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William Coley, il medico che gettò le basi della moderna immunoterapia

Decenni dopo la creazione della "tossina di Coley", gli studi del chirurgo per la lotta al cancro sono ancora attuali

William Coley nel 1892, assieme al suo gruppo di lavoro

L’enorme lavoro di Coley è emerso solo in tempi recenti, grazie agli sforzi di sua figlia, Helen Coley Nauts, che nel 1953 ha fondato il Cancer Research Institute di New York (CRI). Il lavoro di Coley è stato poi continuato dal tedesco Uwe Hobohm, chimico biologo dell’università tedesca di Giessen, che, nel 2012 decise di rispolverare l’idea di partenza

Nei primi anni del Novecento nasce l’immunoterapia come metodo di cura del cancro, in America, ad opera del medico chirurgo William Coley, che per primo, contro il parere dei suoi stessi colleghi, gettò, in maniera inconsapevole, le basi della moderna immunoterapia. Già nel 1800 i ricercatori capirono che i tumori crescevano più lentamente quando c’erano in atto alcuni tipi di infezioni, ma in quel periodo, il problema risiedeva nel fatto che non esistevano cure antibiotiche e, quindi, erano proprio le infezioni batteriche a causare la morte dei pazienti.

Decenni dopo il Dr. Coley creò quella che fu poi ribattezzata la “tossina di Coley”, a base del batterio Erisipela, agente patogeno di svariate malattie infettive cutanee, che determinava la cura proprio laddove era presente la lesione maligna. All’epoca, però, gli scarsi risultati ottenuti dal dottore, gli fecero abbandonare studi e ricerche. Fu solo decenni dopo e, precisamente nel 1999, che quegli studi furono ripresi e ci si rese conto che comparando 128 suoi casi con oltre 1.600 pazienti trattati con le terapie più recenti, il vaccino del medico americano garantiva una sopravvivenza media di 8,9 anni, contro i 7 anni dei pazienti dell’epoca.

Oltre agli scarsi risultati ottenuti da Coley, a fare da detrattore al prosieguo delle ricerche fu anche il parere contrario dei colleghi, tra questi il direttore di Memorial Hospital, il dottor James Ewing, il quale non avendo fiducia nei benefici della radioterapia, ne sminuiva il valore. L’enorme lavoro di Coley è emerso solo in tempi recenti, grazie agli sforzi di sua figlia, Helen Coley Nauts, che, nel 1953 ha fondato il Cancer Research Institute di New York (CRI). Il lavoro di Coley è stato continuato dal tedesco Uwe Hobohm, chimico biologo dell’università tedesca di Giessen, che, nel 2012 decise di rispolverare l’idea di partenza di Coley. Più in particolare si rese conto che, nei modelli in vitro le immunoterapie batteriche (le terapie che sfruttano i batteri per attivare il sistema immunitario) sono in grado di stimolare la produzione di citochine, molecole che danno il via alla reazione del sistema immunitario, documentando, inoltre, la regressione del tumore del paziente.

Nel 2017, il modello in vitro è stato superato, puntando sull’uso delle cavie. Tra i vari batteri testati in laboratorio, un nemico e, precisamente il batterio della Salmonella è stato trasformato in un amico. Cautamente modificato in laboratorio e “riempito” di farmaci antitumorali. Più precisamente è stato scelto un ceppo batterico provvisto di flagello (quindi in grado di muoversi) che, una volta iniettato nel topo malato di tumore del colon è giunto dove si sperava e, cioè, nelle zone necrotizzate dal tumore, rilasciando così un cocktail di farmaci “ad hoc”. Nei modelli animali la risposta immunitaria è risultata potente al punto che nella fase di controllo, dopo 4 mesi, si è potuto verificare che il tumore era scomparso in più della metà degli animali trattati.

Inoltre, ed è qui probabilmente la vera scoperta, gli animali in cui si è scatenata tale reazione sono stati solo quelli infettati proprio con il ceppo batterico provvisto di flagello. Sarebbe emerso, quindi, che sono esattamente le proteine batteriche del flagello a svegliare il sistema immunitario dell’ospite. Ad oggi, studi ed esperimenti effettuati hanno condotto a due tipi di prospettive: da una parte, si cerca di sfruttare i microbi come “cavalli di Troia” per introdurre farmaci direttamente all’interno delle cellule tumorali; dall’altra, si pensa di usarli come” fantocci” per segnalare alle cellule del sistema immunitario quando e come scatenare l’attacco.

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