevano i luddisti, ma negli uffici, nelle redazioni, fra le fila del lavoro intellettuale. E sono nude anche le misure di tutela sociale, pensate per altre epoche, incapaci di dare risposte adeguate ai Neet – i giovani che né studiano né lavorano – ma anche ai 50enni che si ritrovano disoccupati. E va detto che se qualche politico ci prova, a inventare regole nuove, viene immediatamente impallinato, dai sostenitori dello status quo così come dai benaltristi.

Raccontarcela giusta forse ci aiuterebbe a trovare delle soluzioni. E a costruire un nuovo “patto sociale” attorno a quale stringerci, in modo tale che nessuno si senta lasciato solo con se stesso. Ma è difficile che a farlo possa essere una classe dirigente che sulla globalizzazione, sull’innovazione, sullo smantellamento delle regole ha costruito le sue fortune, la sua legittimità. Così brancoliamo nel buio. E continuiamo a somministrare – e a somministrarci – dei placebo. Mentre qualcuno non ce la fa, e muore.

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