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La solitudine nel mondo post-globalizzato può esserci fatale

Il suicidio è l’ultima spiaggia su cui approda un individuo spinto dalla solitudine e dal distacco sociale

Loneliness.

Nel mondo post-globalizzato, dove la comunicazione è sempre più virtuale e quindi incapace di assicurare soddisfazione emotiva, la solitudine sta diventando una vera e propria epidemia sociale. E, secondo gli esperti, fa altrettanto male quanto qualsiasi altra condizione patologica come l'obesità, il fumo e tante altre malattie

Ѐ ormai noto che la solitudine sia diventata un’epidemia della società moderna, ma i luoghi comuni diventano tali perché riflettono una fondamentale verità. Gli esperti di psicologia e salute mentale hanno osservato che “che l’essere umano è un animale sociale incline a stare in compagnia, e che l’isolamento viene percepito e somatizzato dalla mente umana come un vero dolore fisico”.  Anzi, hanno concluso che la solitudine fa altrettanto male quanto qualsiasi altra condizione patologica come può essere l’obesità, il fumo e tante altre malattie. 

Questi fatti dovrebbero preoccuparci in quanto la solitudine è diventata una condizione endemica e le sue cause sono tante. A questo punto varrebbe la pena fare la distinzione importante tra la solitudine e l’essere soli.  Da una parte, rimanere in solitudine non vuol dire sentirsi soli, perché si può essere riservati e starsene per conto proprio pur mantenendo una vita emotiva soddisfacente. Dall’altra parte  ci si può trovare in mezzo al clamore della folla di una metropoli e sentirsi soli.  In poche parole è più uno stato mentale, un tipo di alienazione, un essere scollegati psicologicamente dalla realtà dell’ambiente che ci circonda, e si può far risalire la solitudine allo stile di vita moderno creato dalla post globalizzazione.

Per prima cosa la tecnologia sempre più sofisticata ha cambiato tutto il mondo delle comunicazioni.  Oggi “comunicare” con uno sconosciuto su una delle piattaforme virtuali quali Facebook o le bacheche di commentari via etere non fornisce all’essere umano nessuna soddisfazione emotiva. Tale condizione di insoddisfazione colpisce gli assidui frequentatori dei social. Certo, dobbiamo ammettere che la nuova tecnologia è stata una benedizione per quelli che lavorano da casa, ma allo stesso tempo ci ha derubati del contatto umano altrettanto prezioso.  E così chi una volta aveva la possibilità di interagire con altre persone, oggi lo fa con i dispositivi elettronici a portata di mano.  Lo spirito di squadra e il cameratismo che una volta era parte integrante dell’ambiente di lavoro è sparito; il momento proverbiale (o forse solo metaforico) in cui ci si incontrava in un angoletto dell’ufficio durante la giornata a fare due chiacchiere spezzava la monotonia della giornata lavorativa e creava un momento di ricarica per la mente.  Persino i conflitti che spuntano regolarmente tra i colleghi  avevano uno scopo positivo.  La capacità di risolvere i problemi tutti insieme non serve solo ad esercitare la mente ma aiuta a definire e stabilire rapporti interpersonali molto importanti per l’individuo.  La carenza o la totale assenza del contatto umano ha minato alle fondamenta questo aspetto della comunicazione.

Non basta chiarire i vari aspetti della sostanziale differenza tra essere soli e sentirsi soli, dobbiamo pure tenere presente l’importanza che la scienza dà al contatto umano – sia fisico che mentale – e che deve intercorrere tra gli individui.  La comunicazione non avviene solo per mezzo di uno scambio verbale ma anche attraverso le espressioni del viso,  il linguaggio del corpo o semplicemente lo sguardo negli occhi.  Purtroppo, nel mondo della post globalizzazione abbiamo imparato, sin da bambini, a comunicare a distanza, in modo virtuale, e quindi a fare a meno di questi elementi di comunicazione importanti. 

In un articolo pubblicato su Psychology Today gli scienziati si sono chiesti se il continuo aumento di bambini autistici nella nostra società possa dipendere dalle tante ore trascorse di fronte ad un teleschermo. Dopo aver esaminato un campione di ragazzi hanno concluso che “i bambini che presentavano sintomi di autismo trascorrevano almeno 4 ore al giorno di fronte alla televisione, al computer, al tablet o al telefono”.  Ai fini dell’esperimento gli scienziati hanno chiesto ai genitori di eliminare le ore trascorse con i dispositivi elettronici e di coinvolgerli in giochi e attività sociali da fare soprattutto all’aperto.  I risultati della ricerca hanno avuto un esito positivo dimostrando che i sintomi svaniscono, inducendo i medici ad identificare una nuova sindrome: “l’Autismo virtuale o ‘Autismo causato dalla prolungata esposizione davanti ai teleschermi’.  Certo la soluzione al problema non viene raggiunta con facilità in quanto è legata all’età del bambino: più è grande e più ci vuol tempo.  Per un bambino di 8 anni ci sono voluti 2 anni per eliminare i sintomi di autismo.  Il Dott. Leonard Ostreicher ha affermato che “anche gli scettici dovrebbero ricredersi alla luce di queste straordinarie scoperte”.

