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Due film americani svelano assurdità e crimini della terapia di conversione per i gay

Un processo in corso a Torino dovrà decidere se un medico ha diritto di dire che l'omosessualità è una malattia che si può curare

I film, usciti a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, raccontano per l’appunto di due adolescenti sopravvissuti alla terapia di conversione: una femmina nel film "La diseducazione di Cameron Post" e un maschio nel film "Boy Erased" (in uscita in Italia il 7 febbraio con il titolo "Vite cancellate").

A Torino c’è sotto processo, per diffamazione continuata ed aggravata contro le persone gay, un’endoscopista che porta avanti da anni, con un’accozaglia di teorie che combinano in maniera maldestra anatomia, psicologia ed etica, una battaglia senza quartiere contro la comunità LGBTQ. La maggior parte delle idee che la signora sostiene sono minestre riscaldate da secoli e ormai screditate e ripudiate dalla comunità scientifica internazionale: l’omosessualità sarebbe una malattia da cui si può guarire (e lei naturalmente ha la cura); la sessualità è solo quella finalizzata alla procreazione, tutto il resto (anche tra persone di sesso diverso) è un “disturbo”; la confusione fra omosessualità e pedofilia ed altre perle del genere.  La dottoressa è così diventata la paladina di una variopinta serie di associazioni, gruppi e siti ultra-tradizionalisti cattolici e può contare sull’appoggio di politici, in particolare della Lega e di Fratelli d’Italia.

Negli USA invece sono usciti da poco due film che stanno portando all’attenzione del grande pubblico le conseguenze disastrose delle teorie propugnate dalla endoscopista e dai suoi amici clericofascisti. La cosiddetta terapia di conversione, abolita per legge in 14 stati dell’Unione, ma ancora consentita negli altri 36, mira infatti a cambiare l’orientamento sessuale di una persona gay e ‘farla diventare’ eterosessuale.  È, ovviamente, un metodo sprovvisto di qualunque fondamento scientifico, condannato come inutile e dannoso dalle maggiori associazioni mediche, psicologiche e psichiatriche che vietano ai loro associati di seguirlo. Il problema è che nella maggior parte dei casi questi centri di “riorientamento sessuale” sfuggono alle leggi che proibiscono la “terapia” perché sono affiliati a chiese fondamentaliste protestanti (protette, come tutte le religioni negli USA dal primo emendamento) e non dispongono di personale medico e psichiatrico, ma solo di fanatici aguzzini che causano danni enormi e irreparabili ai ragazzi, spesso anche minorenni, affidati alle loro ‘cure’. Dati attendibili parlano di più di 700.000 americani che sarebbero passati, spesso contro la loro volontà, attraverso queste ‘terapie’ che hanno avuto il solo effetto di aumentare del 30% la percentuale di depressione e suicidi tra i ragazzi e le ragazze che ne sono stati vittime.

I film, usciti a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, raccontano per l’appunto di due adolescenti sopravvissuti alla terapia di conversione: una femmina nel film La diseducazione di Cameron Post (vincitore del Sundance Festival, presentato in anteprima in Italia alla Festa del Cinema di Roma e adesso in programmazione nelle sale) e un maschio nel film Boy Erased (in uscita in Italia il 7 febbraio con il titolo Vite cancellate). Il primo è tratto da un romanzo, mentre il secondo dall’autobiografia di Garrard Conley. Il primo si concentra maggiormente sulla rete di amicizia solidale che si crea tra i compagni di sventura, mentre il secondo sul rapporto complicato e sofferto tra il protagonista e i suoi genitori, interpretati in maniera magistrale da Nicole Kidman e Russel Crowe.

Vite cancellate è un film durissimo con scene che si fa fatica a guardare fino in fondo, ma c’è un personaggio che, tra il fanatismo e il conformismo generale del piccolo paesino dell’Arkansas in cui si svolge la storia, rappresenta la voce della ragione, dell’equilibrio e di un’umanità non asservita all’ideologia: è la dottoressa che, su richiesta del padre, effettua una serie di analisi sul ragazzo prima che venga mandato al famigerato centro di conversione. La dottoressa gli dice con grande dolcezza: “Io sono una donna di fede, ma sono anche un medico e so già che le tue analisi confermeranno quello che sappiamo già: che sei un ragazzo sano e che non c’è niente da cambiare in te”. Mentre vedevo questa scena non ho potuto che pensare alla dottoressa sotto processo a Torino che vorrebbe rendere legittima la terapia di conversione in Italia, proprio mentre negli Stati Uniti si cerca finalmente di mettere fine a questa pratica sprovvista di qualunque fondamento scientifico.

 

 

 

 

 

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