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L’Italia non passa l’esame europeo sulle emissioni di CO2

Francia in testa, poi Regno Unito, malissimo Germania. L'Italia è "non classificata"

Emissioni di CO2

Fumi rilasciati da una centrale termoelettrica a carbone

Lo studio "A Climate for the Future", finanziato dal programma europeo Life, ha analizzato le strategie di riduzione delle emissioni di CO2 dai giorni nostri al 2050 dei singoli paesi dell’Unione europea. In testa la Francia, seguita dal Regno Unito, terzultima la Germania e l'Italia è "non classificata" perché non ha una strategia

Dopo il fallimento degli incontri del G7 a Roma a proposito delle emissioni di CO2, gli accordi sulla riduzione delle sostanze inquinanti sembrano essere sempre più una chimera. È estremamente difficile prevedere chi rispetterà gli impegni presi a Parigi e soprattutto cosa faranno i singoli stati per ridurre le emissioni nel medio e nel lungo periodo.

Uno studio dal titolo A climate for the future – Assessing EU Member States’ Low-Carbon Development  Strategies and lessons for  Energy Union governance, finanziato dal Programma europeo Life, ha analizzato le strategie di riduzione delle emissioni dai giorni nostri al 2050 dei singoli paesi dell’Unione europea.

“Le strategie di decarbonizzazione per il 2050 e oltre sono la spina dorsale delle politiche climatiche dell’Unione europea” ha detto Imke Lübbeke, responsabile clima ed energia dell’European policy office del WWF, “E il fatto che manchino diverse vertebre, alcune delle quali determinanti, è preoccupante”. Quello che appare evidente è che al di la di tante belle promesse manca “una guida decisa e chiara da parte dell’Unione europea, buoni meccanismi di applicazione e analisi regolari”.

Il primo dato sorprendente è che le strategie presentate dai vari paesi “sono estremamente disomogenee in termini di qualità”. In altre parole, a fronte di piani e promesse per la messa in opera di politiche “unite”, i paesi membri dell’Unione hanno adottato politiche energetiche molto diverse tra loro. E pare che continueranno a  farlo ancora a lungo.

Nessuna sorpresa invece su quale sia emerso essere il paese che più di tutti sembra rispettare le promesse: la Francia (con un punteggio superiore del 78%). La ragione di un simile risultato non è legata al ricorso alle energie rinnovabili, ma al fatto che già oggi, oltralpe, una parte considerevole dell’energia prodotta viene generata dai reattori nucleari. Cosa che, se da un lato permetterà la riduzione delle emissioni di CO2, dall’altro lascia esposti a rischi considerevoli (specie considerando che molti impianti sono ormai vecchi). Per questo motivo, “Il punteggio complessivo della Francia deriva dalle sue basse emissioni e dall’obiettivo di riduzione del 75% entro il 2050”.
Al secondo posto si è piazzato il Regno Unito (con il 71%.) seguito da Finlandia, Lituania e Olanda.
Sorprendentemente arretrata la Germania: tra i paesi valutati occupa solo la terzultima posizione con un misero 38%.

Altra sorpresa il fatto che, tra i paesi valutati e a cui è stata assegnata una performance, non c’è l’Italia. Secondo i ricercatori, il documento che riguarda la Strategia energetica nazionale (SEN) dell’Italia sarebbe poco più di una bozza basata su dati già esistenti. “È interessante notare che questo scenario suggerisce che la continuazione delle azioni previste dal NES per il 2020 non sarà sufficiente per soddisfare gli obiettivi e la tabella di marcia dell’UE ”, si legge nel rapporto.

In altre parole manca una vera e propria strategia di decarbonizzazione. Per questo la conclusione per l’Italia è stata impietosamente “Non classificata”.

Un giudizio ancora peggiore di quello ottenuto da paesi, come la Grecia o Cipro, da molti anni teatro di una crisi economica devastante.

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