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Ecco il primo ritratto dei misteriosi Denisoviani tratto dal loro DNA

Analizzando le modifiche genetiche indotte dall'ambiente, gli scienziati hanno scoperto ampie caratteristiche facciali

La genetica sembra confermare che siamo quasi un patchwork di geni provenienti da uomini diversi, che si sono incontrati in posti e in momenti differenti. Su una base di geni di Homo Sapiens si sono così innestati pezzi di DNA di almeno altre due specie, o forse di più, fino a creare una specie di chimera. Gli accoppiamenti, se ci sono stati, hanno lasciato nel nostro patrimonio genetico “frammenti” di geni che forse sono stati utili per sopravvivere in ambienti nuovi e ostili.

Per la prima volta, gli scienziati che hanno analizzato il DNA dell’Uomo di Denisova, un gruppo estinto di ominini scoperto circa una decina di anni fa, hanno rivelato, analizzando le modifiche genetiche indotte dall’ambiente, ampie caratteristiche facciali, offrendo un assaggio di come sarebbe potuto apparire. Il loro approccio rivela che l’Uomo di Denisova aveva un aspetto simile a quelli di Neanderthal, ma presenta alcune sottili differenze, come una mascella ed un cranio più ampi. Non sono i geni a differenziare gli organismi, ma la loro espressione. Il mix di espressione genica distingue un individuo dall’altro, e le specie tra loro. L’espressione di un gene è correlata alla metilazione del DNA, cioè alla presenza di certi gruppi chimici nelle vicinanze del gene. Gli studiosi hanno ricostruito l’identikit dei Denisoviani basandosi sui cambiamenti epigenetici, ovvero le modificazioni chimiche del DNA che possono alterare l’attività genetica e, in particolare sulla metilazione, risalendo approssimativamente a quanto ogni gene fosse attivo nelle loro cellule ossee. In questo modo hanno potuto ricostruire, con un grado di incertezza ancora maggiore, le dimensioni del cranio e l’aspetto del volto. Le modificazioni epigenetiche hanno una forte influenza sullo sviluppo, sull’insorgenza di patologie e su gran parte dei tratti biologici.

È un passo importante verso la capacità di ottenere l’identikit di un individuo dal suo DNA. L’identikit non serve solo a disegnare un personaggio, ma conoscere l’anatomia dei Denisoviani può aiutarci a capire l’adattamento umano, i vincoli evolutivi, lo sviluppo, le interazioni tra geni e ambiente e la dinamica delle malattie. Collegare il DNA all’aspetto fisico di un ominide è un’operazione delicata anche sul piano culturale, in quanto può eliminare luoghi comuni, ma c’è anche il rischio di attribuire a una data forma del volto caratteristiche trogloditiche dispregiative.

Finora gli antropologi erano a conoscenza che questi antichi uomini si separarono dai loro parenti Neanderthal almeno 400 mila anni fa, e mentre i Neanderthal mettevano radici in tutta Europa e nel Medio Oriente, i Denisoviani si dirigevano verso l’Asia. Lungo il loro percorso, si incrociarono con i nostri antichi antenati, lasciando impronte genetiche ancora visibili nelle popolazioni moderne di origine asiatica.

La genetica, quindi, sembra confermare che siamo quasi un patchwork di geni provenienti da uomini diversi, che si sono incontrati in posti e in momenti differenti. Su una base di geni di Homo Sapiens si sono così innestati pezzi di DNA di almeno altre due specie, o forse di più, fino a creare una specie di chimera. Gli accoppiamenti, se ci sono stati, hanno lasciato nel nostro patrimonio genetico “frammenti” di geni che forse sono stati utili per sopravvivere in ambienti nuovi e ostili.

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