Se ci sia un verdetto definitivo sulla correlazione tra un’elevata esposizione davanti ai teleschermi e l’autismo non è sicuro e né di certo mi permetterei di pubblicizzare tale pratica come cura per l’autismo; semplicemente non ne sappiamo abbastanza sull’ASD (Autism Spectrum Disorder) per trarne con certezza delle conclusioni. Ciononostante, non si può precludere la possibilità ad un ricercatore di valutare qualsiasi situazione, soprattutto se si verificano risultati positivi.  Rimane il fatto che sia per i bambini affetti da autismo sia per gli anziani che vivono da soli, gli studi di biologia ci insegnano che la carenza di contatti umani può essere letale.  Anche se la comunicazione virtuale, come avviene su Facebook, può servire a qualcosa–ed è sicuramente meglio dell’assenza completa di rapporti interpersonali–il suo effetto  non riesce a  fornire la gratificazione che il vero contatto umano può dare.

La complessità del mondo in cui viviamo, che ci ha portati a non comunicarci più “in persona”, non è l’unica causa dell’isolamento e dell’alienazione che stiamo vivendo. La colpa va condivisa con il dover essere politicamente corretti nel modo di comunicare.  Tempo fa si poteva ancora  condividere le proprie opinioni, i propri pensieri e le proprie tendenze senza dover passare il tutto attraverso il filtro della diplomazia comunicativa; oggi bisogna evitare a tutti i costi  di chiedere al nostro interlocutore la sua professione, religione, le sue origini, e i suoi legami familiari – cioè tutte quelle cose che creavano una connessione e un rapporto tra le persone.  L’eliminazione di tali argomenti, che gettavano le basi per una comunicazione e conoscenza più fertile e profonda tra gli individui, ha lasciato il posto a pochi altri punti di appoggio su cui poter costruire un buon rapporto interpersonale, impoverendo le conversazioni di argomenti importanti e riducendole invece  a scambi  frivoli e superficiali.  Per quanto poi riguarda  il  contatto fisico, oggi  viene spesso definito “invasione dello spazio personale” ed è  totalmente sconsigliato; in pratica, almeno nella notoriamente litigiosa America,  è il preludio per una bella denuncia.  In un comunicato sul modo di comportarsi per le Festività di Thanksgiving è stato persino suggerito di non forzare mai un bambino ad abbracciare i parenti  e si avverte che un bacio, dato alla nonna da un nipote mal predisposto, può traumatizzarlo a vita o può rendere una bambina vulnerabile a futuri abusi fisici in età adolescenziale.  

Tutti questi nuovi codici di comportamento sterile e distaccato dettati dalla società in cui viviamo ci spogliano e ci deprivano del contatto umano e contribuiscono al senso di solitudine e di alienazione, inducendo l’essere umano alla depressione.  Sicuramente la depressione non porta necessariamente al suicidio, ma è stato dimostrato come, nei molti casi di persone che si sono tolte la vita, le vittime soffrissero di depressione.  In un recente sondaggio, il Centro Americano per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie (US Centers for Disease Control and Prevention) ha reso noto che il numero dei suicidi in America è aumentato.  Il lasso di tempo preso in considerazione per la ricerca, circa un ventennio fino al 2016, ha dimostrato che la percentuale è cresciuta del 25% su scala nazionale e del 30% in 25 stati americani.  Se questi risultati non bastano come campanello d’allarme e per spingerci a trovare le cause del forte aumento del tasso di suicidi, che cosa ci vorrà per convincerci ad agire per trovarne le cause?

Il recente decesso per suicidio della celebre stilista Kate Spade seguito 3 giorni dopo da quello del personaggio televisivo, nonché famoso chef, Anthony Bourdain, hanno attirato la giusta attenzione su questo crescente problema.  Secondo me, invece di additare semplicisticamente questa o quella causa,  sarebbe meglio riflettere sulla qualità dei rapporti che abbiamo instaurato oggi, in quanto il suicidio è l’ultima spiaggia su cui approda un individuo spinto dalla solitudine e dal distacco sociale.  Ne sono una prova le linee verdi telefoniche messe a disposizione degli sfortunati che, titubando sull’orlo del disastro,  spesso riescono a salvarsi grazie all’intervento di un’altro essere umano che offre loro un pò di compassione, perché sentirsi connesso ad un’altra persona in un momento critico  può risollevare la speranza in chiunque.

Traduzione di Maria Fratianni-Santoro

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